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La bancarotta preferenziale

Guida legale al delitto di violazione della par condicio creditorum
uomo triste su una poltrona in mezzo al mare concetto fallimento

di Giovanni Tringali - Pagare i propri creditori è per l'imprenditore un dovere. La bancarotta preferenziale è il delitto con cui si punisce colui che, volutamente, preferisce soddisfare alcuni creditori piuttosto che altri, violando così la par condicio creditorum. E' uno di quei reati fallimentari in cui più facilmente si può incappare: si pensi al caso dell'imprenditore che soddisfi, con le ultime risorse finanziarie che gli sono rimaste, i creditori più insistenti a scapito di altri più accomodanti: potrebbe sostenersi che non vi era dolo ma semplice ignoranza della legge. La norma appare, sotto questo aspetto, eccessivamente rigorosa perché pretende dal soggetto una estrema correttezza nei confronti del ceto creditorio. Ma tant'è.

La norma

Art. 216. Bancarotta fraudolenta

«omissis… è punito con la reclusione da uno a cinque anni il fallito, che, prima o durante la procedura fallimentare, a scopo di favorire, a danno dei creditori, taluno di essi, esegue pagamenti o simula titoli di prelazione".


Bene giuridico protetto

La parità di trattamento dei creditori prevista dall'art. 2741 c.c.[1] (par condicio creditorum). Con la dichiarazione di fallimento si cristallizza lo stato di insolvenza dell'impresa il cui patrimonio ha perso la funzione di garanzia per i creditori, si certifica, cioè, che la stessa non è più in grado di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni.

Soggetto attivo

L'imprenditore commerciale. Si parla di bancarotta preferenziale impropria ex art. 223 qualora i pagamenti preferenziali siano stati effettuati da amministratori, direttori generali, sindaci o liquidatori di società.

Il creditore non ha un obbligo di rifiutare il pagamento che gli viene offerto dall'imprenditore fallendo o fallito, ma nel caso in cui induca lo stesso a commettere la bancarotta preferenziale potrebbe diventare suo correo in base alle norme generali sul concorso eventuale di persone, sempreché sia stato consapevole dello stato di insolvenza del debitore. Per quest'ultima questione si rimanda agli approfondimenti infra.

Elemento soggettivo

La giurisprudenza ritiene che l'elemento soggettivo del reato è costituito dal dolo specifico (c.d. animus favendi), consistente nella volontà di recare un vantaggio al creditore soddisfatto, con l'accettazione della eventualità di un danno per gli altri secondo lo schema del dolo eventuale (c.d. animus nocendi) nel senso che è sufficiente che il fallito si rappresenti la possibilità di ledere i creditori non favoriti. Vantaggio e possibilità concreta di danno devono sussistere contemporaneamente: si tratta di un reato di pericolo concreto pertanto non è necessario che l'evento "danno" per gli altri creditori si verifichi affinché sussista il reato.

Il reato non sussiste quando il pagamento è effettuato per uno scopo diverso da quello di favorire il creditore, per cui, ad esempio, nel caso di pagamenti posti in essere al fine del risanamento dell'impresa il reato potrebbe non integrarsi per mancanza di una parte dell'elemento soggettivo tipico. I pagamenti effettuati in tale prospettiva, qualora la prognosi di ripresa sia fondata o addirittura ritenuta in termini di certezza dall'imprenditore, escluderebbero la presenza del dolo se effettuati esclusivamente o prevalentemente al fine di salvare la propria impresa.[2]

Di converso, qualora il "fine" dell'imprenditore oltre che essere quello della salvaguardia della attività sociale sia anche quello di avvantaggiare taluni creditori, la bancarotta preferenziale si concretizza comunque, poiché la norma richiede il dolo specifico e non anche il dolo esclusivo (vedi sent. 32725/2014).

In verità parte della dottrina[3], con cui mi trovo d'accordo, ricostruisce il dolo della bancarotta preferenziale nel suo complesso in termini di dolo generico, affermando che il dolo specifico descrive un fatto che si pone al di là della fattispecie oggettiva; cosa che evidentemente non è nel caso dell'art. 216 comma III L.F., in cui tanto il fine di privilegiare quanto quello di danneggiare non sono eventi ulteriori, ma componenti del fatto.

Elemento oggettivo

La condotta può consistere:

1) nell'eseguire dei pagamenti

2) nel simulare titoli di prelazione[4]

a favore di alcuni creditori a danno di altri.

Se non si verifica il "pericolo del danno" per altri creditori, non c'è reato. Dal momento dell'insolvenza scatta per l'imprenditore il dovere di non pagare più i propri creditori. A questo dovere può aggiungersi quello di chiedere il proprio fallimento per evitare l'aggravarsi del dissesto: l'omissione può infatti integrare la bancarotta semplice di cui all'art. 217[5]. In questo senso la richiesta di fallimento è per l'imprenditore non solo salutare ma anche un preciso dovere giuridico.

Il credito pagato in modo preferenziale deve essere effettivo, mentre nel caso di credito simulato si avrà la più grave ipotesi di bancarotta fraudolenta patrimoniale.

Il pagamento può assumere qualsiasi forma (compensazione, novazione oggettiva, restituzione ai soci di finanziamenti, cessione di beni oggetto di leasing, dare in mutuo un proprio bene, ecc.) purché rappresenti una dazione di beni di qualsivoglia genere quale corrispettivo di un debito. Si è ritenuta, ad esempio, sussistente la bancarotta preferenziale nel caso di una banca che era passata da creditrice chirografaria a creditrice privilegiata per aver il fallito acceso un mutuo fondiario garantito da ipoteca su un immobile con evidente violazione della par condicio creditorum (Sent. n. 16688/2004).

I pagamenti "contestuali" non costituiscono reato atteso che, per come è configurata la norma, rilevano solo i pagamenti effettuati dopo che è sorto il credito. Non costituisce pagamento, invece, il rilascio di una cambiale essendo un titolo di credito e quindi solo una semplice promessa di pagamento.

La simulazione dei titoli di prelazione può consistere nella costituzione di ipoteca o pegno apparenti, o il far apparire un credito di lavoro (come tale privilegiato) al posto di un credito chirografario. La simulazione deve avvenire su un credito effettivamente esistente, se infatti il credito fosse inesistete si ricadrebbe nell'ipotesi di bancarotta distrattiva.

Gli artt. 1414 e seguenti del codice civile non forniscono una definizione di simulazione. Dottrina e giurisprudenza ritengono che un contratto è simulato quando le parti ne documentano la stipulazione al fine di poterlo invocare di fronte a terzi con l'intesa che gli effetti previsti non debbano verificarsi.

