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P.A., merito e indipendenza per battere la corruzione: la ricetta Unaep

Ne parliamo con l'avvocato Antonella Trentini, presidente dell'Unione Avvocati Enti pubblici
Antonella Trentini presidente Unaep

di Marina Crisafi - Secondo una recente indagine condotta da Trasparency International, l'Italia si piazza al 54simo posto su 180 Paesi monitorati in riferimento all'indice di percezione della corruzione e in Europa fino allo scorso anno era addirittura fanalino di coda. Proprio sui mali della corruzione e sui possibili rimedi per il sistema italiano l'Unaep (Unione Nazionale Avvocati Enti Pubblici) ha organizzato una due giorni dal titolo "Lotta alla corruzione e alle sue connessioni con la criminalità" che si è svolta a Milano il 15 e 16 giugno.

Leggi Unaep: i mali della corruzione e i possibili rimedi

Il convegno è stato l'occasione per porre l'accento sulla corruzione come minaccia al principio di legalità, al tessuto economico-sociale e all'immagine stessa del Paese. Una vera e propria sfida lanciata dagli avvocati pubblici, come ci spiega il presidente Unaep, l'avvocato Antonella Trentini (nella foto).

Avvocato Trentini, corruzione-PA è un binomio antico, cosa non ha funzionato?

In Italia da sempre la corruzione viene percepita come una componente ineliminabile e in certo senso quasi necessaria del funzionamento delle istituzioni. È proprio quest'inerzia sia delle istituzioni che dell'opinione pubblica, l'elemento più preoccupante. Durante l'epoca fascista, connotata da un incremento del fenomeno pari all'aumento di enti e posizioni da assegnare, si poteva contare su due potenti antidoti che il regime aveva ereditato dallo Stato liberale: - l'esistenza nel corpo dello Stato e degli Enti Pubblici di competenze professionali e tecniche molto numerose atte a guidare, i tecnici, e vigilare, avvocati e controlli, sull'intervento pubblico; - il permanere di autorevoli corpi di ispettori radicati nella P.A. Questi elementi mantenevano calmierato il fenomeno corruttivo che non attecchiva all'interno della P.A. o in misura molto minima.

E quindi perché si è giunti all'attuale situazione?

In primo luogo, la trasformazione delle politiche di bilancio delle P.A., dalla contabilità alla finanza, favorisce dagli anni Sessanta l'avvento di una corruzione più estesa e penetrante, aggravata nel corso degli anni dalla nascita del sistema delle Regioni e con esso di un ceto politico ulteriore prima inesistente e di una burocrazia selezionata in loco con sistemi sovente più di cooptazione che concorsuali. Si è assistito quindi a un paradosso: la diffusione della corruzione ha coinciso con l'assegnazione di mezzi finanziari agli Enti Locali e alle Regioni, determinando un rapporto proporzionalmente diretto tra maggior democrazia diffusa e corruzione più diffusa.

In secondo luogo, lo smantellamento delle specializzazioni avviato con il processo di detecnicizzazione ha portato ad un sistema di amministrazione fondato sulla genericità ed interscambiabilità delle posizioni di vertice.

Il terzo fattore, più recente, è la contrattualizzazione del pubblico impiego che ha introdotto, al contrario di quanto si possa pensare, maggiore dipendenza dell'amministrazione dalla politica, benché sia stato salutato come la divisione dalla politica. Pensiamo al cosiddetto spoils system, importato senza le necessarie garanzie che questo sistema ha avuto negli Stati che per primi lo hanno adottato, e che anche nei Paesi anglosassoni pone tanti problemi; o alla rotazione degli incarichi senza criteri ancorati all'omogeneità di professionalità fra i rotanti. Tutto ciò non poteva non creare l'humus per un'espansione del fenomeno corruttivo.

Neanche l'avvocatura è esente da questo fenomeno, come si potrebbe contribuire ad estirparlo?

