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Se cinque anni vi sembran pochi

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Se cinque anni vi sembran pochi per completare una riforma: i costi dell'incertezza a margine di discontinuità dei governi e fibrillazione politica 
Pasquale Acconcia
«La continuità - ha spiegato il presidente Napolitano - è un elemento essenziale e non significa conservatorismo o immobilismo. Vorrei quindi un po' più di continuità nell'istituzione governo, infatti, in Italia noi abbiamo il record della fibrillazione politica. Non passano due mesi dalla formazione di un nuovo governo che - ha rilevato - si parla dell'incombente, imminente e fatale crisi di governo». Ecco perché, ha detto ancora il presidente Napolitano in un breve intervento al CNR, «abbiamo bisogno della continuità delle istituzioni», in particolare di quella del governo. 
Su queste parole del Presidente sono tutti d'accordo, fin quando si tratta di arricchirle con altre parole, con gli applausi che si riservano ai morti per lavoro o in guerra, ecc. E non si comprende bene chi debba sentirsi colpevole e rimediare; certamente un po' tutti, la politica e la società civile come singoli cittadini e come organizzazioni che intendono esprimerli. E' altrettanto certo che la brevità dei Governi negli ultimi anni non è nemmeno tanta se paragonata a quelli della prima Repubblica caratterizzata da crisi ricorrenti e fibrillazioni, come oggi si usa dire, dei governi di volta in volta in carica. C'è da chiedersi, quindi, in che cosa la situazione attuale si caratterizzi e quale sia il punto di maggiore criticità, di là dal richiamo, che rischia di essere di maniera, alla fragilità delle maggioranze o alla legge elettorale la cui riforma sembra la panacea di tutti i mali.

Per questo ritengo che occorra un'ipotesi ricostruttiva del malessere denunciato da Napolitano che ne individui i fattori scatenanti che creano – un po' dappertutto nel mondo - condizioni di instabilità che meriterebbero l'abusato appellativo di “epocali”. L'attenzione potrebbe incentrarsi sulle modalità stesse di legiferazione accompagnate e aggravate (1) dall'assenza di un comune sentire del tessuto sociale ed economico del nostro Paese e non solo, considerato che negli USA sta diventando normale un Presidente chiamato a governare in permanente confronto con una Camera di segno politico opposto.

Le modalità di legiferare le procedure legislative lette esse stesse come sintomo ed espressione dell'anzidetta assenza e, oltretutto, della volontà, consolidatasi del tempo, dei legislatori (e prima ancora del Governo) di accentrare le scelte anche minute di politica legislativa, nell'ansia di fare leggi “giuste” e frutto di una condivisa concertazione delle varie componenti sociali; con, sullo sfondo, una certa diffidenza sul ruolo e sulla capacità di aderire alle scelte politiche del managment burocratico..

Chiunque può verificare la complessità del percorso formativo non della legge ma della norma e cioè di tutto quello che determina poi i comportamenti dei singoli, delle comunità, delle imprese; la complessità è accentuata dal fatto che nel campo legislativo, come in quello giudiziario del resto, l'iter di formazione del prodotto finale si svolge con un intreccio continuo di momenti tecnici e mediatici accentuando confusione e, spesso, sconcerto.

In concreto, rispetto a un'esigenza, pur condivisa, di cambiamento o evoluzione il percorso è avviato da riflessioni e anticipazioni politiche, variamente autorevoli, che consentono ai mass media di descrivere l'iniziativa, dando a volte l'impressione, a un pubblico non esperto o disattento (ma non solo), che si tratti di “cosa fatta” e non di un'intenzione che, sottoposta ad un primo vaglio politico e tecnico, può sfociare nell'approvazione in Consiglio dei ministri di un disegno di legge o decreto legge (2) (anch'esso speso subito per consa fatta), che è spesso preceduta o seguita da meccanismi di concerto con le Regioni qualora il tema riguardi loro competenze. 

Già con l'approvazione del disegno di legge la “norma” è data, ancora una volta, per fatta e tale è, in effetti, per i decreti legge, di per sé immediatamente operativi spesso con eccezionale ricchezza di contenuti: testi chilometrici con contenuti pronti a trasformarsi in terreno di scontro fra fazioni anche trasversali agli schieramenti politici. 
Il percorso, insomma, sembra concluso ma in entrambi i casi per arrivare alla norma e consolidarsi come tale, occorre:
a. un passaggio nelle Commissioni parlamentari (prima o dopo poco rileva), aspro e tormentato col risultato che spesso l'iniziativa originaria risulta completamente sconfessata;
b. un passaggio in Aula egualmente impegnativo tanto da costringere quasi sempre il Governo a chiedere la fiducia con scandalo, reprimende presidenziali e bufere mediatiche;
c. il varo definitivo (non della norma, come vedremo) della legge salutato – come i precedenti passaggi – da attenzione tecnica e mediatica: i mezzi di informazione fanno a gara per riassumere schematizzare, sottolineare i passaggi importanti, i cambiamenti dall'un passaggio all'altro, evidenziare (non sempre) la applicazione non immediata della norma, ecc.
E' appena l'inizio poiché le difficoltà di comporre gli interessi in gioco, presidiati da autorevoli organismi rappresentativi e in Parlamento, e l'ansia dei legislatori di disciplinare tutto in modo stringente, senza averne gli strumenti tecnici (3), comporta che queste leggi siano zeppe di rinvii a regolamenti, decreti legislativi, scadenze non banali (180 giorni dalla approvazione del regolamento attuativo) che devono essere messi a punto da una burocrazia sempre più falcidiata e “inutile”, alle prese con centinaia di adempimenti tanto che per ciascuna legge Il Sole 24 Ore, nel momento clou della esperienza di Mario Monti gestiva una road map di attuazione con colonnine “mercuriali” che certificavano una immagine avvilente dello stacco fra legge e norma. Non solo, ma la procedura di declinazione della legge è identica a quella prelegislativa, con passaggi politici e lobbistici, pareri delle Regioni ed anche del Garante della privacy, limature e messa a punto per parere finale del Consiglio di Stato, nuova stesura e parere obbligatorio ma non vincolante delle commissioni parlamentari.