Partendo dal presupposto che le norme in tema di bancarotta preferenziale mirano ad impedire un'arbitraria alterazione delle quote di riparto tra i creditori, ne consegue che il mezzo tipico adoperato dall'agente deve essere idoneo a conseguire lo scopo vietato dalla legge. Poiché mediante l'uso di titoli di prelazione il riparto dell'attivo tra i creditori può essere artificiosamente alterato solo quando venga fatto valere un titolo di prelazione che in effetti non esiste, si deve concludere che simula titoli di prelazione chi fa apparire come esistenti titoli di prelazione in realtà inesistenti. Si richiede una idoneità a produrre "effetti di fatto" per cui non ha alcuna importanza se l'atto formato sia nullo o soltanto revocabile.

Il volere titpico dei pagamenti preferenziali o della simulazione dei titoli di prelazione può essere realizzato anche attraverso una condotta omissiva come, ad esempio, la semplice acquiescenza alle pretese fatte valere giudizialmente dal creditore quando con tale acquiescenza si miri ad avvantaggiare un creditore in danno di altri.

Consumazione

Il presupposto della bancarotta preferenziale è lo stato di insolvenza: se tale stato è lontano o incerto non vi è dubbio che sia lecito pagare i creditori. Il reato può essere consumato prima o dopo il fallimento. Il ruolo rivestito dalla sentenza dichiarativa di fallimento nella fattispecie di bancarotta prefallimentare - compresa la bancarotta preferenziale - si riflette sull'individuazione del relativo tempus commissi delicti: la giurisprudenza dominante ritiene che la data di commissione del reato di bancarotta coincida con quella di dichiarazione del fallimento, che è quindi considerata un "elemento costitutivo" del reato e non una condizione oggettiva di punibilità.

Nel caso di bancarotta postfallimentare occorre invece guardare al tempo e al luogo in cui vengono posti in essere i fatti tipici.

Prescrizione

La cornice edittale va da uno a cinque anni. Si applicano i principi generali previsti dall'art. 157 c.p. per cui la prescrizione estingue il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge e comunque un tempo non inferiore inferiore a sei anni se si tratta di delitto e a quattro anni se si tratta di contravvenzione, ancorché puniti con la sola pena pecuniaria.

I soggetti passivi

Sono i "creditori concorsuali" ovvero tutti quelli che erano creditori fino al momento della dichiarazione di fallimento. Per sapere chi sono i creditori concorsuali è necessario verificare quando sia sorto il titolo del credito (il contratto o altro titolo costitutivo dell'obbligazione), se cioè tale titolo sia sorto prima o dopo la dichiarazione di fallimento; si distinguono:

a. creditori i cui crediti sono scaduti prima o alla data della dichiarazione di fallimento;

b. creditori i cui crediti non siano ancora scaduti alla data della dichiarazione di fallimento;

c. creditori i cui crediti erano sottoposti a condizione sospensiva alla data dichiarazione di fallimento (c.d. creditori condizionali).

Possono insinuarsi nel fallimento proprio perché antecedenti alla dichiarazione di fallimento.

Non sono creditori concorsuali coloro che sono divenuti tali dopo la dichiarazione di fallimento. Questi ultimi possono solo sperare che, dopo la chiusura del fallimento, il fallito abbia conservato parte del suo patrimonio sul quale potranno soddisfarsi.

Procedibilità

D'ufficio.

Giurisprudenza

Non sussiste violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza nel caso in cui il giudice di appello, in riforma della sentenza assolutoria di primo grado dal reato di bancarotta per distrazione, riqualifichi il fatto come bancarotta preferenziale, in quanto l'atto dispositivo tipico di tale fattispecie criminosa costituisce una "species" del più ampio "genus" di sottrazioni di risorse del patrimonio della società, che caratterizza la bancarotta per distrazione. (In motivazione, la Corte ha peraltro precisato che la lesione dei diritti di difesa può escludersi solo se le prove ammesse al contraddittorio abbiano avuto ad oggetto anche lo specifico tema della figura di reato meno grave oggetto di riqualificazione) (Sez. 5, Sentenza n. 31680 del 22/05/2015).

In caso di fallimento, integra il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione l'appropriazione indebita da parte dell'amministratore di somme di spettanza della società, ancorché l'amministratore vanti un credito nei confronti della società stessa, poiché la compensazione e, quindi, la eventuale sussistenza della bancarotta preferenziale, può essere invocata solo in presenza di un debito nei confronti della società maturato per cause lecite (Sez. 5, Sentenza n. 24324 del 15/04/2015).

In tema di bancarotta, qualora il socio creditore si identifichi con lo stesso amministratore della società, la condotta di quest'ultimo, volta alla restituzione, in periodo di dissesto, di finanziamenti in precedenza concessi, integra il reato di bancarotta per distrazione e non quello di bancarotta preferenziale (Sez. 5, Sentenza n. 34505 del 06/06/2014).

Concorre nel reato di bancarotta preferenziale il creditore che, consapevole dello stato di dissesto del debitore fallendo, fornisce un contributo causale determinante alla violazione della "par condicio". (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto che correttamente la decisione impugnata avesse ravvisato gli estremi del reato con riferimento alla condotta di soci dell'impresa poi dichiarata fallita, i quali, in un momento successivo alla manifestazione dei segnali di decozione, avevano anticipato delle somme di denaro necessarie per consentire all'ente il compimento di un'operazione economica e ne avevano poi ottenuto l'immediata restituzione) (Sez. 5, Sentenza n. 40998 del 20/05/2014).

Ai fini della configurabilità del reato di bancarotta preferenziale è necessaria la violazione della "par condicio creditorum" nella procedura fallimentare (elemento oggettivo) e il dolo specifico costituito dalla volontà di recare un vantaggio al creditore soddisfatto, con l'accettazione della eventualità di un danno per gli altri (elemento soggettivo), con la conseguenza che la condotta illecita non consiste nell'indebito depauperamento del patrimonio del debitore ma nell'alterazione dell'ordine, stabilito dalla legge, di soddisfazione dei creditori. Pertanto, nel caso in cui il fallito provveda al pagamento di crediti privilegiati, la configurabilità del reato di bancarotta preferenziale presuppone il concorso di altri crediti con privilegio di grado prevalente o eguale rimasti insoddisfatti per effetto dei pagamenti "de quibus" e non già di qualsiasi altro credito (Sez. 5, Sentenza n. 15712 del 12/03/2014).

