Chi si occupa di una colonia di gatti liberi, offrendo cibo e cure, non diventa automaticamente responsabile dei comportamenti degli animali. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, che ha annullato la condanna inflitta a una donna accusata di getto pericoloso di cose per le molestie causate dalle deiezioni dei felini nel giardino di una vicina.
Con la sentenza n. 27109 depositata il 17 luglio 2026, la Prima Sezione Penale ha chiarito che il semplice aiuto prestato ai gatti randagi non crea una posizione di garanzia e non trasforma chi li accudisce in un proprietario o detentore degli animali.
La vicenda giudiziaria
La donna, dal 2020, si prendeva cura di alcuni gatti senza padrone presenti nella zona: li nutriva, li aveva fatti sterilizzare e garantiva loro assistenza veterinaria. Aveva anche modificato il cancello della propria abitazione per permettere agli animali di muoversi liberamente.
Il Tribunale l’aveva assolta dall’accusa di violazione di un’ordinanza comunale in materia sanitaria, ma l’aveva condannata per il reato previsto dall’articolo 674 del Codice penale, ritenendo che avesse assunto volontariamente il controllo della colonia e dovesse quindi impedire eventuali disagi ai vicini.
La difesa ha impugnato la decisione davanti alla Suprema Corte, contestando soprattutto l’idea che una persona che aiuta animali randagi possa essere considerata responsabile delle loro azioni.
Nessun obbligo di controllo sui gatti liberi
La Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando che una colonia felina, secondo la normativa sul randagismo, è composta da animali che vivono in libertà.
Questo elemento esclude che chi fornisce assistenza possa essere considerato automaticamente un detentore. Dare da mangiare a gatti randagi o curarli non significa avere un potere di controllo sugli animali tale da generare un obbligo giuridico di impedire ogni conseguenza legata al loro comportamento.
Secondo i giudici, non è possibile applicare alla situazione dei gatti liberi gli stessi principi utilizzati per i proprietari di cani, chiamati a rispondere in determinate circostanze dei danni provocati dai propri animali.
Mancava anche un requisito del reato contestato
La Corte ha inoltre rilevato un ulteriore motivo per annullare la condanna.
Il reato di getto pericoloso di cose previsto dall’articolo 674 del Codice penale richiede che la condotta riguardi un luogo pubblico, di comune utilizzo oppure un luogo privato appartenente ad altri ma accessibile secondo determinate condizioni.
Nel caso esaminato, però, era emerso che le deiezioni si trovavano nel giardino privato della vicina e non in una zona pubblica o di uso comune. Mancava quindi un elemento necessario per configurare il reato.
La decisione della Cassazione
La sentenza stabilisce un principio importante per i rapporti tra volontari, colonie feline e conflitti condominiali:
chi si prende cura di gatti randagi non assume automaticamente una responsabilità penale per le conseguenze legate alla presenza degli animali.
La responsabilità può esistere solo quando vi sia un reale rapporto di proprietà o detenzione, oppure specifici obblighi imposti dalla legge o dalle autorità competenti.
Restano comunque possibili interventi dei Comuni per regolamentare la gestione delle colonie feline e le modalità di alimentazione degli animali, con eventuali conseguenze sul piano amministrativo in caso di violazioni.




