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Licenziato chi dice troppe parolacce

Confermato dalla Cassazione il licenziamento di una commessa che in pausa pranzo usava un linguaggio sboccato con le colleghe
donna mette mani sulla bocca dalla sorpresa

di Marina Crisafi - Confermato ieri dalla Cassazione (sentenza n. 3380/2017 qui sotto allegata) il licenziamento per giusta causa inflitto ad una commessa bolognese, ritenuta colpevole dell'uso di un linguaggio sboccato e ricco di parolacce durante la pausa pranzo con le colleghe. La donna era stata richiamata più volte dal direttore del negozio per il quale lavorava ma il comportamento si era protratto ed era arrivata la massima sanzione.

Senza successo la commessa si rivolgeva ai giudici di merito che confermavano la legittimità del licenziamento. E a nulla valgono le sue doglianze neanche di fronte al Palazzaccio. Secondo i difensori della donna il comportamento non era di gravità tale da ledere il vincolo fiduciario. E non poteva certo pretendersi che "ai lavoratori dipendenti nei momenti della pausa di lavoro sia inibito un linguaggio adoperato normalmente da persone della stessa estrazione sociale, della stessa cultura e accomunate dalla familiarità che subentra in conseguenza di un lavoro quotidiano in uno spazio ristretto nell'azienda in cui operano".

Ma per gli Ermellini il ricorso è inammissibile e la sentenza d'appello non contiene nessun vizio motivazionale con riferimento al fatto storico consistente nella condotta tenuta dalla lavoratrice. Per cui, licenziamento confermato e donna condannata anche a pagare oltre 3mila euro per le spese processuali.

Cassazione, sentenza n. 3380/2017
(09/02/2017 - Marina Crisafi) Foto: 123rf.com
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