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Daspo, disciplina e limiti

La controversa questione della competenza sulla modifica e/o revoca
Stadio affollato in attesa della partita
Dott.ssa Anna D. Rahinò - Il Daspo (acronimo di Divieto di Accedere alle manifestazioni Sportive), è una misura prevista dalla legge italiana al fine di contrastare il fenomeno della violenza negli stadi di calcio.
I fenomeni di violenza durante le manifestazioni sportive esplosero in tutta la loro gravità il 29 maggio 1985, in occasione della finale di coppa dei campioni tra le formazioni di Juventus e Liverpool, allo stadio di Bruxelles, quando la violenza degli ultras inglesi causò la morte di 39 tifosi, quasi tutti italiani. Un episodio che scosse l'opinione pubblica a livello europeo e condusse alla firma, e successiva ratifica, della Convenzione Europea conclusa a Strasburgo il 19 agosto del 1985.1

La misura venne introdotta nell'ordinamento italiano con la Legge 13 dicembre 1989 n. 401, ma ad esse seguirono varie norme: il D.L. 22 dicembre 1994, n. 717 e la successiva conversione in L. 24 febbraio 1995, n. 45; Il Decreto legge 20 agosto del 2001, n. 336 seguito dalla conversione tramite legge del 19 ottobre 2001, n. 377; Il Decreto legge 24 febbraio 2003, n. 28, convertito dalla legge 24 aprile 2003, n. 88; il Decreto legge del 17 agosto 2005, n. 162, con la successiva legge di conversione del 17 ottobre 2005, n. 210 (legge Pisanu) culminando con il DL 8 febbraio 2007, n. 8, convertito con la Legge del 4 aprile del 2007, n. 41 (legge Amato).

Il Daspo vieta al soggetto ritenuto pericoloso di accedere in luoghi in cui si svolgono determinate manifestazioni sportive e può durare da uno a cinque anni.

Può essere accompagnato dall'obbligo di presentazione ad un ufficio di polizia in concomitanza temporale delle manifestazioni vietate. Esso viene sempre notificato all'interessato ma, nel caso in cui ad esso si affianchi anche la prescrizione della firma, esso è comunicato anche alla Procura della Repubblica presso il Tribunale competente.

Entro 48 ore dalla notifica, ne deve seguire la convalida da parte del G.i.p. presso il medesimo Tribunale, solo ed unicamente per la parte attenente la firma. il Questore può autorizzare l'interessato, in caso di gravi e documentate esigenze, a comunicare per iscritto il luogo in cui questi possa recarsi per apporre le firme d'obbligo in concomitanza delle manifestazioni sportive.

Il fatto che il Daspo possa essere emesso sulla base di una segnalazione e non necessariamente dopo una condanna penale comporta sospetti di incostituzionalità, lamentati soprattutto dal mondo ultras.

In realtà, la Corte Costituzionale (cfr. sentenza n. 512/2002), inquadra la misura del Daspo tra quelle di prevenzione, che possono essere quindi inflitte indipendentemente dalla commissione di un reato, compromettendo di fatto alcune libertà fondamentali come quella di circolazione (art. 16 Cost.). 2

Controversa è la questione sulla modifica e/o revoca della misura de qua; a tal proposito, si
segnala la pronuncia con cui la Corte di Cassazione, superando un precedente indirizzo giurisprudenziale, ha affermato il principio di diritto secondo cui sulla richiesta di revoca o di modifica provvede il Giudice per le indagini preliminari già investito della convalida del provvedimento medesimo.3

Il caso scaturisce da un tifoso fiorentino che, raggiunto dall'inibitoria, compreso l'obbligo di presentazione alla caserma dei
carabinieri durante l'orario delle partite , aveva per due volte chiesto al giudice preliminare la revoca della parte più afflittiva
del provvedimento. In particolare, il tifoso puntava alla cancellazione dell'obbligo di firma in caserma, ma per due volte i
giudici di merito avevano rilevato la mancanza di potere della magistratura ordinaria una volta adottato il daspo richiesto dal questore (e avallato dal Gip stesso, come previsto dalla legge 401 del 1989).

Il divieto di cui all'art. 6 comma 1 (avente ad oggetto l'accesso ai luoghi ove si svolgono manifestazioni sportive, nonché altri luoghi "sensibili") e l'ulteriore prescrizione di cui al comma 2 (obbligo di comparire personalmente nell'ufficio di polizia
competente) disposti nei confronti delle persone denunciate o condannate ai sensi del comma 1, non possono avere durata inferiore a un anno e superiore a cinque anni e sono revocati o modificati qualora, anche per effetto di provvedimenti dell'autorità giudiziaria, siano venute meno o siano mutate le condizioni che ne hanno giustificato l'emissione.

«Per quanto la norma non specifichi quale autorità sia competente a provvedere in tema di revoca o
modifica
si legge in sentenza la stessa deve esser individuata nell'autorità giudiziaria, allorquando il provvedimento del Questore – oltre al divieto di accesso – abbia ad oggetto l'obbligo di presentazione».

Tale conclusione,appare giustificata dalla natura dell'obbligo medesimo , quale
misura di prevenzione che incide sulla libertà personale , per come costantemente affermata
dalla giurisprudenza di legittimità, nonchè da quella costituzionale. Il precedente orientamento, motivato sulla natura
eminentemente amministrativa della misura, e quindi dell'intera procedura, non pare conciliarsi con la lettura della Corte
costituzionale, con la natura da questa riconosciuta all'obbligo di presentazione e, pertanto, con le garanzie anche in punto di tutela giurisdizionale che alla stessa debbono conseguire.

Questo, dunque, il principio di diritto sancito dalla Corte: «competente a decidere sulla richiesta di revoca o di modifica del provvedimento impositivo dell'obbligo, previsto dall'art. 6 comma 2, L. n. 401 del 1989, di comparire ad un ufficio o comando di polizia in coincidenza di manifestazioni sportive, è il giudice per le indagini preliminari già investito della convalida del provvedimento medesimo».4


























Note:
1"Convenzione europea del 19 agosto 1985 sulla violenza e i disordini degli spettatori durante le manifestazioni sportive, segnatamente nelle partite di calcio." Raccolta Ufficiale delle Leggi Federali della Confederazione elvetica, 2012.


2. Testo della sentenza della Corte Costituzionale n. 512 anno 2002

Cassazione Penale, Sez. III, 15 giugno 2016 (ud. 8 aprile 2016), n. 24819

Ibidem


Dott.ssa Anna D. Rahinò

annarahino.ar@libero.it

annarahino@pec.it

(08/10/2016 - VV AA)
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