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Da avvocato a escort: ecco la storia

Le rivelazioni de "Il numero uno", il libro shock di Francesco Mangiacapra, testimone chiave nell'inchiesta contro Don Euro, che ha mollato la carriera legale per fare l'escort
foto di francesco mangiacapra

di Gabriella Lax - «Io metto più cervello nel vendere il mio corpo di quanto potessi metterne nello studio legale». Questa è solo la prima delle rivelazioni nel libro shock di Francesco Mangiacapra, dal titolo "Il numero uno, confessioni di un marchettaro", edito da Iacobelli da oggi in vendita.

Francesco Mangiacapra nasce a Napoli negli anni Ottanta. Frequenta le scuole cattoliche dei padri Scolopi (gli stessi di Moana Pozzi), si diploma al liceo classico e si laurea in giurisprudenza all'Università Degli Studi di Napoli "Federico II". Per qualche anno esercita il praticantato da avvocato. Successivamente, pur avendo superato l'esame di Stato presso la Corte d'Appello di Napoli, decide di non iscriversi all'albo. Animo anticonformista, vive nella sua casa al centro della metropoli partenopea.
 È testimone chiave e principale accusatore nel processo ecclesiastico contro Don Euro, al secolo Don Luca Morini, già indagato anche dalla Procura di Massa Carrara e protagonista dello scandalo - denunciato dallo stesso Mangiacapra - sollevato dai servizi televisivi de Le Iene che vede il sacerdote protagonista di spese folli e orge a base di sesso gay e droga con il denaro sottratto ai fedeli in oltre vent'anni di sacerdozio.

Chi è Francesco Mangiacapra?

«Francesco sono io, ma la mia può essere una storia comune, solo più estrema rispetto a quella dei miei coetanei. Non è una storia straordinaria, è solo più forte rispetto a quella di tante altre persone della mia stessa generazione ovvero tanti laureati, titolati, persone che hanno un valore, a prescindere dai titoli di studio. A rendere migliori le persone ci pensano le capacità che io ritengo di avere, come tanti miei coetanei che leggeranno questo articolo e si identificheranno. La differenza è che io ci ho messo la faccia ed ho rivendicato la libertà delle mie scelte, l'autodeterminazione e la scelta che ho fatto, di rottura, non ho avuto vergogna ed interesse a nasconderla, perché ritengo che la libertà e l'autodeterminazione di essere e di fare quello che si vuole non privi della dignità e del valore umano. La storia nasce dal fatto che ho appunto preferito vendere il corpo piuttosto che svendere il cervello come da ex praticante avvocato facevo o come facevo quando ero commesso in libreria o ad un call center, lavori dove il vero "pappone" era il datore di lavoro e la vera vessazione era quella di frustrare il cervello anziché il corpo. Però sfruttarlo ad un prezzo ingiusto. Considerato che nella vita tutti facciamo compromessi, dovendo rinunciare a qualcosa io ho preferito rinunciare all'integrità del corpo per mantenere però la libertà dello spirito e del cervello. Questo è il senso della mia storia».

Da dove nasce l'idea di raccontare questa storia in un libro?

«Il libro è una lettura di un punto di vista, un'autoanalisi, è liberazione, non è un manuale per prostituirsi o invitare le persone a farlo, o per dire che la mia scelta sia più furba, intelligente o migliore di quelle fatte da chi pensa di fare sacrifici piuttosto che prostituirsi. Che poi sia una scelta o un ripiego spetta al lettore deciderlo. Il libro racconta l'evoluzione di una persona e di come la prostituzione influisca sulla vita personale e psicologica, ma in alcun modo vuole rappresentare un manifesto di categoria. Non è una critica al mondo dell'avvocatura ma, inevitabilmente, il mondo dell'avvocatura ne risentirà nel leggere le storie non solo vere, ma veritiere e verificabili, altamente condivisibili da molte persone che hanno avuto, avranno una storia simile alla mia: non vedere prospettive umane, professionali ed economiche in una professione che una volta era un passepartout per l'indipendenza economica e che invece oggi riduce molti miei coetanei all'impossibilità di sposarsi e di mantenere uno studio legale perché non si arriva a fine mese. L'idea del libro nasce dal fatto che della prostituzione maschile è stato detto e scritto poco, meno che mai della prostituzione moderna, quella figlia del precariato e dell'inflazione dei titoli di studio. Non sono l'unico laureato che si prostituisce. A differenza di tante persone che conosco l'ho fatto "coram popolo", apertamente perché non ritengo che il fatto di vendere il corpo sia in alcun modo lesivo della dignità personale e del mio valore umano. Anzi, al contrario, tramite il libro, ho cercato di dimostrare, come la mia capacità di fare marketing, di relazionarmi, di sapermi vendere, mi renda paradossalmente più valido di tante altre persone che non hanno avuto la capacità di sapersi attribuire un valore, come ho fatto io, e hanno impedito agli altri di riconoscere in loro questo valore. Tramite la prostituzione ho capito che sapersi vendere è più importante di ciò che si vende perché le persone sono liete di riconoscerci un valore solo quando noi stessi siamo in grado di attribuircelo».