Integra il reato di bancarotta preferenziale la cessione di crediti, pro solvendo, pro soluto o a scopo di garanzia, essendo irrilevante che il credito venga effettivamente riscosso, in quanto l'effetto traslativo si determina all'atto dell'accordo tra cedente e cessionario con conseguente depauperamento del patrimonio della società fallita e sottrazione del credito alla garanzia dei creditori (Sez. 5, Sentenza n. 16983 del 05/03/2014).

In tema di concorso in bancarotta preferenziale, il dolo dell'"extraneus" nel reato proprio dell'amministratore consiste nella volontarietà della propria condotta di sostegno a quella dell'"intraneus", con la consapevolezza che essa determina la preferenza nel soddisfacimento di uno dei creditori rispetto agli altri, non essendo, invece, richiesta la specifica conoscenza del dissesto della società (Sez. 5, Sentenza n. 16983 del 05/03/2014).

In tema di bancarotta preferenziale, la compensazione volontaria, pur consentita in linea generale dall'art.1252 cod.civ. e dall'art.56 L.fall., può integrare il reato di cui all'art. 216, comma terzo, L. fall. nei casi in cui l'accordo sia raggiunto durante la fase di insolvenza e sia finalizzato a favorire alcuni creditori con danno per gli altri (Sez. 5, Sentenza n. 16983 del 05/03/2014).

In tema di bancarotta preferenziale, l'elemento soggettivo del reato è costituito dal dolo specifico, consistente nella volontà di recare un vantaggio al creditore soddisfatto, con l'accettazione della eventualità di un danno per gli altri secondo lo schema del dolo eventuale; ne consegue che tale finalità non è ravvisabile allorchè il pagamento sia volto, in via esclusiva o prevalente, alla salvaguardia della attività sociale o imprenditoriale ed il risultato di evitare il fallimento possa ritenersi più che ragionevolmente perseguibile (Sez. 5, Sentenza n. 16983 del 05/03/2014).

L'elemento soggettivo del delitto di bancarotta preferenziale è costituito dal dolo specifico, ravvisabile quando l'atteggiamento psicologico del soggetto agente sia rivolto a preferire intenzionalmente un creditore, con concomitante riflesso, anche secondo lo schema tipico del dolo eventuale, nel pregiudizio per altri (Sez. 5, Sentenza n. 673 del 21/11/2013).

In tema di reati fallimentari, l'amministratore che si ripaghi di propri crediti verso la società fallita risponde di bancarotta preferenziale - non di bancarotta fraudolenta patrimoniale - specificamente connotata dall'alterazione della "par condicio creditorum", essendo, invece irrilevante, ai fini della qualificazione giuridica del fatto, la specifica qualità di amministratore della società, se del caso censurabile in sede di commisurazione della sanzione (Sez. 5, Sentenza n. 5186 del 02/10/2013).

In tema di bancarotta per distrazione, non sussiste il dolo in presenza della volontà dell'imprenditore poi fallito di porre in essere una condotta finalizzata all'estinzione di posizioni debitorie della società (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto configurabile l'elemento soggettivo del delitto di bancarotta preferenziale in presenza di una condotta finalizzata a definire le più importanti posizioni debitorie di una società, soddisfacendo gli interessi dei principali creditori) (Sez. F, Sentenza n. 41665 del 10/09/2013).

Sussiste la violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza nel caso in cui il giudice di appello, in riforma della sentenza assolutoria di primo grado dal reato di bancarotta preferenziale, condanni l'imputato per il reato di bancarotta per distrazione, trattandosi di fatto significativamente e sostanzialmente diverso da quello contestato con l'originaria imputazione, con conseguente difetto della concreta possibilità di esercizio dei correlati poteri difensivi dell'imputato, cosicché si impone l'applicazione - previo annullamento senza rinvio della sentenza impugnata e di quella di primo grado - del disposto di cui all'art. 521, comma secondo, cod. proc. pen., che prevede l'invio degli atti al P.M. (Sez. 5, Sentenza n. 9347 del 30/01/2013).

Qualora il socio creditore si identifichi con lo stesso amministratore della società, la condotta di quest'ultimo, volta alla restituzione, in periodo di dissesto, di finanziamenti in precedenza concessi, integra l'ipotesi di bancarotta per distrazione e non quella di bancarotta preferenziale (Sez. 5, Sentenza n. 42710 del 03/07/2012).

L'amministratore che si ripaghi di un proprio credito verso la società risponde del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale e non di bancarotta preferenziale, non potendo scindersi la sua qualità di creditore da quella di amministratore, come tale vincolato alla società dall'obbligo di fedeltà e da quello della tutela degli interessi sociali nei confronti dei terzi (Sez. 5, Sentenza n. 25292 del 30/05/2012).

Integra il delitto di bancarotta per distrazione la condotta dell'amministratore che occulti con artifici contabili l'ammanco dalle casse della fallita di somme ingenti (Nella fattispecie, la Corte ha precisato altresì che, in tal caso, non è configurabile il delitto di bancarotta preferenziale, in quanto, affinchè si possano considerare le somme dovute a titolo di retribuzione, è necessario che lo statuto della società fallita contempli espressamente la retribuzione dovuta all'amministratore e ne quantifichi l'ammontare ovvero, in subordine, che la corresponsione delle suddette retribuzioni sia riportata in bilancio (Sez. 5, Sentenza n. 1901 del 28/10/2010)).

Risponde di bancarotta preferenziale e non di bancarotta fraudolenta per distrazione l'amministratore che, senza autorizzazione degli organi sociali, si ripaghi dei suoi crediti verso la società in dissesto relativi a compensi per il lavoro prestato, prelevando dalla cassa sociale una somma congrua rispetto a tale lavoro (Sez. 5, Sentenza n. 21570 del 16/04/2010).

L'elemento soggettivo del delitto di bancarotta preferenziale (art. 216, comma terzo, L. fall.) è costituito dal dolo specifico che è ravvisabile ogni qualvolta l'atteggiamento psicologico del soggetto agente sia rivolto a favorire un creditore, riflettendosi contemporaneamente, anche secondo lo schema tipico del dolo eventuale, nel pregiudizio per altri. Ne consegue che i pagamenti effettuati in situazione di insolvenza, anche attraverso "datio in solutum" e più specificamente a mezzo di compensazioni, sono consentiti in linea generale dagli art. 1186 cod. civ. e dall'art. 56 L. fall., ma assumono rilievo penalistico se qualificati al fine di favorire, a danno dei creditori, taluni di essi (Sez. 5, Sentenza n. 31894 del 26/06/2009).