Sono percorsi lunghi con vita propria e moltiplicarsi di oscure battaglie fra potentati, mentre la gente – in tutte le accezioni del termine - magari pensa che un certo beneficio o maleficio faccia già parte integrante del tessuto normativo. Passano i mesi e gli anni, scavallando spesso lo stesso arco della legislatura. Così, nel concreto, il decreto 81/2008 che, corretto dal decreto 106/2009, attende di essere attuato in sede regolamentare per punti chiave, mentre lungo la via sta perdendo pezzi qualificanti dell'impianto originario per l'opera di quanti rispetto a questo o quell'articolo (frutto di scelte coerenti con l'impianto generale) l'hanno atteso al varco della “declinazione”, dell'urto con la realtà di parallele concomitanti declinazioni – in tema di occupazione, di crisi produttiva e economica, innanzi tutto - per modificarlo, vanificarlo, ribaltarne le logiche. 
Il meccanismo di “attuazione”, quindi, da un lato, non impedisce modifiche sostanziali del disegno originario lungo il percorso attuativo; dall'altro, non esclude interventi legislativi volti a correggere il tiro in termini di diversa filosofia politica e normativa, con il rischio – deflagranti sono le conseguenze – di creare incertezze applicative, sconcerto operativo. 
C'è da mettere in bilancio, poi, può escludersi un intervento della Corte costituzionale che metta a nudo la scorrettezza di soluzioni o percorsi utilizzati nell'urgenza del momento con l'illusione di poter modificare cose che tutti “sembrano” esecrare anche con scorciatoie a rischio di incostituzionalità. D'altra parte, l'ondivaga alternanza di principi guida, spesso criptica, è agevolata dal fatto che una norma è frutto di scelte dettate da necessità o suggestioni del momento, ridimensionate le quali riemergono i fattori contrari, come accade per il lavoro con sviluppi spesso sconcertanti: un anno si chiede al Governo di scoraggiare il lavoro precario (e il ministro allunga i tempi fra i contratti a tempo determinato); dopo poco le stesse forze politiche lapidano le norme e il loro autore, quali freno all'occupazione e ripresa economica. 
Un passo in una direzione e due all'opposto, con il Paese paralizzato perché è difficile progettare politiche personali o aziendali. 
Non si sottraggono a quest'andirivieni nemmeno le norme orientate all'equità, a ricostituirne una presenza pur minima nel sistema: Esse reggono, infatti, alla controriforma solo se toccano i più deboli come accade nella differenza fra la lotta ai falsi invalidi e quella agli evasori e come accade per ogni legge che, come si dice, “tocchi le tasche dei cittadini” che sono immediatamente sommersi da messaggi mediativi e tecnici, anche autorevolissimi, volti a spiegare e insegnare come “difendersi dal Fisco” sempre letto come altro, come nemico pur riconoscendo tutti che “Il fisco siamo noi” (4).
Nel concreto due esempi, banali, e pur marginali, mi hanno colpito. Il primo, riguarda una Legge del Governo Monti volta ad armonizzare con il sistema dell'Assicurazione generale obbligatoria le pensioni di militari, polizia, vigili del Fuoco e alcuni fondi sostitutivi. Così nel titolo della legge, con rinvio a un decreto di attuazione che, predisposto con consultazioni di organismi rappresentativi, con l'avallo del Consiglio di Stato è stato sottoposto alle commissioni parlamentari presiedute da un esponente del PDL in un ramo, del PD, dall'altro. Dette commissioni hanno espresso un parere – salutato con soddisfazione dalle forze politiche – basato sulla richiesta di espungere dal testo le parti riguardanti militari, poliziotti, vigili del fuoco. Non discuto il merito che tocca i meccanismi di gestione dei rapporti di lavoro con lo Stato (5), ma l'andamento ondivago che denuncia il difetto di ponderazione, il rifiuto soprattutto della necessità di scegliere. 
L'altro esempio - non meno significativo - riguarda la norma del decreto 81/2008 che prevede la comunicazione all'INAIL – a fini statistici - della notizia degli infortuni con prognosi superiori a un giorno. L'INAIL predispose, all'epoca, strumenti tecnici di provata affidabilità – riteniamo - vista l'esperienza della Denuncia nominativa assicurati, ma alla vigilia dell'avvio il Ministero intervenne, con una direttiva – in termini di interpretazione autentica, ritengo, di una norma pur chiara (6) - per precisare che l'entrata in vigore di essa era subordinato all'avvio del SINP. (da realizzare entro i “classici” sei mesi e, comunque, con gestione tecnico operativa di INAIL). Da allora sono passati cinque anni senza che vi sia traccia ancora del SINP con un silenzio turbato da una recente comunicazione dell'INAIL riguardante la gestione telematica della denuncia d'infortunio che poteva ingenerare l'idea che riguardasse anche quella di “un giorno”, resa così immediatamente operatività. Da ciò preoccupazioni confindustriali pubblicizzate su WEB con una rettifica informativa e a INAIL di chiarire bene la cosa. Anche in questo caso, insomma, una norma forse improvvida all'origine è serenamente ignorata in parallelo con l'altra riguardante la nascita di una cattedrale (il SINP) da affiancare al SIL e alla banca dati dell'incontro fra domanda e offerta di lavoro.(7) 
Viene in mente, così, a una vecchia canzone di protesta operaia (8): “Se cinque anni vi sembran pochi per” attuare uno strumento – anzi due - che dovrebbe agevolare l'emersione degli infortuni sul lavoro; di tutti e non solo di quelli che gestisce l'INAIL. (9) 
Non intendiamo discutere qui nel merito queste e altre vicende analoghe, come quella del Testo unico della sicurezza nel suo insieme e quelle delle le riforme Fornero del lavoro e della previdenza sgretolate sotto i colpi della “ragion di Stato” (l'occupazione, la ripresa economica, i giovani) che appare una sorta di “drone” che sorvola a pochi metri da terra l'intero apparato del welfare, del diritto del lavoro, arginando tutto ciò che possa impedire la realizzazione dei nuovi obiettivi. La crisi impedisce di discuterne anche se, con l'occasione, passano fra le righe provvedimenti selettivi per gruppi di varia formazione politico-sociale. 
Non conviene discuterne anche se l'esperienza di questi anni alimenta il timore che non si tratti di obiettivi ponderati per fattibilità e congruità (superbia vuole che siano negletti a questo livelli questi banali “studi”), ma di slogan, di formali poste di bilancio che consentono al responsabile di turno di superare ostacoli frapposti sul cammino delle riforme. Interventi oggetto di un atto di fede qualora si accolga il turbamento del Presidente Letta nell'esprimere la preoccupazione per una “Crescita senza occupazione”, di fatturati in aumento, conquista di mercati esteri, ecc. che non portino a breve una crescita della occupazione, in special modo dei giovani (10) 
Nulla da discutere, dunque, per la coerenza delle soluzioni adottate con l'obiettivo: è il metodo tutto da verificare; analogamente a quello che riproponga la logica della emergenza o dell'intervento salvifico di nuovi organismi o singoli esperti, si tratti del terremoto dell'Aquila o di quello prodotto da un'Expo dove forse si sono accumulati ritardi difficilmente colmabili secondo strumenti ordinari. E' un insieme di scorciatoie, sempre suggestive nel traffico urbano, a volte consolatorie poiché balena l'idea che se funzioneranno per l'Expo si potranno estendere a situazioni analoghi creando così tanti livelli di legislazione (e tutele) per quante sono le tipologie di sistemi economici e produttivi. E ciò a prescindere dalla circostanza che nella eccezionalità della gestione crescono i rischi di “malaffare”.
