Fisco: non basta il sospetto di "compensi in nero" a giustificare l'accertamento all'avvocato

Necessario indicare i motivi a sostegno della pretesa ad esempio interrogatori di clienti o verifiche sulle cause avviate e/o trattenute in decisione
avvocato che sogna equo compenso
di Lucia Izzo - I sospetti del fisco su compensi "in nero" percepiti dal professionista non sono sufficienti a legittimare un accertamento sulle somme presenti sul conto del legale, poiché a tal fine sono necessari elementi certi ad esempio risultanze provenienti da interrogatori nei confronti dei suoi clienti o verifiche su cause avviate o trattenute in decisione da lui patrocinate.

Lo ha disposto la prima sezione della CTR di Potenza nella sentenza 7/2016, accogliendo il ricorso avanzato da un avvocato a cui era stato notificato un avviso di accertamento a fini Irpef, Iva e Irap.
In sede d'appello il legale contesta la decisione della CTP che gli aveva dato torto, poichè viziata da "apparente motivazione e travisamento rispetto alle violazioni di legge".

Il fisco, infatti, aveva rivolto un accertamento ai conti dell'avvocato, precisamente su movimenti di somme che rappresenterebbero compensi non dichiarati: la sola esistenza di questi movimenti, rappresenta l'ufficio, è una circostanza che può oggettivamente giustificare l'accertamento.

Ma non è così per la Commissione regionale, che in parte accoglie il ricorso dell'avvocato.
Infatti, evidenzia la commissione, nonostante l'art. 54 del d.P.R. 633/72 consenta di rettificare la dichiarazione se esistono "segnalazioni qualificate", il fisco non è "completamente esonerato dall'indicazione delle fonti del proprio convincimento e dal motivo per cui tali circostanze possono logicamente fondare tale sospetto".

Lo stesso Statuto del Contribuente (legge 212/2000) prevede all'art. 7 l'obbligo a carico dell'amministrazione finanziaria di indicare i "presupposti di fatto e di diritto che hanno determinato la rettifica".
Ciò significa che la motivazione del fisco dovrà riguardare l'effettiva sostanza e non la forma dell'atto, altrimenti si finirebbe per sconfinare nell'arbitrio.

Pertanto, non basta il "fiuto" del verificatore o la semplice allocuzione di circostanze sospette, ma è necessario indicare in modo preciso i motivi per cui tali elementi possono ragionevolmente assurgere a fondamento della pretesa arbitraria.
Dati di fatto certi possono ad esempio essere interrogatori di clienti, verifiche presso le varie magistrature in ordine alle cause avviate e/o trattenute a sentenza, etc., ma, nel caso di specie, l'amministrazione non ha utilizzato alcun elemento valido a sorreggere la sua azione, fondata sul mero "sospetto" che alcune somme versate e prelevate rappresentassero "compensi non dichiarati".
(01/04/2016 - Lucia Izzo) Foto: 123rf.com
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