Si parla sempre più di genitori competenti ma è altrettanto necessario che i genitori siano intelligenti, non solo emotivamente, cioè che siano capaci di “intus legere”, leggere dentro: dentro i figli, dentro la vita che scorre. E questo richiede tempo, silenzio, sosta, ascolto, attesa.
Lo psicologo e psicomotricista Fabio Porporato spiega: “I bambini di oggi provano e provocano gli adulti. Lo strumento da usare è l’educazione intesa come rivoluzione. Gli adulti devono mettersi in gioco anche dal punto di vista fisico. Molto importante è l’enterocezione, cioè la consapevolezza della percezione interiore, di quello che dà fastidio o meno” (in un webinar del 14 ottobre 2024). Il ruolo dei genitori e quello degli altri educatori o figure di riferimento che sono in rapporto e in contatto con bambini è una continua prova di adultità. I bambini sono bambini, in ogni tempo e in ogni dove, ma gli adulti sono sempre meno tali. I bambini “misurano” chi hanno di fronte e si comportano di conseguenza.
Lo scrittore Luigi Guarnieri afferma: “I bambini sono ripetitivi, hanno bisogno di stabilità. La monotonia che uccide noi adulti, li guarisce”. I bambini hanno bisogno di tempo, ritmo, consuetudini, riti come mattoncini per la costruzione della loro vita.
Lo psichiatra Paolo Crepet sostiene: “In fondo, l’educazione è fatta di cose e gesti semplici, di tempo da dedicare e da spendere con e per i figli: «amarli e basta», insomma. I genitori moderni sono invece spesso infantili, immaturi, non più credibili nei loro comportamenti, preoccupati di postare selfie o di organizzare un fitto calendario di attività doposcuola per i loro figli, pur di non averli tra i piedi, quasi fossero un peso”. I genitori hanno l’obbligo di assistere moralmente i figli (artt. 147 e 315 bis comma 1 cod. civ.) e “assistere” (letteralmente “stare accanto”) è un modo per manifestare l’amore genitoriale, in special modo la cura.
Nella pedagogia contemporanea si parla di “slow education” (educazione lenta); già in passato si è parlato di pedagogia della lumaca, della lentezza. I bambini hanno diritto al loro tempo, ai riti, alla routine, alla ripetizione delle esperienze.
Edoardo e Chiara Vian, esperti di famiglie in difficoltà, dichiarano: “[...] sacrificare su quell’altare il nostro figlio ideale e poter finalmente abbracciare e amare il nostro figlio reale. Questo sacrificio è necessario per poter uscire dall’idolatria dei nostri figli, dal nostro iperinvestimento affettivo, di tempo, di risorse, di proiezioni e aspettative su di loro. Dobbiamo sacrificare il figlio ideale che ci piacerebbe: appassionato dello studio e del sapere, sempre disponibile a dare una mano in casa e ad aiutare con i lavori domestici, che si rapporta sempre in modo educato e cordiale con noi genitori riconoscendo tutti i sacrifici che abbiamo fatto per lui”. L’amore genitoriale comporta sacrifici (nel senso positivo e letterale), in particolare delle proprie aspettative, dei propri egoismi, dei propri ideali, del proprio sé (e non della propria identità, altrimenti poi si va incontro alla cosiddetta “sindrome del nido vuoto” o altro).
Secondo il pedagogista Camillo Bortolato “i bambini sono come gli gnocchi, alcuni vengono su prima e altri dopo. Ognuno ha il suo tempo (nel webinar del 2 settembre 2021)”. I bambini hanno diritto al loro tempo, alla lentezza, alla noia, semplicemente all’infanzia.
La formatrice Silvia Iaccarino richiama: “Mettere figli e figlie davanti allo schermo NON è una soluzione anti-noia. Il tempo trascorso dai bambini davanti agli schermi in solitudine e senza essere affiancati dall’adulto di riferimento può avere conseguenze sullo sviluppo dei bambini e sulla capacità di mantenere la concentrazione. Inoltre, un eccessivo tempo-schermo può indebolire la relazione di fiducia e il legame affettivo con i genitori”. I bambini non hanno bisogno di schermi ma di sguardi, di attenzione, di interazione. Lo schermo non può mai dare le stesse emozioni di una persona: come quando una futura mamma va a sottoporsi alle ecografie durante la gravidanza ma non vede l’ora che il figlio nasca per prenderlo tra le braccia e avvicinarlo a sé.