C'è da essere scettici perché all'atto pratico queste iniziative devono navigare nel mare dei richiamati meccanismi attuativi con esponenziale crescita – ovviamente - dell'esigenza di altri strappi al sistema di tutele sociali che potrebbe mostrarsi quale reale scopo a monte, la cui progressiva evidenza allunga i tempi, delude i consensi, fa affacciare nuovi “esodati” frenando via via la spinta riformatrice. 
Si ricomincia così tutto da capo, nell'alternanza politica richiamata all'inizio (11), con altri responsabili, altre strategie che s'impongono nel breve periodo brandendo il testimone che passa di mano in mano: quel testimone che, ancora una volta riecheggia la letteratura con il celebre salvacondotto (è per mio ordine e per il bene dello Stato che il latore della presente ha fatto quello che ha fatto (12)) dove al termine “ordine” si sostituisce di volta in volta “la salvezza dei conti pubblici”, la salvezza dell'economia, il futuro dei giovani ecc. Tutto lecito, qualora si evitasse di sollevare dubbi sulla professionalità e sanità mentale dei precedenti governanti, si evitasse di affermarsi con lo smontare quanto fatto in passato (magari rispolverando le idee di un precedente del precedente come nel caso delle cartolarizzazioni di Tremonti), di scoprire trionfalmente che esiste una evasione (evasione, non morosità) di necessità alla quale si è già accennato con qualche perplessità. 
Per tutte queste considerazioni, e altre ancora sulle quali torneremo poi, ci piace pensare che il Presidente Napolitano abbia inteso esprimere e fare proprio il disagio che molti provano di fronte non solo alle fibrillazioni politiche ma soprattutto di fronte alla sensazione che la nave non abbia timonieri che si diano il cambio garantendo continuità di navigazione, ma sia in balia di svelte navicelle pirata che di volta in volta salgono a bordo, ridisegnano (senza assumersi la responsabilità complessiva) le rotte per essere sostituite da altre, democraticamente scelte fra quelle che si affollano attorno alla nave.
Sempre per restare alla cronaca – e sempre con il primario scopo di stimolare così, la ricerca di altri esempi e la crescita della consapevolezza– non meraviglia che la battaglia attorno ai “tribunalini” continui a essere serrata, anche per rivedere la riforma perché quelli soppressi vanterebbero notevoli arretrati, che evidentemente si ritiene che possano essere smaltiti con magia prima della chiusura. Un'obiezione che si commenta da se per l'oggettiva pretestuosità, a fronte di più sincere motivazioni, pur discutibili, riguardanti l'indotto economico che ruota attorno a un tribunale, una prefettura ecc.
Altri esempi sono a portata di mano, qualora si concordi sul fatto che siamo in un momento di svolta, chiamati a superare già sul piano etico logiche che hanno consentito di discutere, battersi, legiferare in parallelo su vari fronti – il primato della giustizia, il lavoro fondamento della Costituzione, la tutela della salute individuale, collettiva e pubblica, ecc. ecc.; in parallelo, e quindi con possibilità di fissare per ciascun tema un principio fondante autonomo, senza preoccuparsi di compararlo in orizzontale con i principi di diverse parallele.
Si tratta, peraltro, di esempi, solo esempi; di una lunga serie.
Non risolutivi, certo, in questa sede dove si intende essenzialmente richiamare l'attenzione sul fatto che sono fondate le perplessità sull'attuale sistema elettorale che non consentirebbe di dare continuità, almeno per 4/5 anni, alle scelte politiche e alla loro traduzione in norme operative. Già le annotazioni ora riportate, però, lasciano intravedere motivazioni più complesse che suggeriscono un percorso che, risalendo per i rami del malessere sociale e istituzionale, possa emergere on progressiva chiarezza come in discussione non siano metodi legislativi, singoli principi guida, bensì le architravi del nostro sistema costituzionale (13) per come interpretate e declinate in oltre sessanta anni.
In primo luogo, infatti, è ormai chiaro che da qualche anno, ormai, non si discute di un singolo tema ma, attraverso questo, si finisce per toccare l'intero assetto del sistema economico e sociale; del welfare in primo luogo, per come ci è stato consegnato dallo scorso millennio. Nell'assumere l'incarico il Presidente Monti promise a breve termine non un Paese più ricco ma un Paese più equo, puntando poi a riequilibrare l'intero sistema. 
Il riequilibrio, peraltro, resta problematico in questa logica a risalire poiché emerge ben presto che per modificare x occorre intervenire anche – di lato o a monte – su y e poi a risalire su z, fino a toccare assetti costituzionali che si è ritenuto, a torto di poter modificare, come si è tentato per le province, con qualche artifizio. E' il “mantra” – per restare di moda – sintetizzato con il rinvio a “riforme strutturali”: sintetizzato e reso apparentemente innocuo rispetto a una sostanza che comporta per tutti un ripensamento di scelte, posizioni, privilegi e non. Di uscire, comunque, dalla logica che tutto è giusto, purché riguardi altri: è doveroso non avere le centrali atomiche, è essenziale non utilizzare inceneritori, occorre la raccolta differenziata ma nelle more servono le discariche, purché a casa di altri; oppure in zone “selvagge”, purché non si turbi l'ecosistema e non si distruggano bellezze naturali ecc. 
E' una vicenda complessa, ricca d'intrecci d'interessi e bisogni. Per il Welfare, però, sarebbe bene partire dal fatto che il vigente sistema di sicurezza sociale è stato costruito per addendi successivi, percorsi separati categoria per categoria, nell'arco di quasi un secolo, con il sedimentarsi di interessi, attese, bisogni, orientato a chi sta dentro (assicurativo previdenziale per questo) con scarso appeal per chi è fuori ecc.. E' una costruzione – senz'altro meritoria per i tempi i modi e le situazioni delle varie epoche - che ha visto come protagonisti, i corpi sociali, i partiti, i sindacati, le categorie di settore, il legislatore, le amministrazioni e la dottrina, la giurisprudenza e quella della Corte costituzionale in modo particolare. 