È comunque una denuncia sulle attuali condizioni dei giovani avvocati?

«Assolutamente sì. Si tratta di una critica al sistema al mondo del precariato. Nel libro il tema dell'avvocatura è ricorrente. Ma non è una macchina del fango creata ad hoc contro qualcuno o qualcosa o un attacco personale. Il senso è denunciare con una storia vera. Racconto di quando facevo il praticante avvocato, di come mi sentivo sfruttato e di come non avevo prospettive e di come, casualmente, una persona un giorno mi ha proposto di prostituirmi. Inizialmente ho accettato non per soldi perché non sarebbe stata la singola circostanza a cambiarmi la vita, non mi offriva 500mila euro per una marchetta, però ho accettato per dare lustro alla mia autostima vessata a causa del fatto che da laureato trentenne non avevo una indipendenza economica e avevo bisogno di chiedere soldi ai miei genitori. Ho detto sì un po' per gioco, un po' per la mia autostima. E poi ho capito che da quello potevo fare un business a tempo e io non avevo tempo da perdere. Da lì la mia vita è cambiata e mi sono riletto. Ho rivisto le regole della mia dignità, del mio modo di confrontarmi con gli altri e tramite la prostituzione ho avuto quell'indipendenza economica e, automaticamente, quel riscatto personale che il titolo di studio e l'abilitazione professionale (nel frattempo ho fatto e superato l'esame di stato di avvocato per soddisfazione personale) non mi hanno offerto. Non rivendico con orgoglio il fatto di prostituirmi perchè mi piace farlo, a nessuno piace farlo per libidine o per preferenza. Semplicemente sono grato alla prostituzione per avermi dato ciò che prima non avevo. Il dare fastidio al mondo dell'avvocatura sarebbe l'effetto del libro, non la causa. Darà fastidio anche alla Chiesa, perché parlo dei miei rapporti con i preti, c'è un capitolo dedicato a loro. L'intenzione non è dar fastidio, ma quando si fa una denuncia vera, con nome e cognome veri, come nel mio caso, ci si prende la responsabilità di ciò che si dice, non avendo nulla da perdere perché è la verità».

Quali sono i tabù di oggi?

«I tabù moderni non sono legati al sesso, per molte persone il vero tabù è essere onesti. Essere trasparenti come ho fatto in questo libro e come da sempre faccio nella vita. Per molti il tabù è non riuscire a togliersi di dosso quelle maschere che sono proprie di tante persone che incontro ogni giorno nella mia esperienza di prostituto. Ovvero l'uomo sposato che non riesce a togliersi il tabù di voler stare con gli uomini; la coppia che pratica scambi che non riesce a togliersi il tabù che lo scambio tra consenzienti non è nulla da nascondere; il tabù dei preti che da un pulpito ci criticano e poi ci cercano con la stessa foga con cui ci puntano il dito contro pubblicamente; il tabù è non riuscire a fare pace con se stessi, con quello che si è, con ciò che si vuole, con quello che ci si aspetta. L'ipocrisia è il vero tabù della società moderna».

Della regolamentazione della prostituzione cosa ne pensa?

«Sì sono favorevole purché non si tratti di mera tassazione. Da sempre collaboro coi radicali, sono intervenuto più di una volta ai loro congressi prestando l'immagine all'associazione "Certi diritti". A tal proposito sono intervenuto più volte per parlare della legalizzazione e della decriminalizzazione della prostituzione che sarebbe fondamentale per fare emergere il sommerso. La prostituzione esiste ed esisterà sempre. Trovo giusta la tassazione della prostituzione, ma la regolamentazione non può fermarsi solo a questo aspetto dovrebbe esserci una regolamentazione ad ampio raggio che consenta alle persone che vogliono iniziare o smettere di prostituirsi di farlo in maniera informata, consapevole ed assistita, che dia a chi si prostituisce la tutela e la possibilità anche di fare impresa, di pubblicizzarsi, insomma che dia la dignità di una professione, con i pro e con i contro. Paradossalmente questo, dal punto di vista sociale, aiuterebbe anche a scollare di dosso lo stigma a chi si prostituisce, come è già successo per le unioni civili».

Perché il titolo "Numero uno"?

«Non è un'autoproclamazione di essere migliore rispetto agli altri. Non sarei stato così presuntuoso. Il numero uno è voler spiegare come, per un certo periodo, sono stato l'escort di Napoli più richiesto, più pagato e più desiderato. Non sono stato il "numero uno" inteso come il più bello, il più bravo o il migliore di altri ma, semplicemente, a differenza di altri, ho imparato ad attribuirmi quel valore, ho imparato a sapermi vendere e ho fatto in modo che le persone mi riconoscessero quel valore che evidentemente io per primo dovevo attribuirmi. Tramite la prostituzione ho raggiunto i miei scopi ma solo grazie a me stesso, grazie all'uso del cervello. Ho saputo vendere il corpo ma con il cervello». 

(03/03/2017 - Gabriella Lax)
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