"In materia di responsabilità disciplinare degli avvocati, le norme del Codice deontologico che elencano i comportamenti che il professionista deve tenere nei rapporti con i colleghi, la parte assistita, la controparte, i magistrati e i terzi, costituiscono mere esplicitazioni esemplificative dei doveri di lealtà, correttezza, probità, dignità e decoro, previsti in via generale dalla legge professionale e dallo stesso Codice, sicché la loro inosservanza - ha chiarito il CNF - si traduce inevitabilmente nella violazione di tali doveri, la quale non richiede un autonomo accertamento, a meno che non sia contestata in relazione a comportamenti diversi da quelli specificamente riconducibili alle predette disposizioni".
Il Consiglio Nazionale Forense si sofferma sull'inosservanza di specifici doveri di comportamento e principi deontologici generali
I concetti di probità, dignità e decoro costituiscono doveri generali e concetti guida, a cui si ispira ogni regola deontologica, giacché essi rappresentano le necessarie premesse per l'agire degli avvocati, e mirano a tutelare l'affidamento che la collettività ripone nella figura dell'avvocato, quale professionista leale e corretto in ogni ambito della propria attività.
Questo quanto ricordato dal Consiglio Nazionale Forense, nella sentenza n. 165/2023 (sotto allegata), rigettando il ricorso di un legale incolpato della violazione dei principi deontologici generali e sanzionato con la censura dal Consiglio distrettuale di disciplina forense di Brescia.
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