Siamo di fronte, dunque, a una piramide erta e complessa con blocchi di materiale interconnessi e interdipendenti, costruita negli anni con diversità di architetti, e per smontarla “bene” ci vorrebbe, quindi, un intervento comunque traumatico con chiarezza di situazioni e ripercussioni, e in un arco di tempo corrispondente a quello di costruzione. Solo così può limitarsi il rischio del continuo stop end go (anzi stop end stop) al quale assistiamo quotidianamente e quello di cambiamenti di “dettagli” (apparenti) che nella sostanza finiscono per mettere ini discussione i principi ispiratori di una precedente riforma. 
Ancor più stringente è il rispetto di dettami costituzionali che, interagendo con le problematiche ora richiamate, con un incessante affinamento interpretativo operano lungo una duplice direttrice riconducibile, da un lato, alla prima parte del testo costituzionale, dall'altro, alla seconda dedicata all'assetto “territoriale” della Repubblica, senza trascurare il punto riguardante il rispetto del rigoroso equilibrio del rapporto di “indifferenza” fra i vari poteri dello Stato, di là dal richiamo continuo della Corte costituzionale ai principi di “leale collaborazione”.
Per il primo aspetto ricordo – è storia, non preistoria – che le norme della Costituzione sui “diritti” sono state per molti anni lette come norme programmatiche che impegnavano il legislatore sen za avere una immediata cogenza nel diritto vivente. La tesi è ormai superata – se n'è forse persa addirittura la memoria – con una progressiva presa di coscienza dell'immediato vigore delle singole disposizioni quali presupposti di legislazione ordinaria ma anche come diretta “normazione” di riferimento dei rapporti economico sociali, con particolare riguardo a valori ormai assoluti per la dignità delle persone, la loro salute e sicurezza, il lavoro come componente della dignità umana e professionale ecc.
Da ciò un'elaborazione continua “del e nel” diritto vivente ad opera dei giudici, costituzionali, di legittimità e merito con la creazione di una rete di garanzie per i singoli e le comunità con la quale ogni riformatore deve fare i conti, pena la vanificazione dell'intero progetto innovativo. Sembra tema lontano, ma non lo è qualora si consideri che in questo contesto ha preso straordinario vigore la prospettiva della responsabilità (altrui) come base di una concezione più vasta che ingloba, senza esaurirsi in essa quella della solidarietà e della responsabilità individuale. 
Ne scaturisce la pretesa di arricchire le fonti di responsabilità dei singoli sotto vari profili che finiscono, poi, per confluire in un generico richiamo per la discesa in campo più o meno immediatamente dello Stato, tenuto a farsi carico di tutto scalando velocemente, in alcuni casi, le responsabilità riferibili alle singole persone. Si moltiplicano le responsabilità e, a contrasto, le spinte per forme di assicurazione sostanzialmente obbligatorie affiancate da interventi di sicurezza sociale per i più deboli che con la loro “espansione”, peraltro, escono surrettiziamente dai meccanismi assicurativi, dalla previdenza per entrare in quello dell'assistenza condizionando in tale direzione l'intero sistema di sicurezza sociale dell'articolo 38 della Costituzione.
Le reazioni, ovviamente, non si fanno attendere con proposte e leggi che, da un lato intendono rendere obbligatoria, ad esempio, l'assicurazione per responsabilità medica, dall'altro, propongono riduzioni drastiche dell'ammontare dei risarcimenti anche privati, consolidando la tendenza a trasformare i risarcimenti in indennizzi a fronte della garanzia di copertura, in ogni caso del relativo pagamento; tendenza che rischia di consolidarsi anche nel campo dei rischi professionali sempre più tentato da vocazioni assistenzialistiche.
A ciò si aggiunga che è sistematica e immediata la ricerca per individuare il livello di responsabilità di un “terzo” per ogni fatto della vita quotidiana e non con l'ausilio di organismi pubblici e corpi professionali sempre più specializzati.
Si parte dal ritardo dei treni dei treni, alle colpe mediche (14) agli incidenti da quelli stradali banali a quelli di più macroscopiche dimensioni riguardati grandi eventi di danno. In tutti questi casi l'obiettivo è di dare sostegno al soggetto danneggiato, assunto per definizione sia pur in modo approssimativo quale “misero” dell' “””in dubio pro misero”” e la individuazione di questa o quella norma costituzionale chiamata a presiedere la tutela del predetto danneggiato come danno biologico, esistenziale, tanatologico , morale all'immagine, relazionale e esistenziale ecc.
Su tutto, poi, le responsabilità dei datori di lavoro, da un lato, dei titolari di azienda, dall'altro, per fatti dannosi occorsi a lavoratori, a utenti di servizio o di beni di cui i primi siano custodi, responsabili, parte del tenace tentativo di danneggianti e chi li rappresenta per ricondurre il danno alla responsabilità di una persona, e di una persona con disponibilità economiche, ovviamente. In caso contrario o spesso fin dall'inizio si punta subito a far riconoscere la responsabilità morale, prima, economica, poi, dello Stato che dovrebbe farsi carico di tutto.
E' il frutto, del resto, del trasferimento in campo mediatico di qualsivoglia vicenda, per tragica che sia, per gestirla sull'onda delle emozioni, pur se con tentativi e sparute voci dissonanti: tutta l'esperienza del Governo Monti è stata caratterizzata da spunti di riflessione sulla responsabilità e sulla necessità di riequilibrare i rapporti fra responsabilità collettiva, sociale e individuale. 