Concorre nel reato di bancarotta preferenziale il creditore consapevole dello stato di dissesto del debitore fallendo, il quale fornisca un contributo determinante dal punto di vista causale alla violazione della "par condicio". (Nella specie il creditore si soddisfaceva dei propri crediti utilizzando le somme di pertinenza della società in stato di insolvenza versate dai debitori di quest'ultima su un conto corrente a lui intestato) (Sez. 5, Sentenza n. 39417 del 24/09/2008).

In tema di bancarotta preferenziale, deve ritenersi configurabile la sussistenza del reato, sotto il profilo oggettivo, anche nel caso di cessione di crediti, atteso che il relativo effetto traslativo si produce nel momento in cui si realizza l'incontro delle volontà fra cedente e cessionario, per cui da quello stesso momento si determina il depauperamento del patrimonio dell'impresa fallita, nulla rilevando che la cessione avvenga, salvo patto contrario, "pro solvendo" e che, ai sensi dell'art. 1198 cod. civ., quando in luogo di adempimento è ceduto un credito, l'obbligazione si estingue con la riscossione del credito, se non risulta una diversa volontà delle parti (Sez. 5, Sentenza n. 24105 del 21/04/2004).

In tema di bancarotta preferenziale, il dolo specifico consiste nel fine di favorire taluno dei creditori in danno degli altri, ma non occorre che il danno alla massa sia voluto direttamente dall'agente, essendo sufficiente l'accettazione della sua eventualità. (Fattispecie di vendita dell'unico immobile societario al fine di ripianare i debiti di uno dei creditori) (Sez. 5, Sentenza n. 4431 del 04/03/1998).

L'elemento soggettivo del reato di bancarotta preferenziale, di cui all'art. 216, terzo comma, R.D. 16 marzo 1942, n. 267, è ravvisabile ogni qualvolta l'atteggiamento psicologico del soggetto agente sia rivolto a favorire un creditore, riflettendosi, contemporaneamente, anche secondo lo schema tipico del dolo eventuale, nel pregiudizio per altri. La punibilità non è esclusa dalla mancata incriminazione del creditore favorito, nei cui confronti sia ipotizzabile il concorso nel delitto. (Fattispecie in cui l'imputato aveva effettuato un pagamento in favore di un istituto bancario in data successiva alla camera di consiglio del tribunale per deliberare sulle istanze di fallimento) (Sez. 5, Sentenza n. 4427 del 24/02/1998).

In tema di bancarotta fraudolenta preferenziale (art. 216, terzo comma legge fallimentare), quando la condotta si attua mediante la "datio in solutum", che è pur sempre un negozio traslativo oneroso, vanno applicati i principi della compravendita, onde stabilire se gli atti compiuti siano idonei a realizzare il trasferimento dei beni e, quindi, la sottrazione degli stessi alla garanzia dei creditori. Risponde, pertanto del reato suindicato, l'amministratore di una società a responsabilità limitata, dichiarata fallita, che abbia ceduto alcuni autoveicoli ad uno dei creditori, anche se non abbia provveduto alla relativa trascrizione presso il Pubblico Registro Automobilistico, poiché il trasferimento di proprietà si è già verificato con l'incontro della volontà delle parti (Sez. 5, Sentenza n. 9318 del 05/07/1994).

Non è ipotizzabile il delitto di bancarotta preferenziale, per difetto dell'elemento psicologico, nel fatto del titolare dell'azienda che provveda al pagamento di alcuni creditori al fine di eliminare istanze di fallimento, con la intenzione di migliorare la situazione dell'azienda medesima ed evitare la procedura concorsuale (Sez. 5, Sentenza n. 7248 del 15/04/1992).

La fattispecie di cui all'art. 216, terzo comma, R.D. 16 marzo 1942, n. 267 (bancarotta preferenziale) si riferisce al fallito che esegue pagamenti o simula titoli di prelazione allo scopo di favorire, a danno di altri creditori, alcuni di essi. Occorre, quindi - quanto all'oggetto del reato - la violazione della "par condicio creditorum" nella procedura fallimentare e, in relazione all'elemento psicologico, il dolo specifico, costituito dalla volontà di recare un vantaggio al creditore (o ai creditori) soddisfatto, con l'accettazione della eventualità di un danno per gli altri. (Nella specie, relativa ad annullamento di sentenza di condanna, la S.C. ha osservato che il ricorrente pagò crediti privilegiati - liquidazioni di propri dipendenti -, onde l'eventuale sussistenza del reato implicava il concorso di altri crediti - con privilegio di grado prevalente o eguale - rimasti insoddisfatti per effetto dei pagamenti "de quibus", e non di qualsiasi altro credito, come erroneamente ritenuto nella sentenza impugnata) (Sez. 5, Sentenza n. 7230 del 28/05/1991).

Ai fini del dolo specifico nel delitto di bancarotta preferenziale, mentre occorre che il vantaggio sia voluto direttamente, per quanto riguarda il danno dei creditori è sufficiente che ne sia accettata l'eventualità. (V mass n 171576; (V mass n 171871; (Conf mass n 176284; (Conf mass n 167257; (Conf mass n 155139) (Sez. 5, Sentenza n. 6681 del 19/04/1988).

Non è ipotizzabile il delitto di bancarotta preferenziale per difetto dell'elemento psicologico, nel fatto del titolare della azienda che provveda al pagamento di alcuni crediti al fine di eliminare le istanze di fallimento, con la certezza di riuscire a ripianare in tal modo la situazione dell'azienda medesima e ad evitare la procedura concorsuale (Sez. 5, sentenza n. 9400 del 12/06/1985).

Approfondimenti

Concorso dell'extraneus nel reato di bancarotta preferenziale

Secondo quanto previsto dall'art. 1186 c.c.[6] il creditore può "esigere" immediatamente la prestazione, anche in pendenza di un termine stabilito in favore del debitore se questi è divenuto insolvente e pertanto lo stato d'insolvenza esistente e conosciuto al momento del pagamento di un debito non scaduto non è di per sé elemento idoneo a concretare una bancarotta preferenziale né un concorso nella stessa da parte del creditore favorito.

