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La particolare tenuità del fatto

La disciplina dell'art. 131-bis c.p. tra normativa e giurisprudenza
martello con manette sopra

Avv. Laura Bazzan - L'art. 131-bis c.p., introdotto con il d.lgs. n. 28/2015, delinea una causa di non punibilità di natura sostanziale che risponde alla concezione gradualistica del reato e ai principi di sussidiarietà e proporzionalità del diritto penale. L'istituto risponde altresì ad una logica deflattiva, mirando a diminuire le fattispecie che, nonostante il superamento della soglia della tipicità, non giustificano l'irrogazione della pena ma piuttosto una sanzione civile finalizzata ad attuare la tutela risarcitoria e/o ripristinatoria. Per effetto della particolare tenuità di cui all'art. 131-bis c.p., invero, pur rimanendo il fatto in astratto penalmente rilevante, il modesto disvalore che lo caratterizza in concreto fa venire meno l'interesse punitivo penale dell'ordinamento.

Correlativamente, il legislatore è intervenuto in maniera sistematica anche in ambito procedurale, prevedendo espressamente la particolare tenuità ex art. 131-bis c.p.c. quale ipotesi di archiviazione (art. 411 c.p.p) e di proscioglimento predibattimentale (art. 469 c.p.p.), e regolando l'efficacia della sentenza di proscioglimento per particolare tenuità del fatto nel giudizio civile o amministrativo di danno con l'introduzione del nuovo art. 651-bis c.p.p.

Ambito di applicazione e presupposti

La causa di non punibilità di cui all'art. 131-bis c.p. ha portata generale: l'esplicita limitazione dell'operatività dell'istituto è riservata ad alcune classi di reato in base all'entità della pena prevista (pena detentiva superiore nel massimo a cinque anni) e a connotati incompatibili con una particolare tenuità del fatto (motivi abietti o futili, crudeltà, sevizie, approfittamento della minorata difesa, causazione di morte o lesioni) mentre, sempre per espressa previsione legislativa, "non assume alcun rilievo ostativo la previsione già in via astratta della particolare tenuità del danno o del pericolo come elemento incidente – ovviamente in senso diminutivo – sulla gravità del reato" (Cass. n. 44132/2015).

La valutazione circa la non punibilità del fatto-reato per la sua particolare tenuità è rimessa al giudice che, esercitando la propria discrezionalità all'interno dei parametri fissati dal legislatore, dovrà verificare se l'offesa possa considerarsi particolarmente tenue e se il comportamento non sia abituale. Tale valutazione è destinata al solo giudice ordinario, con conseguente esclusione dell'applicabilità dell'istituto nei procedimenti di competenza del Giudice di Pace (cfr. Cass. n. 31920/2015), e può essere effettuata anche in relazione al delitto tentato quando sia desumibile la minima rilevanza del danno per l'ipotesi in cui il delitto avesse raggiunto il compimento. Dalla medesima valutazione non sono sottratti a priori neppure i reati di pericolo astratto o presunto, in quanto anche per essi il principio di necessaria offensività consente l'individuazione in concreto di un'offesa, anche minima al bene protetto, e perché la particolare tenuità si appezza per mezzo di un giudizio sintetico sul fatto concreto, da elaborare alla luce di tutti gli elementi indicati dalla norma (cfr. Cass. n. 24249/2006).

Limite edittale e bilanciamento

La cornice edittale costituisce il parametro preliminare per individuare l'ambito di applicabilità della norma. L'esclusione della punibilità per particolare tenuità, infatti, è preliminarmente riservata a reati consumati o tentati con limite edittale massimo uguale o inferiore ai cinque anni di reclusione o a reati per i quali la pena pecuniaria, prevista da sola o unitamente alla pena detentiva, non supera il limite dei cinque anni da calcolarsi attraverso i meccanismi di ragguaglio di cui all'art. 135 c.p. (art. 131-bis c. 1 c.p.).

In caso di reati circostanziati, ai fini della determinazione della pena, non vanno considerate le circostanze comuni ma soltanto quelle per le quali la legge stabilisce una specie diversa da quella ordinaria del reato e di quelle ad effetto speciale che non vanno tra loro bilanciate (art. 131-bis c. 4 c.p.).

I criteri della particolare tenuità dell'offesa e della non abitualità del comportamento

La valutazione del giudice circa l'applicabilità o meno dell'istituto della particolare tenuità è subordinata alla verifica della sussistenza di un'offesa particolarmente tenue, avuto riguardo alle modalità della condotta e all'esiguità del danno o pericolo, e della non abitualità del comportamento. Si tratta di criteri sintomatici espressamente indicati dalla disposizione di riferimento da raffrontare con i parametri previsti dall'art. 133 c.p. per la determinazione della gravità del reato ai fini della quantificazione della pena.

