L'Appello

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Contro le sentenze pronunciate dal Tribunale la parte soccombente può proporre appello. La competenza a decidere in secondo grado spetta alla Corte d’Appello (RD 30 gennaio 1941, n. 12, artt. 19 e 134 –bis Dlgs 51/98).

L’appello proposto ad una sezione della Corte d’Appello territorialmente incompetente è ammissibile e può proseguire, mediante riassunzione davanti a quella competente (Cass. 11 aprile 1996, n. 3355).

Il principio secondo cui il collegio giudicante non può essere modificato (art. 276, 420 e 437 c.p.c.) trova applicazione anche nel rito del lavoro, ma solo dal momento in cui inizia la discussione vera e

propria. Di conseguenza solo la decisione della causa da parte di un collegio diverso da quello che ha assistito alla discussione può dar luogo a nullità della sentenza. Non da luogo a nullità, invece, una diversa composizione del collegio che abbia assistito a precedenti udienze di trattazione. Entro questi limiti, l’eventuale mancanza di un formale decreto che designa presidente o componenti del collegio costituisce una semplice irregolarità formale, relativa ad un atto interno, e non determina alcun vizio della sentenza (Cass. 10 agosto 2006, n. 18156).

Sono inappellabili solo le sentenze che hanno deciso una controversia di valore non superiore a 25,82 euro, tale somma è comprensiva della somma capitale indicata nella domanda giudiziale e della misura degli accessori maturati alla data della sua proposizione (Cass. 26 agosto 2004, n. 16949). Rimane salva, in ogni caso, la possibilità di proporre ricorso in Cassazione (art. 440 c.p.c., Cass. 1 febbraio 1992, n. 1939).

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