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Camera penale Roma: stop prescrizione è "ergastolo processuale"

Per la Camera penale di Roma la riforma del processo penale con lo stop della prescrizione dal 2020 significa "creare l'ergastolo processuale". Ne parliamo con il presidente Cesare Placanica
Placanica presidente della camera penale di Roma

di Daniele Piccinin - "La riforma del processo penale con l'abolizione della prescrizione, annunciata a partire dal 2020, è un ergastolo processuale contro il diritto dei cittadini". E sul processo Vannini: "il ministro Bonafede ha cavalcato la pancia del Paese ma deve difendere l'autonomia della giurisdizione". Parole dure quelle del presidente della camera penale di Roma, avvocato Cesare Placanica, che a Studiocataldi.it esprime il suo pensiero sulle imminenti riforme civili e penali e sul processo per l'omicidio del giovane marco Vannini.

Il ministro della Giustizia ha annunciato che entro febbraio sarà presentato un unico ddl per la riforma del processo civile e penale. Cosa si aspetta?

"Purtroppo non ho grandi aspettative in quanto questo progetto di riforma nasce già condizionato dalla scelleratissima riforma sull'abolizione della prescrizione criticata da tutto il mondo giuridico che ha lanciato al ministro della Giustizia un monito chiaro per scongiurare questo mostro giuridico, ovvero il processo a vita. Come avvocati penalisti possiamo dire che nessuno ci ha reso partecipi di questa riforma e mi risulta che anche l'Anm sia rimasta esclusa da ogni dialogo o tavolo. E' un errore grave pensare di poter prescindere dall'esperienza di chi sta quotidianamente in un'aula di giustizia".

Il governo dice che ogni anno ci sono oltre 100mila procedimenti penali che finiscono in prescrizione. Abolirla produrrebbe un aumento dei patteggiamenti e dei riti alternativi, una diminuzione del numero dei processi a dibattimento pieno e, quindi, nel medio-lungo periodo, una diminuzione della durata degli stessi. E' così?

"Si tratta di dati assolutamente ipotetici nel senso che uno dei motivi per cui è fallito il processo penale è proprio il fatto che negli ultimi decenni non si siano incentivati i riti alternativi. Nessun sistema di tipo accusatorio può sostenersi se una parte consistente dei procedimenti non va a finire nei riti alternativi. Ma dire che la scelta di questi riti sia legata alla prescrizione è un dato risibile e soprattutto ritengo sia inaccettabile sotto il profilo morale dire 'ti costringo a fare un patteggiamento o un abbreviato perché tanto sappi che resterai sotto processo a vita'".

Sulla cancellazione della prescrizione le Camere Penali e quasi la totalità dell'Accademia italiana si sono appellate al presidente della Repubblica affinché tenesse conto dei profili di incostituzionalità della riforma. Perché una così massiccia mobilitazione?

"Il dato particolare è proprio questo. Per la prima volta dopo decine di anni tutta l'accademia ha sottoscritto un appello al presidente della Repubblica sottolineando tecnicamente i profili di incostituzionalità e la follia di questa riforma. Un appello firmato da 140 professori universitari di materie giuridiche, stiamo parlando di luminari".

Come Camere Penali auspicate quindi un coinvolgimento nel processo di riforma, come già avvenuto, ad esempio, sulle intercettazioni, dove il dialogo con l'Anm ha dato i suoi frutti?

"Con l'associazione dei magistrati convergemmo nell'evidenziare che quella riforma sulle intercettazioni non avrebbe consentito ai procuratori di fare le inchieste e ai difensori di difendere efficacemente nel processo i propri assistiti e che quindi sarebbe stata una riforma in danno dei cittadini. Anche grazie a quel fronte comune quella riforma è finita nel cassetto e ora per fortuna non se ne parla più".

Passando ai fatti di cronaca, il processo per l'omicidio del giovane Marco Vannini ha visto la Camera Penale andare controcorrente rispetto all'opinione pubblica, indignata per la sentenza che ha ridotto la pena per Antonio Ciontoli.

"E' perfettamente legittimo criticare le sentenze ma ciò deve avvenire nel rispetto della separazione dei poteri e nella tutela di un principio fondamentale nelle democrazie, ovvero il divieto di delegittimare la giurisdizione, consentendo di screditare qualunque sentenza che contrasti il comune sentire popolare. E' giusto, quindi, che si critichi liberamente ma se poi il risultato processuale va a contrastare l'opinione pubblica diventa un fatto gravissimo che a questa ondata si adeguino e la ispirino tante volte organi governativi. L'Italia vive una condizione paradossale in quanto sembra che fra le doti di un giudice ci debba essere anche quella del coraggio e un Paese in cui un giudice deve avere coraggio per adottare una decisione è un Paese che ha seri problemi. I giudici coraggiosi ci sono nelle dittature, nei Paesi democratici i giudici non devono avere coraggio ma devono decidere in serenità quello che gli sembra più giusto".

Ha sbagliato quindi il ministro Bonafede a criticare la sentenza?

"Il suo intervento è stato sicuramente inopportuno. Non possiamo avere un paese in cui si insulta una decisione semplicemente perché non rispetta l'aspettativa popolare. Come presidente della camera Penale di Roma ho inteso stigmatizzare proprio questo. Chi ha ruoli istituzionali dovrebbe intervenire per difendere l'autonomia della giurisdizione piuttosto che solleticare la pancia e cavalcare questo tipo di moto popolare".

(06/02/2019 - VV AA)

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