Azioni a tutela della servitù

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Per tutelare le proprie ragioni, il titolare del diritto di servitù ha a disposizione una serie di mezzi processuali, a seconda delle situazioni e delle esigenze.

L'azione che l'ordinamento ha previsto specificamente per l'istituto de quo è la c.d. “vindicatio servitutis”, anche detta “azione confessoria” disciplinata dall'art. 1079 c.c. nel capo VII rubricato “delle azioni a difesa della servitù”.

In base all'art. 1079 c.c., il proprietario del fondo dominante è legittimato ad utilizzare tale strumento ogni qual volta abbia interesse a far riconoscere in giudizio l'esistenza del proprio diritto, contro chi ne contesta l'esercizio.

Inoltre, nel caso in cui abbia subito o stia subendo impedimenti o turbative di qualunque tipo, consistenti non necessariamente in alterazioni fisiche dello stato di fatto ma anche in comportamenti che pongano in dubbio o in pericolo l'esercizio della servitù (cfr. Cass. n. 1214/1999), potrà chiedere contestualmente la cessazione di questi ostacoli al legittimo godimento del suo diritto.

Infine, secondo quanto prevede l'ultima parte dell'art. 1079 c.c., il titolare del diritto di servitù potrà esperire l'azione volta ad ottenere la rimessione delle cose in pristino, oltre al risarcimento dei danni.

Per quanto concerne la legittimazione a ricorrere agli specifici strumenti predisposti dalla disposizione codicistica, se non sorgono problemi quanto a quella attiva, spettante al titolare del diritto stesso di servitù, quando l'azione possiede natura di accertamento, ovvero a chiunque abbia il diritto di esercitare la servitù, pur non essendone titolare (come ad es. usufruttuario, ecc.), quando l'azione ha natura di condanna (cfr. Cass. n. 22348/2009), qualche dubbio interpretativo ha sollevato invece quella passiva. In merito, mentre per la giurisprudenza più risalente legittimato passivamente è chiunque abbia posto in essere turbative o impedimento al diritto di servitù, quindi sia il proprietario del fondo servente che un terzo (Cass. N. 1383/1994), l'orientamento più recente adotta un atteggiamento più rigoroso, ritenendo che l'actio confessoria e quella negatoria possano essere promosse esclusivamente nei confronti del proprietario del fondo gravato che ne contesti o impedisca l'esercizio (Cass. N. 12479/2013).

Al ricorrere dei rispettivi presupposti, inoltre, il titolare del diritto di servitù è legittimato a ricorrere anche agli strumenti processuali individuati a tutela del possesso e all'azione risarcitoria di cui all'art. 2043 c.c.


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