Responsabilità e responsività genitoriali

Responsabilità e responsività genitoriali

Il contributo mette in guardia i genitori su quanto pesino, talvolta irrimediabilmente, i loro atteggiamenti e le loro scelte, anche inconsapevoli, sulla vita dei figli

Bambini sempre meno bambini: bambini che non sanno giocare o non vogliono giocare insieme, con poco o da soli o affatto, che non gioiscono, che si annoiano, che non sanno cosa sia il non far nulla, che si rivolgono continuamente agli adulti, che non mettono forza nelle mani per fare o prendere qualcosa.

Secondo lo psichiatra Paolo Crepet oggi nelle famiglie esiste il sistema del “figliarcato”, tutto e tutti al servizio dei figli. Nessuno può ritenersene immune, per cui sarebbe il caso di riflettere e assumersi le responsabilità (proprio quello che manca).

Chi lo dice che i bambini non capiscono? “Capire” significa etimologicamente “prendere” e i bambini prendono, comprendono, apprendono tutto, eccome! La responsabilità di quello che “prendono” è dei cosiddetti adulti.

Lo psichiatra Viktor Emil Frankl scriveva già nel 1953: “Dobbiamo chiederci se non sia ormai tempo di considerare l’esistenza umana in tutte le sue dimensioni, non solo in profondità ma anche in altezza; e di spingerci pertanto non solo a un livello superiore a quello fisico, ma anche a quello psichico, per entrare nel campo della spiritualità, di cui ben poco finora si è occupata la psicoterapia” (in “Logoterapia e analisi esistenziale”). Più del passato i genitori non si occupano e non si preoccupano dell’educazione del pensiero e della volontà dei figli, di tutte le loro dimensioni e della loro elevazione e così aumentano le fragilità. Bisognerebbe tener conto di tutti gli aspetti del loro sviluppo come previsto nell’art. 27 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia.

Custodire un figlio: da cosa? Dalle proprie paure. Bisogna custodire i figli dalle nostre proiezioni. I figli si devono liberare dalle nostre aspettative, devono essere liberi dalla nostra forma mentis e devono diventare loro stessi. Non possono essere come noi li pensiamo, perché come noi li pensiamo è sempre una mediocre brutta copia della realtà” (don Fabio Rosini). I genitori non devono avviluppare i figli ma partorirli ogni volta perché hanno diritto alla loro vita, alla loro identità, al loro benessere, alla loro salute psicofisica. I bambini hanno diritto ad un livello di vita sufficiente atto a garantire il loro sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale e sociale e i genitori hanno primariamente la responsabilità di assicurare le condizioni di vita necessarie a questo sviluppo (dall’art. 27 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia).

“La responsività genitoriale è la capacità del genitore di osservare i segnali di bambine e bambini (movimenti, suoni, gesti, sguardi, richieste) e rispondere in modo coerente, sensibile e adeguato all’età e al contesto. È fondamentale per la crescita e il benessere dei piccoli nei primi mille giorni di vita: i primi vagiti, gli sguardi condivisi, le prime buffe smorfie servono a “catturare” l’adulto e rafforzare il suo legame con il neonato o la neonata. Siamo esseri sociali fin da subito: il/la bambino/a lancia un segnale, l’adulto risponde rilanciando un segnale a sua volta” (cit.). Un aspetto della responsabilità genitoriale è la responsività di cui i genitori devono essere consapevoli perché dal loro essere più o meno responsivi dipendono la fragilità, la serenità, lo sviluppo della personalità dei figli. La responsività corrisponde a quella “comprensione” di cui si legge nel Preambolo della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia.