L'art. 1186 c.c. potrebbe non trovare applicazione quando lo stesso fatto – pagamento in stato di insolvenza – assuma un diverso e opposto rilievo con la dichiarazione di fallimento del debitore in virtù di norme speciali che come quelle relative alla revocatoria fallimentare prevedono l'inefficacia di quei pagamenti o come la bancarotta preferenziale di cui all'art. 216 coma terzo L.F. che attribuisce ai pagamenti un carattere delittuoso se qualificati dal fine di favorire, a danno dei creditori, taluno di essi.

Come si capisce la questione è delicata per gli eventuali profili di responsabilità penale che possono derivare al terzo extraneus che riceve il pagamento per un credito già esistente alla data del fallimento.

L'unica via per determinare se vi sia concorso sembra quella di valutare l'elemento psicologico del creditore nel momento in cui richiede il pagamento: laddove quest'ultimo diviene "consapevole del vantaggio" ricevuto e del pregiudizio subito dagli altri creditori appare inevitabile il verificarsi di quel quid pluris che costituisce l'elemento fondante la responsabilità "concorrente", quantunque a mio parere, anche e soprattutto alla luce di quanto disposto dall'art. 1186 c.c., non basta la consapevolezza ma occorre che egli determini - nel senso di porre in essere un'attività di vera e propria istigazione - il fallito al pagamento. Un concorso è sicuramente ipotizzabile nel caso di un previo accordo tra debitore e creditore. La Corte Suprema[7] è dell'avviso che il creditore è responsabile qualora, essendo consapevole del dissesto, dia un determinante contributo causale (in termini di condicio sine qua non) alla violazione della par condicio.

Non si vede come la mera accettazione del pagamento, non accompagnata da altre attività, possa costituire concorso nel reato.

Nel caso di pagamento effettuato dopo che il creditore sia venuto a conoscenza dell'avvenuta dichiarazione di fallimento, (bancarotta preferenziale postfallimentare) la condotta del creditore sarebbe in ogni caso punibile, poiché la sentenza dichiarativa di fallimento inibisce l'esercizio di azioni esecutive individuali (art. 51 L.F.) e rende inapplicabile l'art. 1186 c.c.[8]

Personalmente non condivido la posizione di quella giurisprudenza che ai fini dell'affermazione di responsabilità del creditore ritiene sufficiente che costui sia consapevole, al momento di ricevere il pagamento, dell'esistenza in capo al debitore dei due profili dell'animus favendi e nocendi, scaturendo da tale consapevolezza l'obbligo di rifiutare il pagamento per un motivo legittimo, cioè la violazione della parità di condizioni.

Il pagamento dei tributi

Dobbiamo chiederci se il pagamento dei tributi da parte dell'imprenditore possa costituire bancarotta preferenziale nel caso in cui le ultime risorse a disposizione del soggetto, poi fallito, siano state impiegate per pagare l'Erario.

Secondo l'art. 2752 c.c.[9] hanno privilegio generale sui mobili del debitore una serie di crediti dello Stato per alcune imposte e sanzioni. Ma ovviamente vi possono essere altri creditori privilegiati, che dal pagamento dei tributi, subirebbero un danno alle loro pretese. Un caso di questo tipo è stato deciso dalla Suprema Corte con sentenza n. 5921/2015: in particolare è stato dichiarato fondato il ricorso di un liquidatore il quale è stato considerato legittimamente convinto che la regola della par condicio creditorum di cui agli artt. 51 e 52 della legge fallimentare gli imponesse di non procedere, trattando in maniera preferenziale l'Erario rispetto ai restanti creditori privilegiati, al pagamento del debito.

Da una parte il mancato versamento dell'imposta (l'IVA nel caso di specie) può integrare la violazione ex art. 10-ter del d.lgs. 74/2000, mentre dall'altro il pagamento all'Erario può costituire il reato di bancarotta preferenziale nel caso in cui, assieme allo Stato, vi siano altri creditori privilegiati.

Nel caso all'esame della Corte si era appurato che nelle casse societarie vi erano disponibilità di liquidità tali da far fronte al versamento relativo all'anno 2009; tale circostanza secondo i giudici evidenziava l'insussistenza di ragioni del mancato versamento diverse da quella della convinzione di dover rispettare l'obbligo della par condicío.

In definitiva la Corte decideva per la sussistenza della scriminante putativa dell'art. 51 c.p.[10] tale da far escludere il fumus commissi delicti. Tale disposizione è espressione del principio di non contraddizione dell'ordinamento giuridico secondo cui un fatto costituente esercizio di una facoltà o, come nel presente caso, di un obbligo, non possa, al tempo stesso, essere qualificato anche come reato.

Rispetto al pagamento coattivo, cioè effettuato in seguito a provvedimento dell'autorità giudiziaria, la prevalente dottrina ne riconosce la natura preferenziale se il debitore, pur avendo gli strumenti per farlo, non ha resistito alla pretesa, al fine di favorire il creditore ricorrente a danno degli altri; in questo caso, infatti, non può ritenersi esclusa la componente volontaristica del pagamento, connaturata al concetto di preferenza; l'orientamento minoritario ritiene, invece, necessaria - ai fini dell'attribuzione di responsabilità - la prova di un'intesa fraudolenta tra i protagonisti del rapporto debitorio giunto in sede giudiziaria. Invece, il caso in cui l'adempimento sia imposto da una sentenza di condanna non pone particolari problemi: esso rientra nella scriminante dell'adempimento del dovere ex art. 51 c.p.

I pagamenti in generale

Poiché il pagamento deve arrecare offesa alla par condicio creditorum, il reato non sussiste nel caso di:

· pagamento di un credito privilegiato quando nella massa attiva vi sia capienza per il soddisfacimento di tutti i crediti privilegiati dello stesso grado;

· pagamento di un credito garantito da pegno, ipoteca anticresi o privilegio speciale, sempre che il bene oggetto della garanzia abbia un valore pari o superiore all'ammontare del credito;

· pagamento di un credito con beni che ai sensi dell'art. 46 L.F. non sono destinati al soddisfacimento della massa dei creditori;

· pagamento di un credito chirografario pro quota nei limiti di una percentuale garantita anche agli altri crediti;

· consegna all'avente diritto di cose di cui l'imprenditore ha soltanto il possesso precario (a titolo di locazione, deposito o comodato) o di cose che, benché acquistate con atto illecito, non sono entrate nel suo patrimonio perché in tal caso non può parlarsi di atti pregiudizievoli ai creditori;

· pagamenti effettuati da terzi con mezzi propri;

· pagamento di crediti assistiti dal regime di prededuzione,

· il rilascio di effetti cambiari trattandosi di titoli di credito e quindi di semplici promesse di pagamento.