Emblematica è la proposta, affiorata in quei giorni di rendere obbligatoria una sorta di assicurazione per i danni da terremoti: un modo per ricondurre, pur con sostegni e cautele di cui non mancano esperienze nel nostro sistema, il discorso nell'alveo della responsabilità di chi detiene un certo bene, lo realizza e gestisce nel modo più libero possibile, salvo. Nella stessa direzione la proposta a suo tempo avanzata, e accolta con un coro di sdegni, appariva un coerente superamento della logica secondo la quale gli individui determinano i bisogni e i rischi, la collettività – o comunque altri rispetto ai bisognosi. L'assicurazione per le calamità naturali è un episodio di questi ragionamenti, senza rievocare una notizia di qualche tempo fa' secondo la quale turisti giapponesi rapiti in una zona sconsigliata dal Governo, all'atto del rilascio (dietro riscatto pagato dallo Stato) si sarebbero visti chiedere il rimborso della relativa spesa. Lo stesso ragionamento si può estendere intuitivamente a tutta una serie di fenomeni culturali e sociali accomunati dal fatto, ripeto, che ciascuno determina le proprie scelte di vita – di alimentazione ad esempio – fermo, in piena buona fede, nel pretendere poi ogni possibile cura gratuita da parte dello Stato o, ma solo per alleggerire, il cambio delle poltrone degli stadi insufficienti a contenerli (negli USA soprattutto). E' un meccanismo che comincia a destare la curiosità mediatica anche perché le perplessità aumentano nel quotidiano colloquio con la maggioranza silenziosa dei cittadini, dei lettori: quando gli stessi soggetti sono esenti “impropri” dal pagamento dell'ordinario ticket; quando nessuno sanzione chi non fa la raccolta differenziata costringendo tutti a pagare di più di tasse; quando si è indifferenti a ciò, come amministratori, senza poter tradurre la relativa frustrazione in dissenso politico; quando i comportamenti “sacralmente” autonomi di ciascuno di noi (la…è mia e la gestisco io…) si traduce poi in malattia sociale, anch'essa a carico dello Stato, fino alla ludopatia.
Più in generale è il terreno del confronto sull'ISEE, caratterizzato dallo sconcerto destato dai primi disegni di legge che parlavano di “autenticamente” bisognosi con un avverbio a lungo riferito ai falsi invalidi, mentre invece nella concezione che lo ispirava intendeva ribaltare il percorso delle tutele: dalla potenzialità dell'individuo, alla potenzialità della famiglia (per legge tenuta a concorrere da sempre), alla potenzialità dei sistemi assicurativo/previdenziali individuali o di welfare contrattuale, fino a giungere a quella della collettività generale, oggi chiamata invece subito in campo sempre in presa diretta. 
Non c'è evenienza della vita ormai che non provochi da parte di chi la subisce uno smodato bisogno di giustizia, di sollecitare subito lo Stato a farsi diretto carico ovvero a ricercare – nel contesto costituzionale - conferme alla responsabilità di altri. Una recente sentenza in materia d'infortuni durante le partite di calcetto ne è riprova nella lettura non tanto del testo – senz'altro condivisibile, quanto del modo in cui è stata mediaticamente proposta quale significativo passo a tutela dei soggetti che partecipano alle partite di calcetto (15) 
Siamo ben oltre il tema iniziale della situazione difficile per governi e parlamenti stabili. 
Solo apparentemente, però, poiché l'andamento ondivago della gestione politica è figlio anche di questa situazione complessa e radicata nelle coscienze e, quindi, nei comportamenti anche parlamentari come gli esempi richiamati dimostrano. 
L'altro versante sul quale si gioca la partita della fibrillazione e instabilità che è certamente anche frutto di colpe della politica; ma è soprattutto il portato della incisività delle riforme che sarebbero necessarie, spesso dolorosamente a fronte della complessità dei tessuto di individualità, soggettività di gruppo, vere e proprie lobby ecc. Il tutto aggravato dalla circostanza che ben più vincolante è il meccanismo di formazione delle leggi prima accennato, a fronte di uno scenario – richiamato dalla Corte costituzionale con straordinaria puntualità – di relazioni fra i vari livelli di poteri che finiscono spesso per vanificare qualsiasi tentativo di riforma strutturale. Una situazione ben più grave di quella cui si è accennato in precedenza, per il suo effetto paralizzante sul quale giocano poi, ovviamente, i portatori di interessi di gruppo o individuali.
Il sistema di welfare, infatti, resta incatenato sempre più, via via che si abbandonano i meccanismi di tipo assicurativo, alla necessità di rispettare un riparto di competenze fra Stato, Regioni, Province, Comuni articolato e laborioso di cui è attenta custode la Corte costituzionale.
Nel breve periodo, insomma, è inestricabile e paralizzante (16) lo intreccio di poteri, regole, funzioni, masse di risorse professionali giustamente intangibili che vanno ad ingrossare le dimensioni della Pubblica amministrazione di cui si parla tanto in generale o con riferimento ai Ministeri, poco con riferimento ai grandi comparti dei dipendenti della sanità, degli enti territoriali, della stessa scuola, che sono in condizione di superare qualsiasi stagione di spending review. 
Anche in questo caso non occorre andare lontano per trovare – a conclusione del percorso esemplificativo – un riscontro nella vicenda delle Province, immodificato nel metodo e nel percorso pur a fronte di un'assoluta gravità della situazione della spesa pubblica e di una iniziale, piena condivisione del fatto che “non servono”, sono un corpo estraneo (17); e dei tribunalini ne abbiamo già accennato. 
La difficoltà di comprendere l'andamento tortuoso del percorso di riforma –d'altra parte – non consente di cogliere i punti di contatto fra queste sparse (apparentemente) vicende, prima fra tutte quella delle Province e la vicenda degli esodati che potrebbe essere assunta quale archetipo anticipatore delle riforme strutturali di cui tanto si parla, un primo passaggio di riconversione industriale.
Molti esodati sono il frutto, infatti, di riconversioni il cui costo era il bisogno di un minor numero di professionalità, diverse dal passato e, in corrispondenza un meccanismo che consentisse di assorbire la riduzione in modo virtuoso, senza creare drammi sociali o sacche di esuberi e malesseri interni. Il meccanismo è inevitabile nel momento in cui, riconosciuta la necessità di riconvertire attraverso la riqualificazione della forza lavoro, è obbligata la via dell'”accompagno” verso la pensione e/o la ricollocazione delle professionalità dove possano esprimersi al meglio. 
Questo il nocciolo virtuoso della vicenda, di là dalle perplessità per le inevitabili deformazioni da tener certo presenti in vicende analoghe al fine di evitare ricollocazioni meccanicistiche come nel caso della riforma delle Province e, in passato ad esempio, con la riforma che ha portato a Equitalia: due vicende in cui si è dato e si dà per scontato l'automatico trasferimento di tutto il personale, immediato e senza un progetto di riconversione, nel nuovo ente o in Regione. 
L'assenza di questo progetto per le professionalità sembra essere un limite della riforma ben più grave della correttezza o meno dell'individuazione degli ambiti provinciali, Ancora una volta, quindi, passata la paura dello spread a 500, si ritiene che possano farsi valere le regole del gioco di sempre, che sfruttano il fatto che non si possa agire sul punto x se non si riformano i punti x-1. X-2 ecc. fino a qualche articolo scritto dai costituenti che, ritenendo di rivolgersi a una platea di responsabili, e venendo dalla esperienza del fascismo, hanno costruito un egregio sistema di pesi e contrappesi politichi, amministrativi e giudiziari di cui negli ultimi tempi si lamenta proprio da più parti la perfezione, come nel caso delle vicende dell'ILVA e della famiglia Riva, arricchitesi di vicende ultime che dimostrano come il meccanismo sia così raffinato da lasciare ad ogni contendente un'ultima mossa, come nel gioco del poker.