Silvia Iaccarino aggiunge: “L’utilizzo degli schermi come strumento per pacificare i bambini può sembrare una soluzione rapida ed efficace, ma presenta diversi rischi a lungo termine, tra cui:
- Sviluppo emotivo: i bambini imparano a regolare le proprie emozioni attraverso l’interazione con gli adulti e il gioco. L’uso eccessivo degli schermi può interferire con questo processo, limitando le opportunità di sviluppare competenze emotive e sociali adeguate.
- Sviluppo cognitivo: bambini e bambine hanno bisogno di esplorare il mondo reale attraverso i sensi. Il tempo passato davanti agli schermi riduce il tempo dedicato a giochi creativi, lettura e attività fisiche, fondamentali per lo sviluppo corporeo e cognitivo.
- Sonno disturbato: l’esposizione agli schermi, soprattutto prima di dormire, può interferire con il ritmo sonno-veglia dei bambini, causando problemi di insonnia e sonno agitato”.
I genitori si preoccupano della salute dei figli intendendola come mancanza di malattie o disabilità ma non si preoccupano o non si occupano adeguatamente del loro stato generale e del loro benessere (art. 24 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia). Un qualsiasi gesto o scelta dei genitori può influire sulla salute dei figli per sempre: non si deve dare un cellulare in mano ai bambini per metterli a tacere, per aspettare davanti a una cassa al supermercato o per passare tranquillamente la serata in pizzeria. Oltre al cattivo esempio che si trasmette e al mancato ascolto delle vere esigenze dei figli, si gettano così le basi per una dipendenza di cui ci si lamenta già nei primi anni di crescita dei figli.
Per la loro autonomia e autoregolazione, quando i figli hanno più anni di età possono essere anche educati, responsabilizzati a stare in casa da soli a guardarsi l’un l’altro e annoiarsi per scoprire e riempire il loro tempo.
A proposito di responsabilizzazione, Iaccarino scrive: “É importante che: bambini e bambine comprendano i limiti e i confini personali dell’adulto di riferimento e degli adulti in generale; nella relazione adulto-bambino/a (a prescindere dalla differenza genitore/educatore, educatrice/insegnante) ci sia distinzione e asimmetria, per cui l’adulto si pone come guida e non sullo stesso piano del piccolo. Senza prevaricare, certo; l’adulto ponga dei sani confini personali e rispetti sé stesso per offrire la possibilità a bambini e bambine di imparare a stare e a so-stare nella fatica, nella contrarietà, nel tempo che serve per soddisfare un bisogno, avverare un desiderio, realizzare un sogno. Imparare anche a inciampare; gli adulti educhino bambini e bambine sulla differenza tra bisogni e desideri, e ad accogliere il tempo dell’attesa”. È vero che il bambino è soggetto di diritto, titolare di diritti e che deve essere rispettato ma è anche fondamentale “inculcare al fanciullo il rispetto dei genitori” (art. 29 lettera c Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia), in quanto genitori e non altro (amici, complici, pari, difensori o avversari), per far riconoscere e rispettare ogni altra figura adulta, asimmetrica, altra.
