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Corte Ue: vietare il velo islamico al lavoro è discriminazione

La Corte di giustizia si divide. Nelle conclusioni di un paio di mesi fa l'avvocato generale Kokott si era espresso per il no. Ora l'avvocato Sharpston afferma il contrario
donna con velo islamico

di Valeria Zeppilli – Non solo in Italia, ma anche nell'Unione Europea le decisioni giurisprudenziali non sempre hanno un esito prevedibile. O almeno, a livello UE, non lo hanno le posizioni degli avvocati generali, alle quali esse quasi sempre si conformano.

La questione è venuta particolarmente in rilievo, in questi giorni, con riferimento al velo islamico.

Lo scorso maggio infatti, nella causa C-157/2015 l'avvocato generale Kokott ha orientato le proprie conclusioni dinanzi alla Corte di giustizia nel senso di ritenere conforme alla direttiva 2000/78 sulla parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro (recepita in Italia mediante il decreto legislativo numero 216/2003) la decisione del datore di lavoro di vietare che in azienda siano esibiti simboli religiosi, tra i quali rientra il velo.

Si tratterebbe di una regola aziendale di neutralità religiosa e ideologica.

Con riferimento alla medesima materia, però, qualche giorno fa l'avvocato generale Sharpston si è assestato su una posizione completamente diversa: le politiche aziendali che vietano il velo islamico quando si è a contatto con i clienti sono delle forme di discriminazione.

Il riferimento va alla causa C-188/2015, relativa alla vicenda di una donna mussulmana, impiegata di una società di consulenza informatica francese, alla quale era stato inibito l'utilizzo del velo dopo le lamentele di alcuni clienti. Dato che la donna si era opposta, il licenziamento non era tardato ad arrivare.

Nelle conclusioni rassegnate il 13 luglio 2016 e qui sotto allegate, l'avvocato generale Sharpston ha ricostruito la vicenda giungendo ad affermare che il licenziamento della lavoratrice islamica rappresenta una forma di discriminazione diretta basata sulla religione o sulle convinzioni personali. Il dissenso rispetto a quanto affermato dalla Kokott è quindi netto.

Ora alla Corte di giustizia spetta l'arduo compito di fare chiarezza e di costruire un orientamento che possa essere una guida effettiva per i cittadini.

Staremo a vedere.

Conclusioni Avvocato Generale Causa C-188/2015
Valeria Zeppilli
Consulenza Legale
Laureata a pieni voti in giurisprudenza presso la Luiss 'Guido Carli' di Roma con una tesi in Diritto comunitario del lavoro. Attualmente svolge la professione di Avvocato ed è dottoranda di ricerca in Scienze giuridiche – Diritto del lavoro presso l'Università 'G. D'Annunzio' di Chieti – Pescara
(16/07/2016 - Valeria Zeppilli) Foto: 123rf.com
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