Costituzione dell'appellato

Nel rito del lavoro, il secondo grado di giudizio segue le stesse norme e gli stessi principi che regolano il primo. Sono, però, inappellabili le sentenze che hanno deciso una controversia di valore inferiore ai 25,82 € pur essendo ammesso il ricorso diretto in Cassazione ex art. 111 Cost. (art. 440 c.p.c.).

L'art. 436 c.p.c. regola la costituzione in giudizio dell'appellato una volta che il soggetto interessato abbia ricevuto la notificazione del ricorso di appello. Questi, infatti, ha tempo di costituirsi fino a 10 giorni prima l'udienza di discussione. La costituzione avviene mediante il deposito in cancelleria di una memoria difensiva e del relativo fascicolo. La

memoria deve avere la forma e il contenuto dello stesso atto già considerato all'art. 416 c.p.c. per la costituzione del resistente in primo grado. Essa dovrà contenere l'esposizione dettagliata di tutte le difese dell'appellato. L'art. 436 c.p.c. richiama espressamente, all'ultimo comma, le disposizioni contenute nell'art. 416 c.p.c. per la costituzione del convenuto nel primo grado di giudizio.

Anche in appello si può porre un problema di "translatio judicii", questione che viene considerata all'art. 439 c.p.c. Il caso è quello in cui sia stato applicato erroneamente, in primo grado, il rito ordinario anzichè quello speciale del lavoro. Si applicano, allora, gli artt. 426 e 427 c.p.c. per la conversione del rito. Ovviamente la stessa regola vale pure nel caso in cui l'erronea applicazione del rito sia avvenuta anche o solamente nel grado di appello, a condizione che ciò non abbia coinvolto la competenza dell'ufficio giudiziario a trattare la causa di lavoro. Sul punto rileva un orientamento della giurisprudenza che sostiene l'ultrattività del rito, secondo cui quando il giudizio di primo grado relativo ad una controversia di lavoro si è svolto erroneamente con il rito ordinario, allora anche in appello va mantenuto lo stesso rito e l'impugnazione va proposta con citazione.

Le ipotesi a cui si riferisce l'art. 439 c.p.c. sono quelle dell'appello proposto verso la sentenza di tribunale emessa erroneamente con rito ordinario, di cui però non si discute la competenza per il primo grado. In tal caso la Corte d'Appello, riscontrato l'errore nel solo primo grado di giudizio o in entrambi, provvede immediatamente al passaggio dall'uno all'altro rito senza che tale errore sia causa di vizio o renda necessaria una riforma della pronuncia. L'unico problema da risolvere è quello di non tener conto di prove eventualmente esperite in applicazione dei più ampi criteri del rito del lavoro o viceversa. Il mutamento di rito in appello mantiene la causa del lavoro nello stesso grado, salvo che il giudice di secondo grado non abbia disposto con ordinanza la rimessione al primo giudice. In questo caso, infatti, la rimessione presuppone la riforma della sentenza, inoltre le ipotesi di rimessione sono tassativamente previste dalla legge agli artt. 353 e 354 c.p.c. in ottemperanza al principio dell'assorbimento dei vizi nei motivi di gravame.

Print Friendly Version of this pagePrint Get a PDF version of this webpagePDF
Arricchisci questa pagina con un tuo commento:
blog comments powered by Disqus
Newsletter f g+ t in Rss