L'espressione "eseguire pagamenti" va intesa nel significato più ampio possibile nel senso che non si tratta solo dei pagamenti pecuniari o con titoli di credito ma riguarda tutti i pagamenti con effetti traslativi della proprietà e degli altri modi di adempimento delle obbligazioni traslativi (es. datio in solutum) e non (es. la compensazione). Riguardo proprio al caso della compensazione si tenga presente quanto previsto dall'art. 56 L.F. [11] circa il diritto dei creditori di compensare coi loro debiti verso il fallito i crediti che essi vantano verso lo stesso.

Il pagamento traslativo si configura quando il trasferimento di proprietà avviene in adempimento di un'obbligazione che ha per oggetto un "dare". Vi rientrano:

· pagamenti pecuniari;

· datio in solutum (artt. 1167 e 1168 c.c.);[12]

· prestazioni dirette al trasferimento di cosa determinata che hanno fonte nella legge (es. le obbligazioni restitutorie derivanti dall'indebito ex art 2037 c.c. e le obbligazioni risarcitorie non pecuniarie);

· le prestazioni aventi oggetto il trasferimento di cose generiche ex art. 1378 c.c.;

· le ipotesi di c.d. vendita obbligatoria.

La bancarotta preferenziale è integrata anche nel caso di cessione di crediti attesoché il relativo effetto traslativo si produce nel momento in cui si realizza l'incontro delle volontà fra cedente e cessionario, ma anche nel caso di sostituzione di un debito con un altro per effetto di novazione oggettiva.

Il pagamento deve estinguere un debito effettivo o esistente altrimenti si tratterebbe di distrazione.

La norma non fa distinzione tra crediti non ancora scaduti e crediti liquidi ed esigibili.

Con riguardo al "momento di nascita del credito" è da ritenere che quest'ultimo possa essere sorto sia prima del manifestarsi dello stato d'insolvenza sia durante il medesimo.

Non costituisce reato il pagamento contestuale all'esecuzione della controprestazione e alla conclusione del relativo negozio, non subendo effettivo pregiudizio la par condicio creditorum e, comunque, non residuando un debito che debba essere adempiuto.

Non sussiste il reato se il pagamento è imposto da norma imperativa es. imposte, tasse, oneri amministrativi.

I pagamenti ai soci e agli amministratori, le restituzioni dei finanziamenti
L'amministratore vanta un diritto alla retribuzione che può essere ricompreso, attraverso un'interpretazione estensiva della norma, tra i pagamenti di corrispettivi ex art. 67 comma 3 lett. f[13] e, come tale, esentato da revocatoria. Se il pagamento è consono alla retribuzione a lui spettante perché, ad esempio, specificamente prevista e quantificata da un contratto scritto, nulla quaestio; nel caso in cui il prelievo dell'amministratore travalichi detti limiti e, per modalità e tempistica, determini la causazione o aggravamento del dissesto, sarà invece configurabile una bancarotta fraudolenta ex art. 223.

La Suprema Corte ha più volte affermato che la qualifica di amministratore di una società di capitali non è di per sé incompatibile con la condizione di lavoratore subordinato alle dipendenze della stessa società ma, perché sia configurabile un rapporto di lavoro subordinato, è necessario che colui che intenda farlo valere non sia amministratore unico della società e provi in modo certo il requisito della subordinazione.

Essendo pacifico che il credito per retribuzione dell'amministratore non gode del privilegio di cui all'art. 2751 bis c.c., né di quello al n. 1 né di quello al n. 2, si apre la strada, nella ricorrenza degli altri presupposti, anche alla revocatoria dei pagamenti effettuati. La Corte, infatti, ha affermato essere suscettibile di azione revocatoria fallimentare, a norma dell'art. 67 comma 2 L.F., il pagamento del compenso mensile percepito dell'amministratore della società poi dichiarata fallita, in quanto il principio generale della inefficacia dei pagamenti, effettuati nel periodo sospetto in violazione della "par condicio creditorum" ed intervenuti tra soggetti entrambi consapevoli dello stato d'insolvenza, opera necessariamente nell'indicata situazione, nella quale l'amministratore concentra su di sè la duplice veste di creditore del compenso e di gestore dell'impresa societaria (Cass. Sent. n. 11216 del 27/10/1995).

Una questione ancora controversa è quale fattispecie di reato sussista nel caso in cui il pagamento, tramite il quale si effettua una compensazione di una posizione di credito/debito dell'amministratore verso la società, presenti i connotati della preferenzialità. Se si opta per la terzietà dell'amministratore-creditore rispetto alla società, il pagamento di favore configura una bancarotta preferenziale con la peculiarità della coincidenza in capo al medesimo soggetto dei ruoli di favorente e favorito. Se invece si considera l'amministratore per il ruolo gestorio che svolge per la società allora il fatto potrebbe qualificarsi come bancarotta fraudolenta costituendo il pagamento una distrazione di beni ricompresi nella garanzia patrimoniale.

Bisogna stare attenti a distinguere tra l'amministratore che abbia distratto beni della società e colui che si sia ripagato di un proprio credito nei confronti di questa: è evidente che il profilo dell'infedeltà sarà configurabile soltanto nel primo caso, laddove la seconda condotta costituisce esclusivamente violazione del principio della parità di condizioni. Tra l'altro, in quest'ultimo caso, il fatto che la bancarotta preferenziale sia commessa dagli amministratori non determina un mutamento di fattispecie applicabile, ma una maggior gravità, censurabile in sede di commisurazione della pena ex art. 133 c.p..

La società può ricorrere a due distinte fonti di "finanziamento":

· capitale proprio o di rischio, destinato a permanere durante l'attività e la vita della società;

· capitale di credito o di terzi, destinato a essere rimborsato e ad avere una remunerazione non dipendente dai risultati economici della società.

I versamenti dei soci possono assumere natura di dotazione di capitale (conferimenti) ovvero di finanziamento a titolo di capitale di credito (prestiti).

Nel caso di conferimento la società non assume un immediato obbligo di restituzione. La restituzione si verifica in ipotesi di riduzione del capitale, liquidazione della società o recesso di un socio. La restituzione ai soci di quote di capitale (conferimenti) integra bancarotta fraudolenta impropria e non preferenziale, dato che tale credito è esigibile soltanto in fase di liquidazione e dopo che tutti i creditori "non soci" siano stati soddisfatti.

