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Inchiesta don Euro: le rivelazioni dell'avvocato-escort che ha dato il via alle indagini

Intervista a Francesco Mangiacapra, l'escort ed ex avvocato che ha smascherato Don Euro facendo scattare le indagini della procura
Francesco Mangiacapra

di Gabriella Lax - E' tornata sotto le luci dei riflettori in questi giorni la storia, raccontata su queste colonne, di Francesco Mangiacapra, il trentenne napoletano che ha preferito"vendere il suo corpo facendo l'escort piuttosto che svendere il cervello in uno studio legale" (leggi: Da avvocato a escort: ecco la storia).

Mangiacapra ha esordito con un libro shock "Il Numero Uno. Confessioni di un marchettaro", di Iacobelli Editore, nel quale, tra l'altro, racconta del suo incontro con Don Euro, al secolo Don Luca Morini, già indagato dalla Procura di Massa Carrara e protagonista dello scandalo - denunciato dallo stesso Mangiacapra - sollevato dai servizi televisivi de Le Iene che vede il sacerdote protagonista di spese folli e orge a base di sesso gay e droga con il denaro sottratto ai fedeli in oltre vent'anni di sacerdozio.

Proprio in questi giorni, l'inchiesta partita più di un anno fa, a seguito della denuncia dell'escort napoletano, si è conclusa con il sequestro al prete di circa 700mila euro (oltre a 150mila euro in preziosi) da parte della procura.

Mangiacapra, è tornata alla ribalta la vicenda di don Luca Morini, da lei denunciato, ci racconta com'è andata?

«Ho conosciuto don Euro in uno di quei club privé in cui persone più o meno facoltose ricercano compagnia. Inizialmente non sapevo fosse un prete: si spacciava per giudice promettendo grandi occasioni lavorative nel pubblico impiego a ragazzi evidentemente più ingenui di me. Non si può scherzare su un argomento tanto delicato come il lavoro, soprattutto in questo periodo di crisi per molti. Solo successivamente, per caso, scoprii che si trattasse di un prete. Lo avevo invitato a non sottovalutare la mia intelligenza, ma lui aveva deciso di sfidarla, dandomi il disturbo di costringermi ad arrivare a dover denunciare la sua condotta ai suoi superiori».

Come si sente ad aver dato un contributo importante nelle indagini in corso?

«Oltre che come persona informata dei fatti per la Procura, sono stato sentito anche come testimone chiave dalla magistratura ecclesiastica, che non mi è sembrata però troppo mossa dal reale intento di voler scoprire la verità: quando dopo qualche mese ho scoperto che don Euro continuava a cercare ragazzi da incontrare - nonostante fosse già indagato - sono tornato alla Curia per portare le nuove prove e la risposta che ho avuto è stata una porta in faccia. Alla Procura ho fornito il dossier che avevo già prodotto alla Curia: foto e video che inequivocabilmente dimostravano che la condotta di don Euro era abituale e convinta. Niente affatto occasionale o indotta».

Cosa l'ha spinta a denunciare?

«Per chi come me ha affrontato un percorso esistenziale tanto forte, il diritto al lavoro e alla dignità del guadagno è sacro e non può essere in alcun modo vilipeso millantando la inesistente possibilità di inserire nel mondo della politica e dell'alta borghesia giovani disoccupati disposti a sopportare paturnie e vizi altrui per poter sopravvivere. Troppa la rabbia provocata in me dalla circostanza che proprio un prete, che dovrebbe rappresentare l'apice della scala morale della nostra società, si approfittasse biecamente di giovani disoccupati che nella stessa scala si trovano loro malgrado all'infimo gradino, non per assenza di titoli, competenze e capacità ma soltanto perché vittime di una generazione destinata a morire vessata dall'assenza di opportunità.