Sulla capacità del genitore di osservare i segnali di bambine e bambini e rispondere in modo coerente, sensibile e adeguato all’età e al contesto, la formatrice Silvia Iaccarino riporta: “Il pedagogista Gianfranco Staccioli parla di educazione al rischio. Un bambino, una bambina, che cresce nell’ovatta subisce più incidenti di chi sperimenta il rischio. Se consentiamo a bambini e bambine di assumere dei rischi, saranno sempre più in grado di ponderare, misurare, orientarsi nelle situazioni rispetto alle loro possibilità e prevedere, prevenire e maneggiare eventuali pericoli”. I bambini devono essere educati alla libertà e alla responsabilità e non essere tenuti sotto una campana di vetro o in un’ampolla come i pesciolini rossi da ammirare e cui dar da mangiare. Devono sperimentare i propri limiti e i limiti esterni (si tenga presente che in latino “limen” era la soglia e “limes” il confine). Ciò avviene e deve avvenire anche attraverso il gioco considerando pure che, nell’art. 31 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, dopo il diritto al gioco, si parla di promuovere il diritto del fanciullo a partecipare pienamente (prima si dice “liberamente”) alla vita culturale artistica, ovvero alla vita quotidiana.

La sociologa Chiara Giaccardi osserva: “[...] c’è una responsabilità dei genitori nel concedere troppo presto lo smartphone, questo fenomeno, come tanti altri, ci deve far interrogare sulla pedagogia implicita dei nostri mondi sociali e sulla distorta idea di libertà che ci viene proposta ogni giorno”. Spesso, o spessissimo, i genitori soddisfano i bisogni secondari e terziari dei figli, non fanno nemmeno esprimere i loro desideri perché glieli anticipano accontentandoli in tutto, ammorbano i loro sogni, ma al tempo stesso non si occupano adeguatamente dei loro bisogni primari, dal dormire le “giuste” ore al mangiare alimenti sani e nutrienti.

Circa l’uso precoce dei device Silvia Iaccarino afferma: “I bambini di oggi sono sempre più inclini a interagire con gli schermi piuttosto che con le persone che li circondano. Questa mancanza di interazione umana può compromettere lo sviluppo delle competenze sociali fondamentali, come la capacità di comunicare, comprendere le emozioni altrui e instaurare relazioni significative. La socializzazione è cruciale in questa fase della vita, e il tempo passato davanti a uno schermo sottrae opportunità preziose di apprendimento attraverso il gioco e l’interazione con i coetanei”. In passato si parlava dei “bambini deprivati”, oggi invece sono sempre di più i bambini privati della loro infanzia, di uno sviluppo adeguato, dei loro diritti fondamentali, in primis il diritto di giocare, di muoversi, di gioire, perché i genitori li “piazzano” precocemente davanti a schermi, dimenticando la loro “grossa” responsabilità dello sviluppo integrale dei figli (art. 27 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia).

Mamma, ami il telefono più di me?” È il titolo di un articolo (pubblicato il 18 giugno 2026 su Frontiers in Psychology, rivista scientifica di portata internazionale) che indaga l’impatto della distrazione genitoriale dovuta all’uso dello smartphone sui figli adolescenti. “Ci preoccupiamo tanto del tempo che i minori trascorrono davanti agli schermi, ma cosa succederebbe se anche il tempo che i loro genitori dedicano ai telefoni fosse dannoso?”, ha spiegato Don Grant, psicologo del Newport Healthcare Center for Research and Innovation e capofila della ricerca. Secondo la ricerca, gli adolescenti con genitori costantemente impegnati con i dispositivi elettronici hanno maggiori probabilità di sviluppare stili di attaccamento insicuri, che possono avere gravi conseguenze negative per la loro salute e il loro benessere futuri. Riguardo ai genitori, si parla di “presenza assente”: padri e madri fisicamente “presenti” ma mentalmente “assenti” a causa della loro attenzione rivolta allo smartphone. L’incuria genitoriale (che è anche mancanza di responsività) è una forma di maltrattamento con effetti altrettanto gravi come la violenza (art. 19 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, art. 572 cod. pen.).