Da ciò la nostra sensazione, personale a questo punto, che si sia a un punto di non ritorno senza poter più contare sull'illusione di una distruzione salvifica della classe politica, unica responsabile dei singoli episodi e del clima generale. Distrutta questa classe, potremmo tornare a essere sicuri - si pensa - del principio secondo cui “il problema è un altro” e che occorre comunque l'integrale rispetto di tutte le regole, come bene e valore assoluto in sé, con a parametro i principi costituzionali. Il tutto continuando a concertare anche all'infinito con tutti gli interessati e sempre rispettando le varie normative di settore, presidiate da Garanti e scegliendo le soluzioni tecnicamente perfette.
La dilatazione dei tempi, senza regole e scadenze, è dunque naturale e doverosa perché le cose devono essere fatte e fatte bene per resistere nel tempo (i pochi mesi di vita di varie leggi) ecc. sicché è doveroso che ci voglia il tempo che ci vuole e tutte le pagine di decreti e leggi di conversione che ci vogliono; anche e soprattutto nel rilasciare un Decreto del Fare ricco anch'esso di una marea di norme da declinare, attuare ecc. Norme perfette, insomma che mettano tutti d'accordo e rispettino i valori assunti come primari e assoluti.
A fronte di tutto ciò, peraltro, resta la perplessità di fondo – e i fatti sembrano darci ragione: sarà pur giusto, ineludibile, ma non porta a nulla, se non al precipizio nel quale affondiamo, a salvaguardia delle piccole e grosse rendite di posizione che abbiamo costruito ciascuno attorno alla propria persona, al proprio gruppo, senza cogliere che via via si lasciavano fuori dal giro masse crescenti di popolazione,
Nel mondo semplice delle aziende che fanno soldi del mercato che promuove i bisogni e ne è trainato, infatti, un obiettivo è tale solo se collocato, fin dalle prime fasi, nel tempo sulla base di uno studio di fattibilità che consideri tutte le componenti del sistema, le difficoltà, le spinte lobbistiche ecc. con assoluta neutralità di lettura per arrivare al punto nodale che è quello delle scelte fra vari interessi e bisogni nel rispetto dei principi. 
Tempus regit actum: non si sfugge a questa indicazione dell'antico diritto poiché un obiettivo non collocato nel tempo con congrua dimostrazione di fattibilità serve solo a giustificare l'operoso attivismo di organismi, uffici, persone che si preoccupano solo di realizzare un bel prodotto, un oggetto politicamente e giuridicamente corretto, anche se resta illecito, secondo me, rispetto al vincolo primario dell'efficacia del risultato. 
Anche in questo caso, però, se così deve essere si abbia il coraggio almeno di affermarlo a viso aperto, evitando di credere nel contrario, di fissare termini che se non fossero tragicamente incongrui sarebbero solo ridicoli già in prima approssimazione. 
Si risponda al quesito iniziale che sì, cinque ani, nel caso di specie, sono proprio pochi e subito dopo si cominci a riflettere su quanto Padula e Trovati sul Sole 24 ORE con ben più sintetica efficacia riportano come riflessione di fondo su L'incertezza e i suoi costi 
L'incertezza delle regole rappresenta da sempre un costo aggiuntivo, sia per i cittadini sia per gli operatori. Difficoltà nel pianificare la propria attività o il proprio budget familiare; adempimenti da fare e da rifare (dovendo spesso affrontare rilevanti spese di consulenza); rischi elevati di commettere errori e di doverne sopportare il successivo contenzioso. È un principio generale che produce effetti ancor più negativi quando applicato all'ambito della fiscalità. 
Anzi, se confusione e indeterminatezza delle regole si riferiscono alla fiscalità locale, ecco allora che i costi impropri rischiano addirittura di moltiplicarsi. 
La vicenda dell'Imu del 2012 racconta perfettamente questa ulteriore stortura. Nell'anno del debutto - tra dubbi, modifiche normative, ripartizione indefinita del gettito e dei fondi di compensazione - nessun Comune aveva la minima idea delle risorse su cui avrebbe potuto effettivamente contare. Risultato: di fronte al rischio di trovarsi con le casse vuote, molti sindaci hanno preferito aumentare le proprie richieste a cittadini e imprese, facendo lievitare le aliquote ben oltre il livello che sarebbe stato sufficiente a "compensare" tagli e riduzioni dei trasferimenti statali. L'impossibilità di disporre di regole e dati certi per la redazione dei bilanci comunali, si è trasformata quindi in un maggior costo "reale" per i contribuenti, chiamati - in qualche modo - a pagare due miliardi di euro in più per i timori delle amministrazioni locali di trovarsi a corto di risorse. Un copione che sembra fatalmente destinato a riproporsi quest'anno……omissis…………...
Tra Imu (per chi ancora la paga), Tares, addizionali e balzelli vari è concreto il rischio che cittadini e imprese debbano affrontare una nuova stagione di aumenti fiscali, praticamente ex-post. Cioè ad anno quasi scaduto. 
Da un po' di settimane a questa parte, il dibattito di politica economica ha assunto sempre più spesso l'aspetto di una battaglia tra ragionieri. Si discute in continuazione di coperture, fondamentali per le condizioni dei conti pubblici e per gli impegni europei, di decimali. Così, mentre ci si accapiglia sugli "zerovirgola", pare scomparso dai radar il "solito" costo (per niente occulto), che si scarica sia sulle spalle dei contribuenti sia sui conti delle amministrazioni pubbliche: il costo dell'incertezza. 
A partire dall'Imu: riscritta una decina di volte nel suo anno e mezzo di vita, anche dopo l'ultimo decreto del Governo mostra un'architettura tutta da definire. Il saldo di dicembre sull'abitazione principale è pienamente in vigore, e ha bisogno di un nuovo intervento (e di altri 2,4 miliardi di euro di coperture) per essere cancellato. La deducibilità per le imprese è stata nuovamente retrocessa al rango di promessa: se ne dovrà occupare la legge di stabilità, insieme all'ennesima rivoluzione del Fisco locale che passa sotto il nome di service tax.