Nel caso di prestito la società assume invece un obbligo di rimborso del capitale e, eventualmente, anche di interessi. L'art. 2467 c.c.[14] dispone la postergazione del rimborso dei finanziamenti dei soci a favore della società rispetto alla soddisfazione degli altri creditori. La norma in esame utilizza due criteri per valutare se il finanziamento soci è da considerarsi postergato o meno:

· eccessiva sproporzione nel rapporto indebitamento/patrimonio netto;

  • ragionevolezza di un conferimento in relazione alla situazione finanziaria in cui volge la società.

Questi criteri sono rilevanti, come testualmente riporta l'art. 2467 c.c., nel momento in cui viene effettuato il finanziamento. Ciò significa che il finanziamento nasce postergato, non rilevando il successivo deteriorarsi delle condizioni della società.

Circa la validità della postergazione vi sono due orientamenti: il primo sostiene che la postergazione ha effetto durante il periodo di ordinario funzionamento della società. Il finanziamento soci postergato non può mai essere rimborsato prima del rimborso dei debiti nei confronti dei terzi, pertanto è possibile procedere al rimborso solo se nel corso della vita della società si verificano le seguenti due condizioni:

· che i debiti verso terzi siano stati completamente soddisfatti, o quanto meno sussistano sufficienti mezzi finanziari per soddisfarli;

  • che l'originario squilibrio patrimoniale-finanziario, che ha prodotto la postergazione, sia stato superato.

Secondo un diverso orientamento la postergazione non è un divieto (assoluto) di rimborsare i prestiti durante la vita della società, ma trova applicazione esclusivamente quando esiste un concorso (in sede di procedura concorsuale liquidatoria o in pendenza di un'esecuzione individuale), restando estranea alle normali vicende dell'impresa e alla liquidazione volontaria. Da questo punto di vista, la postergazione non vieta che, nel normale svolgimento della vita societaria, il socio venga rimborsato del suo finanziamento se nel frattempo il credito è giunto a scadenza e pertanto è divenuto esigibile. Tale conclusione sarebbe confortata dall'esplicita previsione normativa dell'art. 2467 c.c., che prevede la restituzione del rimborso avvenuto nell'anno precedente la dichiarazione di fallimento: difatti questa previsione presuppone implicitamente la possibilità di rimborsare, durante la vita della società, i prestiti dei soci alle originare scadenze, anche prima dello scioglimento e della liquidazione della società.

Dobbiamo chiederci se è lecito il rimborso eseguito, in presenza dei presupposti di postergazione, in data antecedente l'anno anteriore la dichiarazione di fallimento. Detti rimborsi sembrerebbero esenti da revocatoria e, più in generale, immuni da conseguenze, ma potrebbero configurare una bancarotta preferenziale.

Altra questione è quella della liceità di "restituzioni anticipate" di finanziamenti tecnicamente postergati, cui non faccia seguito la dichiarazione di fallimento della società, ovvero di quelle eseguite dopo il pagamento dei debiti preesistenti l'erogazione del finanziamento ma in presenza di debiti sorti in epoca successiva.

A parere di chi scrive, visto che la par condicio creditorum opera per tutti i crediti e la sua violazione comporta conseguenze penali, a maggior ragione il rimborso di tali particolari crediti di finanziamento dei soci, per i quali è prevista l'esplicita clausola della postergazione rispetto alla soddisfazione degli altri creditori, potrà ricadere nell'ambito penale della bancarotta preferenziale sussistendone i presupposti oggettivi e soggettivi e sempre che vi sia il fallimento della società. Viceversa, nel caso di cui non si arrivi al fallimento, vi potranno essere, al più, responsabilità civili.

Altro profilo di responsabilità, relativo ai finanziamenti postergati, attiene alla rappresentazione veritiera e corretta nelle scritture contabili e nelle comunicazioni sociali. A fronte di una possibile configurazione della bancarotta semplice o fraudolenta documentale vi è l'oggettiva e pratica difficoltà di individuare la "natura" delle somme versate dai soci: non è rilevante la natura fruttifera del finanziamento, né la circostanza che tali versamenti siano effettuati da tutti i soci in proporzione alle rispettive quote: l'elemento discriminante è il diritto dei soci alla restituzione. La questione è complicata dalla presenza di una serie di strumenti ibridi (c.d. quasi-capitale), a metà strada tra il conferimento e il prestito: versamenti a fondo perduto, in conto capitale o a copertura perdite, prestiti postergati e irredimibili. Si consideri, inoltre, che le somme versate a titolo di prestiti possono ben trasformarsi in somme versate a titolo di conferimenti qualora intervenga la rinuncia da parte del socio alla restituzione. In tale contesto la Suprema Corte ha affermato che l'approvazione del bilancio rappresenta lo strumento utilizzato dai soci per definire la causa sottostante a un determinato versamento, pertanto, in mancanza di altri elementi e salvo prova contraria, l'erogazione effettuata dai soci, se iscritta nei debiti, deve essere considerata un vero e proprio finanziamento-prestito in ragione del quale i soci vantano un diritto di rimborso equivalente a quello degli altri creditori sociali.

Dal punto di vista contabile gli apporti a titolo di capitale proprio (versamenti a fondo perduto, versamenti a copertura di perdite, versamenti in conto aumento - deliberato o futuro - di capitale) vanno rilevati mediante la movimentazione di conti aventi natura di riserve di capitale quali "versamenti in conto capitale", "versamenti in conto aumento di capitale", "versamenti in conto futuro aumento di capitale", "versamenti a copertura di perdite". Conseguentemente, la rappresentazione in bilancio avverrà mediante l'esposizione tra le poste del patrimonio netto, al punto VII - "Altre riserve", con distinta indicazione di ciascuna voce e con evidenziazione in nota integrativa del vincolo di destinazione o di indisponibilità che grava ogni singola riserva.

Al contrario, i finanziamenti soci, in senso stretto, sono costituiti da dazioni di somme di denaro, con correlativo obbligo di restituzione in capo alla società, riconducibili sostanzialmente alla figura negoziale del mutuo. E' ininfluente, ai fini della natura debitoria di tali apporti, la pattuizione di interessi e l'osservanza della proporzionalità rispetto alla quota di partecipazione possedute da ciascun socio. La rilevazione contabile di tali versamenti avviene mediante la movimentazione di conti accesi a passività e precisamente di conti intestati a "debiti verso soci per finanziamenti". L'assenza di chiare pattuizioni in ordine ai termini di rimborso, a fronte di versamenti soci eseguiti a titolo di finanziamento, può creare particolari problemi di rappresentazione di bilancio.