La pubblica avvocatura appartiene ad un ordine a cui risponde disciplinarmente, ciò significa avere dei valori e osservare una deontologia ben precisa. Il punto è che la corruzione alligna laddove l'amministrazione è priva di una sua identità e di consapevolezza della propria missione, debole e ridotta a ruolo ancillare rispetto al ceto politico, carente degli strumenti professionali necessari a conoscere e agire, priva dell'autonomia ed indipendenza per intervenire col bisturi di fronte all'insorgere della degenerazione corruttiva.

Occorrerebbero, dunque, politiche di riforma amministrativa che accrescano l'autorevolezza dell'amministrazione, il senso dei propri fini, l'orgoglio di farne parte, lo spirito di corpo e soprattutto l'indipendenza dalla politica.

Le statistiche del 2017 e così anche degli anni passati riportano il calo del numero dei dipendenti pubblici, ma non il costo della P.A. Questo significa che vengono attribuiti molti incarichi a contratto o consulenze esterne, tutti fattori che demotivano il dipendente che si vede bloccato nella propria crescita o spogliato delle proprie funzioni a favore di esterni.

Secondo lei non si dovrebbero affidare incarichi esterni, perché?

L'incarico a personale esterno alla PA sul piano soggettivo demotiva e mortifica il dipendente che si vede così esautorato delle funzioni per le quali è stato assunto con la motivazione che egli non sia in grado di attenderle. Sul piano oggettivo determina un doppione della funzione già presente all'interno, sul piano economico crea innalzamento dei costi che si sovrappongono al professionista già in forze. Si ottiene la deresponsabilizzazione, che è il contrario dell'efficienza e si determinano potenziali conflitti di interessi che sono uno fra i fattori della corruzione. A questo riguardo, gli avvocati dipendenti sono gli unici dipendenti della P.A. con vincolo di esclusività assoluto.

Sarebbe meglio agire direttamente alla fonte, e cioè sul reclutamento?

Si deve tornare a fare concorsi, più duri e più selettivi, ma che premino il merito, la capacità e non l'appartenenza. Poggia anche su questo l'indisponibilità alle pratiche corruttive o comunque alla loro tolleranza. Si arriva al punto che i professionisti delle amministrazioni non sono in grado neanche di valutare i progetti dei professionisti privati e devono ricorrere per questa funzione ad altri professionisti privati. Tutto ciò si verifica, in particolare, nell'area degli appalti pubblici, settore fra i più nevralgici in cui la P.A. avrebbe necessità di professionisti organici.

La "ricetta" proposta potrebbe essere estesa a tutta la P.A. e non solo all'avvocatura?

Occorre mettere in campo una vera e propria rivoluzione culturale che sconfigga la raccomandazione che è il vero male della nostra P.A., che non premia più l'efficienza e rende i dipendenti e i dirigenti schiavi della politica, spesso sottopagati e mal stimati.

Al contrario, quanto più la partecipazione ai ruoli pubblici è ambita e socialmente riconosciuta, tanto più la violazione delle regole apparirà indesiderabile. Questo assunto è stato tradito da tutte le riforme della P.A. di questi ultimi 15-20 anni. I passati governi hanno veicolato presso l'opinione pubblica errati concetti: dalle necessità di risparmi che non solo non si sono avuti, ma la spesa è aumentata, nonostante la diminuzione forte di dipendenti, alla generalizzazione del fannullonismo.

Credo che vada invece veicolato un messaggio diverso: la nostra amministrazione è ricca di professionalità che non meritano di essere travolte dalla rappresentazione decadente che se ne dà. Per questo occorre riformare la P.A. valorizzando al meglio le competenze che abbiamo e retribuendo la professionalità, secondo il principio delle persone giuste, al posto giusto, per un tempo giusto. Rotare il personale va bene, ma all'interno di posizioni professionali omogenee. Lavorare nel pubblico può e deve tornare ad essere un prestigio e un'ambizione soprattutto per i nostri giovani.

(20/06/2018 - Marina Crisafi)
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