Poi c'è la Tares, che da quest'anno sostituisce le vecchie tasse e tariffe sui rifiuti. È in vigore da poco più di 8 mesi, ma ha già subito cinque revisioni e l'ultima, appena approvata, ha complicato ulteriormente le carte. Tra l'altro, si è introdotta la previsione che Comuni e gestori inviino ai contribuenti un bollettino precompilato con l'importo da pagare. Una prassi che ad altre latitudini è considerata il minimo di civiltà fiscale ma che da noi rischia di trasformarsi in un'impresa impossibile. Intanto rimangono da chiarire: la distribuzione dei tagli della spending review (approvata 14 mesi fa dal Governo Monti); quali sindaci dovranno rispettare il Patto di stabilità e quali saranno esentati; i criteri di assegnazione del «Fondo di solidarietà» e i meccanismi di compensazione definitiva per l'Imu sull'abitazione principale. 
Se l'Imu è una telenovela e la Tares un romanzo a puntate, è inevitabile, come accennato, che i bilanci preventivi già preparati in molti Comuni siano pura fiction. E non va meglio a chi ha aspettato gli eventi, perché senza bilanci preventivi si lavora «in dodicesimi», spendendo ogni mese appunto un dodicesimo degli stanziamenti dell'anno precedente: oggi, però, le risorse sono meno (la spending review da sola chiede 2,25 miliardi ai sindaci), e si rischia di esaurire i fondi disponibili prima della fine dell'anno. Il verbo federalista predicava il «giudizio fiscale» del cittadino-contribuente, che paragonando i servizi offerti alle tasse locali chieste avrebbe espresso nel voto l'apprezzamento o il rifiuto per il menu offerto dal sindaco. Ma in questo vortice di aliquote e regole in costante movimento, una valutazione oggettiva diventa impossibile. E, mentre la pressione del Fisco locale cresce a ritmi serrati, rischia di aumentare anche l'insofferenza dei contribuenti. Un altro costo che sembra sfuggire agli appassionati dello "zerovirgola". 
(Per il testo si veda http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2013-09-09/lincertezza-suoi-costi-073107.shtml?uuid=AbOFQiUI&fromSearch
NOTE
1 Aggravata dal fatto che è venuta progressivamente meno la coesione sociale che può fornire una solida base a un'alternanza dei governanti che possa esprimere fino in fondo le potenzialità di detta coesione. 
2 Le iniziative governative sono ormai assolutamente preponderanti rispetto a quelle che nascono direttamente dal Parlamento, numerose ma che difficilmente riescono a farsi largo nel mare d'impegni per discutere, convertire, ecc. Le iniziative governative imposte dalle crisi, dagli impegni internazionali, da bufere ricorrenti ecc. In Parlamento, così, si preferisce giocare di rimessa con il vantaggio, giova aggiungere, che piccole e grosse correzioni, colpi di mano, ripensamenti finiscono per confondersi nel mare del testo originario, riducendo le stesse responsabilità dei proponenti comunque costretti a far passare sotto forma di emendamenti al testo base, scelte i cui principi (tutte li hanno) collidono con quelli ispiratori del testo base. Un piccolo esempio delle conseguenze con la vicenda amianto laddove la legge base nel vietare l'uso e la manipolazione della sostanza prevedeva particolari benefici per i dipendenti delle aziende produttrici e manipolatrici, in numero in verità esiguo. Un piccolo emendamento, giustamente apprezzato nell'interesse di tanti lavoratori, sposta l'asse di attenzione verso “l'esposizione” al rischio con l'irrompere nel sistema di una significativa massa di aventi diritto e il cambiamento della filosofia stessa dell'intervento generale. E ciò a prescindere da ogni giudizio di merito sulla vicenda stessa.
3 La carente utilizzazione di tali strumenti (tipici della burocrazia ministeriale), è frutto fra l'altro, dell'esigenza del legislatore, riformista in alternanza, riformista di blindare il messaggio politico senza coinvolgere istanze tecniche di per sé ritenute paralizzanti; con l'effetto, peraltro, di rinviare tale effetto a momenti successivi nel “lungo” percorso dalla legge alla norma.
4 Può sembrare ultroneo, ma varrebbe la pena di riflettere sull'uso del termine Fisco che da un certo momento storico ha identificato le entrate che confluivano nel patrimonio del principe (di chi comandava, insomma) a differenza dell'Erario dove confluivano le entrate (e i beni) pubblici nel senso per noi comune. L'annotazione (per un dettaglio sommario si v. http://www.simone.it/newdiz/?action=view&id=561&dizionario=2) non è senza significato poiché nel nostro Paese, Stato tutto sommato giovane, resta radicata l'idea che a certe cose ci debba pensare il Capo e il Fisco con il quale sottrae soldi ai cittadini per suo uso personale senza restituire nulla. E bisogna , quindi, difendersi e difendere con tutti i mezzi che l'ordinamento ci consente, fino a legittimare l'evasione (non la morosità) per necessità con una motivazione che nasconde una perplessità di fondo, poco evidenziata: come si fa' per l'operaio della ditta x che vorrebbe poter scegliere fra pagare le imposte e dare da mangiare ai propri figli o pagare l'affitto (lasciamo perdere il famoso mutuo)? 
5 Nel merito, infatti, le considerazioni delle Commissioni sollecitano attenta considerazione nella misura in cui mettono a nudo, fra l'altro, la difficoltà di coniugare – come accenneremo più avanti - il ruolo dello Stato in quanto tale con quello dello Stato come datore di lavoro che stipula contratti integrativi, accordi che toccano tutti gli aspetti del rapporto di lavoro, sul quale lo Stato in senso proprio può intervenire – e interviene – per modifiche , sempre peggiorative.
66 Chiara e certo non in contrasto con la filosofia complessiva del Decreto da leggere in analogia con quanto avvenuto con la Denuncia nominativa assicurati, voluta nel 2000 dal legislatore quale anticipazione – e rodaggio del Servizio Informativo del Lavoro.
7 Uno strumento certamente complesso, il SINP già per il rispetto dell'attuale sistema istituzionale della Repubblica e la necessità di tenere insieme valori disparati, tutti di rilevanza costituzionale a cominciare da quello della privacy sempre immanente nella forma, negletto poi nella sostanza. Non se ne discute, ma la scelta legislativa era nel senso di avviare comunque l'attività di censimento a cura dell'ente preposto, nei termini già sperimentati con la DNA che impiantata da INAIL, ha fatto da battistrada per il sistema più organico e “giusto” del SIL. Oltretutto, nessuno ha messo in discussione che la gestione tecnica del SINP debba essere affidata all'INAIL. 
8 E' la canzone nata in occasione della battaglia per le otto ore del lavoro delle mondine, poi ripresa in varie versioni per momenti di lotta analoghi.