Sullo sviluppo dei figli la formatrice Iaccarino spiega: “L’alta sensibilità è un tratto temperamentale innato a base genetica piuttosto diffuso tra gli umani e in altre specie animali (è stata riscontrata in circa 100 specie). Negli ultimi anni se ne sente parlare con maggiore frequenza. Le caratteristiche dell’alta sensibilità sono un tratto innato e le troviamo già dalla prima infanzia. Se i bambini altamente sensibili non vengono compresi nelle loro particolarità nei contesti educativo-scolastici 0-10 anni e in famiglia, possono manifestare un disagio che si esprime in diversi modi, spesso attraverso comportamenti dis-organizzati che generano fatica negli adulti. Quando i tratti dell’alta sensibilità vengono compresi, accolti e accompagnati con responsività, bambini e bambine possono fiorire e manifestare i loro talenti e potenzialità”. L’alta sensibilità è una delle tante caratteristiche che si possono rivelare durante l’infanzia cui sono dovute protezione e cure necessarie da parte dei genitori e di altre persone responsabili e per cui lo Stato deve prendere ogni misura appropriata di carattere legislativo e amministrativo (art. 3 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia), ma non sempre è così.

Ancora Iaccarino: “L’ipersensibilità non è una malattia, né una carenza, né un difetto. Nessun terapeuta è in grado di ‘eliminare’ l’ipersensibilità di un bambino, in quanto si tratta di una caratteristica ereditata, un elemento distintivo“ scrive R. Sellin nel suo libro  “I bambini sensibili hanno una marcia in più. Comprenderli, rassicurarli e prepararli a una vita felice”. L’alta sensibilità è una normale variabilità della sensory processing sensitivity (sensibilità dell’elaborazione sensoriale) umana e rappresenta una strategia adattiva ed evolutiva di sopravvivenza della specie. Gli individui altamente sensibili hanno una soglia percettiva inferiore rispetto agli stimoli sensoriali, emotivi e sociali, per cui riescono a percepire e sentire in maniera più rapida, profonda e sottile ciò che arriva dall’ambiente. […] Bambini e bambine altamente sensibili nascono con un sistema nervoso piuttosto reattivo, per cui anche stimoli di bassa intensità possono rendere complessa la processazione delle informazioni e produrre un sovraccarico. I piccoli che presentano il tratto dell’alta sensibilità hanno bisogno di adulti responsivi, amorevoli, sintonici, in grado di comprendere la loro particolarità, di rassicurarli molto e di filtrare gli stimoli ambientali affinché non diventino disorganizzanti per il loro sistema di processazione e integrazione sensoriale”. Non si richiede che i genitori e gli altri educatori siano psicologi o tuttologi o esperti ma che facciano attenzione, che abbiano lo sguardo verso i bambini per cogliere ogni segnale e intervenire adeguatamente. Non cogliere e non coltivare l’ipersensibilità dei bambini che si ha davanti li può segnare negativamente per sempre. La tutela della personalità è correlata alla salute e deve essere una priorità nell’educazione, come si evince pure dalla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia.

In merito alla tutela della personalità il pedagogista Daniele Novara richiama: “I figli durante l’infanzia giocano ai “fidanzamenti”. Ma quando crescono, è bene che genitori ed educatori restituiscano loro i giusti tempi, in modo da non compromettere la magia e la bellezza di ogni fase della vita”. Già dal periodo della scuola dell’infanzia i genitori (e altri adulti di riferimento) non devono ironizzare o chiedere ai figli chi sia la fidanzatina o il fidanzatino. Si rischia, tra l’altro, l’ipersessualizzazione. I genitori sono e rimangono i primi e principali responsabili della salute (art. 24 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia) e dello sviluppo (art. 27 Convenzione), che sono le priorità e devono accompagnare (e non sminuire o svilire) gradualmente i figli nella scoperta dell’affettività e della sessualità, che sono componenti essenziali della salute e dello sviluppo psicofisico (facendo attenzione ai segnali lanciati nel caso delle delusioni d’amore che possono portare a idee suicidarie o ad altri disagi).

Gli aspetti esaminati sono alcuni di quelli presi in considerazione per valutare l’idoneità genitoriale (art. 330 cod. civ.), come nel caso mediatico della cosiddetta “famiglia nel bosco”.

Responsabilità e responsività non sono qualità della genitorialità ma sono insite nella genitorialità: i figli hanno bisogno di genitori che siano genitori (o più genitori di quanto lo siano oggi) perché è il loro essere figli che lo richiede. 



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