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Avvocati in tempi di crisi. Quali scenari?

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di Nadia Fusar Poli -
Avvocati in tempo di crisi. Quei brillanti professionisti, arroccati nei propri “feudi”, da sempre considerati una categoria professionale di privilegiati e benestanti (negli ultimi anni sono entrati a pieno diritto nelle casta degli intoccabili), sembra abbiano ben poco da star tranquilli. I professionisti legali stanno attraversano un periodo buio, che rende insonni e lascia particolarmente inquieti. Se nell'immaginario collettivo, la toga e i tribunali rimandano immediatamente ai personaggi e alle storie di Law&Order, la situazione reale è bene diversa.
La crisi dell'avvocatura è ormai un argomento all'ordine del giorno. I dati che emergono dai rapporti della Cassa Forense e del Consiglio Nazionale Forense lasciano davvero poco all'immaginazione. Le prospettive non sono affatto confortanti. I giovani, nonostante ciò, continuano ad iscriversi alle facoltà di giurisprudenza e ad inseguire il sogno (o forse lo status); intanto le fila dei praticanti non pagati seguitano ad ingrossarsi e cresce in modo esponenziale il numero degli avvocati. Quasi 200 mila in Italia, il quadruplo rispetto alla Francia. C'è chi chiude e appende la toga al chiodo, chi resiste e va avanti solo (o quasi esclusivamente) grazie alle cause minori e più sbrigative (come le classiche liti condominiali) e chi decide che forse è meglio cambiare strada, prima che sia troppo tardi. Il giovane avvocato piene di buoni propositi e speranze, infatti, se non può contare sul supporto della famiglia, ha praticamente la strada sbarrata: no studio, no clienti, no parcelle. La crisi economica ha inciso non solo sui consumi degli italiani ma anche sulle controversie e la vis litigiosa. Tutti d'amore e d'accordo pur di non farsi salassare (già ci pensa il Governo!). Stiamo assistendo al declino dell'avvocato? Certamente servono nuovi stimoli per restituire slancio e impulso. Occorre intrecciare competenze e professionalità e fare rete.
Esistono, è innegabile, delle responsabilità imputabili alla categoria: l'incapacità di adattarsi ai nuovi scenari e alle mutate condizioni sociali e culturali, di rispondere alle rinnovate esigenze di mercato così come ai bisogni dei clienti. L'avvocato non è il dottor Azzeccagarbugli di manzoniana memoria (anche se talvolta l'opinione pubblica sembra voglia farcelo credere): è un difensore del cittadino. Dalla tempesta si può uscire? Certamente sì, ma il sistema, le cui base normative risalgono a leggi degli anni venti e trenta va necessariamente riformato: vanno eliminate le numerose storture esistenti, abbandonati gli schemi tradizionali che inquadrano la giurisprudenza e va adeguato il sistema universitario alle attuali e reali esigenze del mercato. Il diritto è una scienza sociale e, in quanto tale, si evolve nella realtà vivente, di cui è espressione. Il diritto non vive nei codici o nei testi giuridici e la stessa dimensione giuridica non si esaurisce nelle aule dei tribunali.
(07/08/2013 - Nadia Poli)
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