9 Si tratta, per concludere sul tema, di una lacuna grave, non tanto per la lotta al lavoro nero – spesso ostacolata dalla coincidenza di interessi dei soggetti del rapporto - quanto per una conoscenza compiuta del fenomeno che consenta di mirare gli interventi con maggiore efficacia e, soprattutto – a nostro avviso – di integrare la lettura del fenomeno in termini di infortuni con una lettura in termini di incidenti, reale punto di riferimento iniziale della prevenzione per cogliere compiutamente la pericolosità di ambienti, mestieri e strumenti, depurata da componenti di fatalità concausa in positivo o in negativo. 
10 Sempre per esemplificare la considerazione di fondo del nostro ragionamento, è da registrare il fatto che mentre su un filone di intervento su valorizza il diritto-dovere (non si usa più l'obbligo) scolastico) che pur con incertezze sembrano fissato al sedicesima anno di età – salvo definire i contenuti dell'impegno di studio, nelle statistiche ossessivamente riproposte si parla di disoccupazione giovanile dai 15 anni in poi, con l'idea guida, si deve ritenere, che in un mondo del lavoro destinato a protarsi ben oltre i settanta anni sia normale che si smetta di studiare, nel senso più ampio del termine, a 15 anni per consolidarsi in un mondo del lavoro comunque poco qualificato sul piano culturale, professionale, specialistico. O forse è questione che riguarda solo certe classi sociali. In ogni caso resta l'esempio di un parallelismo che rischia di diventare un dialogo fra sordi, con l'aggravante che su un terzo filone, per così dire, si cerca di prestare – giustamente – grande attenzione e cura per l'istruzione degli infra quindicenni, in special modo se facenti parte di categorie disagiate, perché stranieri ad esempio o portatori di handicap. 
11 La riforma dell'ISEE potrebbe costituire senz'altro un caso scuola, con un Governo (Monti) arrivato proprio in fondo, fermatosi ritenendo doveroso l'intervento del nuovo Governo (forse per evitare di presentarsi all'elettorato con un provvedimento impopolare) e un nuovo Governo che sostanzialmente ha ricominciato tutto da capo con un fiorire di annunci in Rete sull'imminenza dell'approvazione e tutti a spiegare ogni volta i contenuti, le novità introdotto nello “schema” ad ogni passaggio; tanti ben lieti del ritardo ecc.
12 E' il salvacondotto dato dal Cardinal Richelieu a Milady, sua emissaria e spia, di cui si parla nel romanzo D'Artagnan e i tre Moschettieri di Dumas.
13 Frutto, di un compromesso virtuoso fra concezioni politiche lontane fra loro, per quanto riguarda sia i diritti fondamentali sia la forma di Stato – accentrato o con spinte “federaliste di cui le vicende degli ultimi decenni mostrano tutte le difficoltà di gestione, di là da ogni considerazione di merito sui singoli principi e valori in gioco.
14 Sono quotidiane le polemiche fra medici – ortopedici in particolare – e avvocati per il fatto che i primi lamentano, abbandonando le relative scuole di specializzazione in molti casi, l'esistenza di gruppi di legali che fanno della caccia alle colpe mediche unno specifico obiettivo professionale.
15 Da questo momento in poi gli amanti del calcetto sono più tutelati: non è vero perché nel testo della sentenza è chiaro il riferimento ad antichi e consolidati principi di responsabilità dei custodi e proprietari di beni potenzialmente pericolosi (classico l'esempio di scuola di lastre di marmo appoggiate fuori da un cancello con striscia rossa, magari, e cartello di pericolo del tutto ininfluenti). L'immagine che se ne trae, però, e che si riterrebbe giusto che anche l'incidente di gioco o correlato debba trovare una tutela “sociale” diretta o indiretta: un obbligo assicurativo a carico dei gestori, in questo secondo caso, che sempre ricade come effetti su collettività incolpevoli, sotto forma di aumento dei costi e prezzi di certi servizi. 
16 Non per soggetti mediaticamente deboli, come gli invalidi civili e, soprattutto, come i pubblici dipendenti, privati di netto del sistema della causa di servizio, limati progressivamente di benefici previdenziali, non più sicuri del posto fisso, ridimensionati drasticamente nel beneficio dei ticket. Quest'ultimo aspetto, certo marginale, merita una sottolineatura quale esempio più raffinato dell'impossibilità di far convivere principi di diverse linee parallele. “”E' giusto, non è giusto , sono fannulloni ecc”. Nessuno sembra far caso non solo al fatto banale che pur fannulloni erano e sono fra i motori del consumo interno, ma soprattutto al fatto che certi benefici sono frutto non dell'impegno dello Stato legislatore ma dello Stato datore di lavoro, al pari di un datore di lavoro privato, sulla base di intese paragonabili a quelle del settore privato. Sono il frutto, insomma della grande stagione della privatizzazione del rapporto di pubblico impiego, primo passo verso la sua flessibilità e verso lo spostamento di risorse dal salario fisso a quello variabile. Senza entrare nel merito di queste vicende, è evidente che per reggere il meccanismo avrebbe dovuto essere utilizzato in modo appropriato – e con qualche Ministro cominciava a esserlo – con cautela di interventi trancianti dello Stato legislatore che alla fine finiscono per dimostrare che non cambia nulla: non sono lavoratori con tutti i diritti e anche doveri degli altri, ma addetti, con grossolana semplificazione, che il Sovrano può beneficiare, punire, arricchire o privare di diritti e soldi. Con scarse conseguenze nel medio periodo sul piano sostanziale ma con tutta la gravità del messaggio negativo, beffardo quasi sui grandi temi della privatizzazione. Un po' quello che accade per l'assicurazione infortuni: bilanci di equilibrio, studi statistici, pesi e contrappesi, ma poi c'è un sistematico avanzo di gestione che lo Stato incamera disponendone a piacimento senza nessuna motivazione. E con la conseguente legittimazione a muoversi . sul versante delle prestazioni, con metodologie e contenuti sostanzialmente assistenziali, come abbiamo già visto.
17 Salvo verificare, a posteriori, che per oggettive necessità (servono, in molti casi, enti intermedi) o per bisogno nel tempo di motivarne l'esistenza con compiti specifici, attorno a questi enti, assunti come inutili, si addensano comunque una serie di compiti, adempimenti, responsabilità comunque difficilmente smontabili e che rimangono da collocare, pur dopo aver abbattuto la componente politica del sistema.

Pasquale Acconcia - pasquale.acconcia@gmail.com

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(27/09/2013 - Pasquale Acconcia)
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