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L'interdizione dai pubblici uffici

La disciplina degli artt. 28 e ss. c.p.
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Avv. Laura Bazzan - L'interdizione dai pubblici uffici è una pena accessoria ai sensi dell'art. 19 c.p. Si tratta, più precisamente, di una pena limitativa della capacità di esercitare diritti e assumere incarichi o uffici di natura pubblicistica, prevista in considerazione alla gravità del delitto o alla pericolosità del reo, che risponde alla ratio di sottrarre il condannato alla recidiva specifica (art. 28 c. 2 nn. 1, 2, 3 c.p.), esprimere un giudizio di indegnità (art. 28 c. 2 nn. 4, 6, 7 c.p.) o esplicare un effetto afflittivo ulteriore (art. 28 c. 2 n. 5 c.p.). In particolare, secondo quanto disposto dall'art. 28 c.p., l'interdizione dai pubblici uffici, salvo che la legge disponga altrimenti, priva il condannato:

- del diritto di elettorato o di eleggibilità in qualsiasi comizio elettorale, e di ogni altro diritto politico;

- di ogni pubblico ufficio, di ogni incarico non obbligatorio di pubblico servizio, e della qualità ad essi inerente di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio;

- dell'ufficio di tutore o di curatore, anche provvisorio, e di ogni altro ufficio attinente alla tutela o alla cura;

- dei gradi e delle dignità accademiche, dei titoli, delle decorazioni o di altre pubbliche insegne onorifiche;

- degli stipendi, delle pensioni e degli assegni che siano a carico dello Stato o di un altro ente pubblico;

- di ogni diritto onorifico, inerente a qualunque degli uffici, servizi, gradi o titoli e delle qualità, dignità e decorazioni indicati nei punti precedenti;

- della capacità di assumere o di acquistare qualsiasi diritto, ufficio, servizio, qualità, grado, titolo, dignità, decorazione e insegna onorifica, indicati nei punti precedenti.

Presupposti e applicabilità

L'interdizione dai pubblici uffici opera automaticamente in caso di condanna all'ergastolo o alla reclusione non inferiore ai cinque anni, oltre che in ipotesi di delinquenza abituale, professionale o per tendenza. Si tratta di sanzione accessoria prevista unicamente per fattispecie delittuose di natura dolosa, giusta il disposto dell'art. 33 c.p. che esclude l'applicabilità dell'art. 29 c.p. alle condanne per delitti colposi.

Ai fini dell'irrogazione della pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici, il giudice deve tener conto dell'entità della pena come risultante dalla condanna, senza operare alcuna distinzione tra attenuanti di merito e attenuanti meramente processuali o premiali. Di conseguenza, nel patteggiamento occorre aver riguardo alla determinazione in concreto della pena, ovvero dell'incidenza delle circostanze attenuanti e de bilanciamento con le eventuali aggravanti oltre che della diminuente per il rito (cfr. Cass. n. 12894/2009). Parimenti, in caso di giudizio abbreviato, deve sempre essere considerata la pena principale irrogata in concreto, come risultante a seguito della diminuzione effettuata per il rito. Non mancano, tuttavia, pronunce in senso contrario che, rilevando la differenza di genesi e finalità tra circostanze attenuanti e diminuenti previste per la celebrazione del rito, ritengono di escludere queste ultime dal calcolo della pena (cfr. ex multis Cass. n. 2383/2000).

In caso di reato continuato, deve farsi riferimento alla pena principale inflitta per il reato più grave e non anche della continuazione (cfr. Cass. n. 27700/2007).

Durata

In ragione della durata, l'interdizione dai pubblici uffici può essere temporanea, se prevista per un periodo non inferiore ad un anno e non superiore a cinque anni, ovvero perpetua. Per espressa previsione dell'art. 29 c.p., l'interdizione temporanea, quando comminata automaticamente in conseguenza di pena reclusiva non inferiore a tre anni, ha una durata fissa pari a cinque anni; se, invece, la pena detentiva è inferiore a tre anni, la durata della pena accessoria interdittiva ha durata pari a quest'ultima nel rispetto del limite minimo di un anno fissato dall'art. 28 c. 4 c.p.

Ai sensi dell'art. 31 c.p., l'interdizione temporanea, in particolare, è altresì prevista in caso di condanna per delitti commessi con l'abuso dei poteri, violazione dei doveri inerenti ad una pubblica funzione, un pubblico servizio o degli uffici di tutore e curatore di cui all'art. 28 c. 2 n. 3 c.p.

Al condannato minore d'età, ex art. 98 c. 2 c.p., è applicabile la sola interdizione dai pubblici uffici temporanea, sempre che la pena detentiva inflitta sia superiore a cinque anni.

In caso di interdizione dai pubblici uffici prevista quale sanzione accessoria per determinate fattispecie di reato, in assenza di precisa indicazione della sua durata, la stessa deve intendersi come temporanea, con durata pari a quella della pena principale inflitta e comunque non inferiore ad un anno (cfr. Cass. n. 10108/1997).

Gli effetti della sanzione accessoria interdittiva, in ogni caso, cessano in conseguenza della morte del reo, della riabilitazione, dell'amnistia, dell'indulto o della grazia se previsto dalla legge.

Decorrenza

Gli effetti dell'interdizione dai pubblici uffici decorrono dal passaggio in giudicato della sentenza penale di condanna, con esclusione dal computo del periodo in cui il reo sconta la pena detentiva o è sottoposto alla misura di sicurezza detentiva. In altre parole, la perdita dei diritti pubblicistici e l'incapacità di acquisirli o riacquisirli si verifica dal momento in cui la sentenza di condanna diviene definitiva e, al termine della detenzione, a tutto il periodo di interdizione comminato dal giudice.

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(04/12/2016 - Avv.Laura Bazzan) Foto: 123rf.com
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