Ho veramente scoperchiato il vaso di Pandora e oggi gli indagati sono tre: A don Morini viene contestata la truffa, l'appropriazione indebita, le minacce, la tentata estorsione, la ricettazione, l'acquisto e la cessione di droghe, la sostituzione di persona e la tentata truffa assicurativa, insieme al vescovo. Vescovo, che a quanto pare lo ha avallato, forse perché ricattato. Il terzo coinvolto è un giovane ex sacerdote, che don Euro stesso aveva indotto a prendere i voti e a cui oggi viene contestato il reato di ricettazione.

Vede, la Chiesa è una grande lobby, che da millenni specula sulla credulità delle persone. Io non sono nessuno in confronto. Ognuno fa il suo gioco, e capita che qualche volta un gigante inciampi in una formica!»

Secondo quanto da lei vissuto, ci sono altri "insospettabili" che devono venire allo scoperto?

«Lo specchio di fronte al mio letto è un oblò sul mondo che vede riflesse le persone più insospettabili, quelle che più facilmente condannano pubblicamente ciò a cui privatamente ambiscono: avvocati, politici, militari, preti... molti preti! Don Euro non è l'unico prete che ha conosciuto. Nel mio libro c'è un lungo capitolo dedicato al mondo del clero, o meglio a quella parte del clero di cui ho personalmente constatato i vizi. Mi piace pensare che i preti che vengono con me non siano anime da salvare ma solo cuori e menti da liberare: fondamentalmente il mio lavoro è simile a quello dei preti, solo più scrupoloso! Forse se la Chiesa non imponesse il celibato ai sacerdoti, sarebbero tutti più sereni con se stessi e con il mondo. In realtà nel mio libro ho voluto solo far emergere il marcio di qualche mela: se poi qualcuno vuole ritenere tutte le altre mele appetibili, non sarà certo il mio racconto a far traboccare il cesto!».

Il suo testo è stato definito un "testo politico" perché lei è "un prostituto politico", cosa pensa di questa definizione del sociologo e storico francese Frédéric Martel?

«Frédéric Martel è un intellettuale che riesce a vedere il valore delle persone oltre l'apparenza. L'ho conosciuto alla presentazione di un suo libro, e successivamente, avendomi visto in TV, si è incuriosito e mi ha cercato per intervistarmi. In quella occasione gli ho sottoposto il testo del libro che stavo scrivendo, per avere una sua opinione: "il tuo è un testo politico, quello di un prostituto politico" mi ha detto. Ha da subito compreso che l'intento del mio testo fosse una critica radicale al capitalismo post-industriale e alla globalizzazione dell'economia. Ma anche una severa testimonianza sulle attuali politiche che hanno abbandonato alla disoccupazione di massa l'Europa del sud e in particolare il sud Italia. Il valore che ha attribuito al mio testo mi ha inorgoglito così tanto che gli ho chiesto di poter utilizzare le sue parole sulla quarta di copertina del libro».

Considerato il successo della sua storia scriverà altri libri?

«Ho scritto "Il Numero Uno" perché avevo qualcosa da dire, una storia da raccontare personale, ma anche la fotografia di una generazione figlia del diffuso precariato e dell'inflazione dei titoli di studio. Se un giorno dovessi avere altro da raccontare lo farò; diversamente non credo che il mercato dell'editoria sentirà la mia mancanza.
Il libro è andato bene, forse anche grazie alla mia presenza in diversi programmi televisivi e, fortunatamente, non ho bisogno di scrivere per campare, nonostante l'editore insista per avere un seguito. Il mio libro è solo un modo per affrancarsi dalla schiavitù intellettuale che oggi ci impone la società. Una schiavitù percepita come "normale" solo perché "normalizzata", "normata". Il Numero Uno nasce per dequalificare quell'"io" lezioso frutto delle imposizioni familiari, sociali, religiose e consuetudinarie. L'intento era quello di fare un'autoterapia liberatoria: mostrarmi per quello che sono, senza abbellimenti, anche col cinismo di alcune mie posizioni sulla vita, sul sesso, sulla politica, sull'avvocatura, perfino su me stesso. Senza chiedere l'assoluzione di nessuno, la comprensione di nessuno, semplicemente perché non ne ho bisogno».

(04/10/2017 - Gabriella Lax)

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