Tale ultima problematica richiamata, determina tra l'altro la necessità, per chi amministra, di mantenere distinti nell'ambito delle rilevazioni contabili i "debiti ordinari" rispetto a quelli "postergati", mediante l'utilizzo di separate voci sin dal momento dell'iscrizione contabile, altrimenti può risultare pregiudicata la successiva formazione del bilancio di esercizio. Quest'ultimo, infatti, pur limitandosi a un'indicazione generica del debito verso i soci, nell'ambito della voce D3 "debiti verso soci per finanziamenti" dello stato patrimoniale, in nota integrativa dovrà contenere una separata indicazione dei debiti verso soci in ragione della "clausola di postergazione", in ossequio alle previsioni dell'art. 2427, n. 19-bis c.c.[15]

Si rammenta, per completezza, che spetta all'organo amministrativo la valutazione di eventuali modifiche nei criteri di classificazione già adottati, con il passaggio a patrimonio netto di eventuali apporti iscritti contabilmente quali debiti, laddove la concreta destinazione delle risorse porti a concludere per una dotazione "permanente" alla gestione sociale. Ovviamente una scelta contabile di questo tipo deve trovare supporto in apposita documentazione giustificativa dalla quale sia possibile ricavare, in modo chiaro, la volontà dei soci e i caratteri sostanziali dell'apporto.


[1] Art. 2741 c.c.- Concorso dei creditori e cause di prelazione.

  1. I creditori hanno eguale diritto di essere soddisfatti sui beni del debitore, salvo le cause legittime di prelazione.
2. Sono cause legittime di prelazione i privilegi, il pegno e le ipoteche

[2] L'introduzione dell'art. 217 bis L.F. esclude l'applicabilità delle norme in materia di bancarotta preferenziale e bancarotta semplice rispetto ai pagamenti ed operazioni compiuti in esecuzione del concordato preventivo, dell'accordo di ristrutturazione omologato e del piano attestato.

[3] Giuliani Balestrino, La bancarotta e gli altri reati concorsuali, Torino, Giappichelli, 2012

[4] Le cause legittime di prelazione sono quelle che autorizzano i creditori a favore dei quali ricorrono, ad essere soddisfatti a preferenza degli altri: sono il privilegio, il pegno e l'ipoteca.

[5] Art. 217 LF. -. Bancarotta semplice

1. È punito con la reclusione da sei mesi a due anni, se è dichiarato fallito, l'imprenditore, che, fuori dai casi preveduti nell'articolo precedente:

1) 2) 3) omissis;

4) ha aggravato il proprio dissesto, astenendosi dal richiedere la dichiarazione del proprio fallimento o con altra grave colpa;

[6] Art. 1186 c.c. - Decadenza dal termine.

1. Quantunque il termine sia stabilito a favore del debitore, il creditore può esigere immediatamente la prestazione se il debitore è divenuto insolvente o ha diminuito, per fatto proprio, le garanzie che aveva date o non ha dato le garanzie che aveva promesse.

[7] Cass. Pen. , Sez. V, 21 Ottobre 2008, n. 39417

[8] Bricchetti, La bancarotta preferenziale, in Padovani, Leggi Penali Complementari, (a cura di) AA.VV., Milano, Giuffrè, 2007

[9] Art. 2752 c.c. - Crediti per tributi diretti dello Stato per l'imposta sul valore aggiunto e per i tributi degli enti locali.

1. Hanno privilegio generale sui mobili del debitore i crediti dello Stato per le imposte e le sanzioni dovute secondo le norme in materia di imposta sul reddito delle persone fisiche, imposta sul reddito delle persone giuridiche, imposta sul reddito delle società, imposta regionale sulle attività produttive ed imposta locale sui redditi.

2. Hanno altresì privilegio generale sui mobili del debitore i crediti dello Stato per le imposte, le pene pecuniarie e le soprattasse dovute secondo le norme relative all'imposta sul valore aggiunto.

3. Hanno lo stesso privilegio, subordinatamente a quello dello Stato, i crediti per le imposte, tasse e tributi dei comuni e delle province previsti dalla legge per la finanza locale e dalle norme relative all'imposta comunale sulla pubblicità e ai diritti sulle pubbliche affissioni.

[10] Art. 51 c.p. -Esercizio di un diritto o adempimento di un dovere

1. L'esercizio di un diritto o l'adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica autorità, esclude la punibilità.

[11] Art. 56 L.F. - Compensazione in sede di fallimento

1. I creditori hanno diritto di compensare coi loro debiti verso il fallito i crediti che essi vantano verso lo stesso, ancorché non scaduti prima della dichiarazione di fallimento.

2. Per i crediti non scaduti la compensazione tuttavia non ha luogo se il creditore ha acquistato il credito per atto tra i vivi dopo la dichiarazione di fallimento o nell'anno anteriore

[12] La datio in solutum è un negozio traslativo oneroso al quale vanno applicati i principi della compravendita onde stabilire se gli atti compiuti siano idonei a realizzare il trasferimento dei beni e quindi la sottrazione degli stessi alla garanzia dei creditori.

[13] Art. 67 L.F. - Atti a titolo oneroso, pagamenti, garanzie

3. Non sono soggetti all'azione revocatoria: (omissis)

f) i pagamenti dei corrispettivi per prestazioni di lavoro effettuate da dipendenti ed altri collaboratori, anche non subordinati, del fallito;

[14] Art. 2467. Finanziamenti dei soci.

1. Il rimborso dei finanziamenti dei soci a favore della società è postergato rispetto alla soddisfazione degli altri creditori e, se avvenuto nell'anno precedente la dichiarazione di fallimento della società, deve essere restituito.

2. Ai fini del precedente comma s'intendono finanziamenti dei soci a favore della società quelli, in qualsiasi forma effettuati, che sono stati concessi in un momento in cui, anche in considerazione del tipo di attività esercitata dalla società, risulta un eccessivo squilibrio dell'indebitamento rispetto al patrimonio netto oppure in una situazione finanziaria della società nella quale sarebbe stato ragionevole un conferimento.

[15]Art. 2427 c.c. - La nota integrativa deve indicare, oltre a quanto stabilito da altre disposizioni: (omissis)

19-bis) i finanziamenti effettuati dai soci alla società, ripartiti per scadenze e con la separata indicazione di quelli con clausola di postergazione rispetto agli altri creditori.

Vedi allegato
(23/05/2016 - Giovanni Tringali) Foto: 123rf.com
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