Ancora Silvia Iaccarino: “Chiaramente un genitore non può far aspettare a lungo il neonato, la neonata che ha bisogno di essere allattato, allattata. Non estremizziamo. Però, man mano bambini e bambine crescono, hanno bisogno di imparare a prendere le misure sul tempo necessario per realizzare, trovare soddisfazione, ricevere. Questo avviene anche quando l’adulto sa disegnare i suoi confini personali con consapevolezza. […] Se il bambino, la bambina richiede all’adulto cose che non si sente di fare, è giusto che l’adulto stesso dica “No, non mi piace questo comportamento, non mi va che tu faccia così”. Qualche esempio? Il bambino che pizzica il papà o arrotola il dito nei capelli della mamma prima di addormentarsi: se al genitore non va, è suo diritto mettere un confine e far capire che non vuole, senza pensare di far soffrire o addirittura traumatizzare il piccolo. Piangerà? Sì, probabile. Ma non sarà certo un trauma. È la vita. Non si può sempre avere/fare ciò che si vuole. Possiamo verbalizzare e mettere parole per dare un supporto emotivo. Disegnare i propri confini personali significa avere rispetto per noi stesse, noi stessi, per i bambini e le bambine che educhiamo e per le persone che vivono intorno a noi”. Essere genitori e figli non significa non avere confini, confidarsi tutto e condividere ogni spazio e momento domestico. Genitori e figli hanno e devono avere la loro “vita privata”, locuzione usata nell’art. 16 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia.
Un’altra dimensione del tempo che va rispettata e garantita nei bambini è il tempo onirico. “Il sogno è anche legato all’essere bambini, ossia a quella condizione non tanto di ingenuità, quanto di capacità di meravigliarsi per un mondo che si dà, che appare nella sua complessità, citando un verso di Francesco Guccini, con gli occhi spalancati sul mondo come carte assorbenti. Inoltre, la fanciullezza porta con sé la possibilità di avere un futuro da costruire, un tempo su cui poter scommettere e da poter realizzare: è un foglio bianco su cui si può scrivere la propria storia” (lo scrittore gesuita Claudio Zonta). I bambini hanno bisogno e il diritto di sognare. I sogni fanno parte dello sviluppo spirituale (art. 27 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia) e consentono al bambino di conoscersi e anche di sviluppare la capacità di risolvere situazioni nuove (cosiddetto problem solving). E i sogni dei bambini vanno alimentati, illuminati e non ottenebrati.
Si parla espressamente di “tempo” nella Carta dei diritti dei figli nella separazione dei genitori, in particolar modo l’art. 8 recita: “I figli hanno bisogno di tempo per elaborare la separazione, per comprendere la nuova situazione, per adattarsi a vivere nel diverso equilibrio familiare. I figli hanno bisogno di tempo per abituarsi ai cambiamenti, per accettare i nuovi fratelli, i nuovi partner e le loro famiglie. Hanno il diritto di essere rassicurati rispetto alla paura di perdere l’affetto di uno o di entrambi i genitori, o di essere posti in secondo piano rispetto ai nuovi legami dei genitori”. Aspetto trascurato dai genitori presi dalla loro crisi di coppia e che, anzi, inaspriscono i conflitti contendendosi i bambini per i fine settimana o per le vacanze o presentano subito ai figli i nuovi compagni di vita.
Nella Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia sono considerate anche altre sfumature del concetto di tempo riferito ai bambini: gli adulti devono tener conto dell’età e della maturità (artt. 12, 31, 32, 37, 38); riposo e svago (art. 31 diritto al gioco). Il bambino deve vivere il suo tempo dell’infanzia, crescendo e sviluppandosi senza adultizzazione o infantilizzazione, per prepararsi appieno ad avere una vita individuale nella società (dal Preambolo) e assumersi le responsabilità della vita nella società (dall’art. 29 lettera d Convenzione).
Nel “decalogo per proteggere i nostri bambini” formulato da Alberto Pellai (nel 2018) al n. 3 si legge: “Diritto al tempo libero, un tempo cioè non già tutto occupato da attività, addestramenti, apprendimenti sempre gestiti da un adulto che dice che cosa si deve fare e che cosa si deve imparare. Ai bambini servono ampi spazi di vita “vuoti e destrutturati” da riempire con la propria creatività e da nutrire con ciò che un tempo era uno dei principali motori dell’infanzia, ovvero la fantasia”.
Questa e altre accezioni di tempo si ritrovano in decaloghi o carte (non normative) dei bisogni dei bambini, tra cui il “diritto all’ozio” in capo al manifesto dei diritti naturali dei bambini (2003) elaborato da Gianfranco Zavalloni.
“L’essenziale è invisibile agli occhi”: il bambino ha bisogno e diritto al presente e alle presenze.





