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Beni culturali: se mancano i soldi, aumentiamo le tasse!

euro
di Nadia Fusar Poli -
Solita storia: aumentano le tasse e si chiude ai privati. Il decreto legge n.91 dell'8 agosto, contiene una lunga serie di disposizioni "per la tutela, la valorizzazione e il rilancio dei beni e delle attività culturali e del turismo". Il programma del ministro Massimo Bray s'inserisce perfettamente in quella lunga linea politica (di fatto una consolidata e immutata tradizione) che, da Visco a Saccomanni, si è imposta come la sola praticabile. Sì all'aumento delle tasse (accise su birra, alcolici e prodotti da fumo), no (qualcosa di molto simile ad una esclusione) ad un intervento dei privati nella valorizzazione e gestione dei beni culturali. La questione solleva ogni volta un coro di opposizioni e gran polveroni: si vorrebbe forse che gli imprenditori, moderni mecenati della cultura, mettessero mano ai propri portafogli (in tempi peraltro di crisi), mossi da mero spirito caritatevole senza aver nulla in cambio? La situazione è questa: mancano i fondi. Serve denaro (e lavoro) per restaurare, salvare, e consentire la migliore fruizione dei beni culturali. Pompei docet!

Il settore ha (e deve avere!) massima rilevanza in un Paese che custodisce un patrimonio immenso e inestimabile come l'Italia. Può (anzi deve) essere considerato un settore chiave e centrale, capace di generare un indotto significativo (basti pensare alle ripercussioni su un settore ad esso collegato come quello del turismo). Ma in Italia non è così. Il settore dei beni culturali, forse più di tutti gli altri, ha fortemente risentito della crisi degli ultimi anni. Le risorse destinate al settore sono state drasticamente tagliate e le politiche adottate hanno penalizzato l'intero sistema culturale, relegato a un ruolo marginale rispetto ad altri settori (come l'economia, capace di far spostare i voti dell'elettorato), a cui sono andati i fondi pubblici. A questo si aggiungano le persistenti (ed anzi crescenti) difficoltà in materia di organizzazione e gestione del bene culturale, e rispetto alle quali la pubblica amministrazione non sembra ancora in grado di poter trovare soluzioni e risposte efficaci. Proprio l'insufficienza e l'inadeguatezza dell'intervento pubblico nel settore dei beni culturali sono dimostrate dai dati sul fatturato del settore. Davvero deludenti per un Paese come l'Italia! Esiste anche un altro elemento di criticità ovvero la necessità, peraltro prevista dalla Costituzione, di una tutela da parte dello Stato, dei beni culturali, unitamente alla loro natura di beni comuni e dunque pubblici. In quest'ottica, il modello della gestione privata rischia di porsi in contraddizione con gli obbiettivi e le finalità della pubblica amministrazione.

Come conciliare la tutela, la conservazione del bene culturale e la garanzia della sua piena fruibilità collettiva, con la partecipazione dei soggetti privati in tale ambito? Equità ed efficienza economica devono necessariamente convivere. I testi legislativi (e allo stesso modo le proposte in circolazione) dovrebbero essere improntati all'apertura: da una parte verso i privati, non solo attraverso i patrocini e le sponsorizzazioni, ma anche mediante locazioni e alienazioni, e dall'altra all'applicazione di nuovi modelli di governance (ad esempio contratti di partenariato) così come alla definizione di nuovi ruoli per i settori pubblico e privato nella gestione dei beni culturali.
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(15/08/2013 - Nadia F. Poli)
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