Secondo quanto precisato dalla Corte di Cassazione in relazione al criterio della particolare tenuità dell'offesa, non può darsi un'offesa tenue o grave in chiave archetipica ma deve aversi riguardo alla concreta estrinsecazione del reato, di talché "l'esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto è applicabile a qualsiasi reato che rientri nell'ambito della previsione astratta della norma, comprese le fattispecie caratterizzate da soglie quantitative minime per indicare la rilevanza del fatto o determinare la gravità dell'offesa del bene giuridico" (Cass. n. 13681/2016). La particolare tenuità dell'offesa, più specificamente, è desumibile da elementi oggettivi e soggettivi quali:

- la natura, la specie, i mezzi, il tempo, il luogo e ogni altra modalità dell'azione (art. 133 c. 1 n. 1 c.p.);

- l'esiguità del danno o del pericolo cagionato alla persona offesa dal reato (art. 133 c. 1 n. 2 c.p.);

- l'intensità del dolo o il grado della colpa (art. 133 c. 1 n. 3 c.p.).

Il fatto deve ritenersi non sussumibile nell'alveo della particolare tenuità quando l'offesa non è particolarmente tenue, ovvero quando l'autore del reato ha agito per motivi abietti o futili, o con crudeltà nei confronti di persone o animali, oppure ha adoperato sevizie, o ha approfittato delle condizioni di minorata difesa della vittima tenuto conto della sua età, o ha cagionato la morte o le lesioni personali gravissime ancorché quali conseguenze non volute (art. 131-bis c. 2 c.p.). Non è possibile invocare la particolare tenuità, quindi, in caso di omicidio colposo, lesioni colpose gravissime e in genere ogni altro delitto doloso cui conseguano morte o lesioni ex art. 586 c.p.

In relazione alla non abitualità della condotta, il requisito appare certamente non soddisfatto in ipotesi di delinquenza abituale, professionale o per tendenza dell'autore, o quando questi abbia commesso più reati della stessa indole, come nel caso in cui sia dichiarato recidivo reiterato e specifico, anche quando ciascun fatto singolarmente considerato sia di particolare tenuità, e qualora le condotte siano plurime, abituali e reiterate (art. 131-bis c. 3 c.p.). In proposito, la giurisprudenza ha avuto modo di delimitare l'ambito di operatività della norma rispetto al reato permanente e al concorso formale di reati. In particolare, distinguendo l'ipotesi del reato permanente da quella del reato continuato, con sentenza n. 47039/2015 la Corte di Cassazione ha ritenuto la condotta abituale solo per la continuazione; di conseguenza, la condotta persistente, caratterizzata dalla protrazione nel tempo dell'offesa al bene giuridico protetto, non è di per sé ostativa alla concessione del beneficio qualora sia soddisfatto il criterio della particolare tenuità dell'offesa, nella consapevolezza che la sussistenza ne risulterà tanto più difficilmente rilevabile quanto più tardi sia cessata la stessa permanenza. Nella medesima pronuncia, la Suprema Corte ha chiarito che la preclusione dell'abitualità del comportamento non opera nel concorso formale di reati, caratterizzato da una unicità di azione od omissione, che in quanto tale si pone in termini strutturalmente antitetici rispetto alla nozione di "condotte plurime, abituali e reiterate", mentre potrebbe rilevare rispetto ai "reati della stessa indole".

Se nella fattispecie sono in concreto riscontrabili entrambi i criteri (offesa particolarmente tenue e comportamento non abituale), la causa di non punibilità per particolare tenuità è applicabile anche qualora sia prevista una circostanza attenuante che dia rilievo alla tenuità del fatto (art. 131-bis c. 5 c.p.). Anzi, la stessa configurabilità di tale circostanza costituisce elemento particolarmente rilevante nell'ambito della valutazione dell'esiguità del danno finalizzata all'esclusione della punibilità del fatto.

Profili processuali

La declaratoria di non punibilità può essere pronunciata sia prima dell'esercizio dell'azione penale, con decreto di archiviazione, sia nel corso del processo in concomitanza con le fasi decisorie.

In caso di richiesta di archiviazione per non punibilità della persona sottoposta alle indagini per particolare tenuità del fatto, l'avviso deve sempre essere notificato sia all'indagato sia alla persona offesa, anche qualora quest'ultima non ne abbia fatto formale richiesta ex art. 408 c.p.p. L'eventuale opposizione deve essere presentata nel termine unico di dieci giorni.

In seguito all'esercizio dell'azione penale, la declaratoria di non punibilità predibattimentale di cui all'art. 469 c. 1-bis c.p.p. è condizionata alla mancata opposizione da parte di pubblico ministero e imputato; l'eventuale opposizione della parte offesa non ostacola la pronuncia posto che la stessa deve essere portata a conoscenza della possibile definizione del procedimento ex art. 131-bis c.p. ma non ha alcun potere di veto in merito (cfr. Cass. n. 31920/2015). La particolare tenuità del fatto può essere, altresì, pronunciata con sentenza dibattimentale all'esito dell'istruttoria nonché – pure in assenza di una specifica previsione in tal senso – in sede di udienza preliminare

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(25/10/2016 - Avv.Laura Bazzan) Foto: 123rf.com
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