Da due anni la domanda arriva sempre, e quasi mai in un convegno o in un corso di formazione. Arriva nei corridoi dei tribunali, nelle chat tra avvocati, davanti a un caffè prima dell'udienza. La formulano i giovani con preoccupazione e i meno giovani con un sorriso che vorrebbe essere ironico: tra dieci anni serviremo ancora?
La risposta è sì, e non per consolazione. Perché in aula ci va una persona, e quella persona per il cliente non è sostituibile. Perché il cliente che entra in studio la mattina dopo aver ricevuto un atto giudiziario non chiede soltanto una norma: chiede di essere guardato in faccia, vuole qualcuno che sappia calarsi nei suoi panni, che sappia accoglierlo senza giudicarlo. Perché anche solo decidere se conviene resistere o transigere significa conoscere quel giudice e il modo in cui conduce l'udienza, sapere chi è la controparte, comprendere le dinamiche di quella famiglia: e sono cose che non stanno in nessun archivio. Nessuna macchina prende decisioni che ne tengano conto, e nessuna macchina se ne assume il peso.
Il rischio vero, per questa professione, è esattamente l'opposto di quello che si teme. Non è la macchina che prende il posto dell'avvocato. È l'avvocato che glielo cede, un pezzo alla volta, senza accorgersene.
Che cosa succede quando quel posto viene ceduto? Un tribunale italiano lo ha già messo a verbale. Il difensore scopre che le sentenze citate nel suo atto non esistono. Torna dallo strumento che gliele ha fornite e chiede conferma. Lo strumento conferma.
È la definizione di allucinazione entrata per la prima volta in un provvedimento giudiziario italiano: l'intelligenza artificiale inventa risultati inesistenti che, anche a una seconda interrogazione, vengono ribaditi come veri. Ed è la ragione per cui nessun controllo automatico potrà mai sostituire chi firma.
Il caso è noto, e su queste colonne lo abbiamo già raccontato: marzo 2025, Tribunale di Firenze, sezione imprese. In una comparsa di costituzione comparivano pronunce della Cassazione mai pronunciate. Il difensore spiegò che i riferimenti erano frutto di una ricerca svolta da una collaboratrice di studio con ChatGPT, del cui utilizzo lui non era a conoscenza. Il Tribunale prese atto, dispose lo stralcio e non condannò: niente malafede, nessuna prova del danno.
Chi archiviò la vicenda come una curiosità ha commesso un errore di prospettiva. Perché la stagione dell'indulgenza è durata qualche mese. Dopodiché condotte analoghe sono state stigmatizzate, ritenute lesive dei doveri di lealtà e probità processuale. Non è cambiata una norma. È cambiata la soglia di tolleranza dei giudici, che da fenomeno nuovo da segnalare hanno cominciato a trattare l'allucinazione per quello che è: un atto non verificato.
Chi oggi pensa di potersi giustificare come ci si giustificava un anno fa si sta affidando a una giurisprudenza scaduta.
Prima di giudicare quel collega, però, mettiamoci nei suoi panni, perché è il posto in cui prima o poi ci troveremo tutti. Una scadenza per domani mattina. Un compenso che non copre le ore che quella causa richiederebbe. Una collaboratrice brava che ha portato una ricerca ordinata, con i numeri delle sentenze al posto giusto. Nessun campanello d'allarme, nessuna ragione per dubitare. Chi tra noi non ha mai firmato un atto fidandosi di una ricerca fatta da un altro?
Il punto non è che quel difensore fosse distratto. È che gli strumenti di oggi producono un materiale più credibile di quanto sia affidabile, ed è una combinazione che il nostro mestiere non aveva mai incontrato prima.
Il praticante che non dice mai "non l'ho trovato"
Eppure il vero tema non è la tecnologia. È la delega, e la delega noi la conosciamo da sempre.
Nessuno, in quarant'anni di professione, ha mai pensato che affidare a un giovane di studio la prima stesura di un atto fosse un'abdicazione. Era, ed è, il modo in cui si impara il mestiere da un lato e si organizza il lavoro dall’altro.
Ma quella delega ha sempre avuto due estremi obbligatori: a monte l'istruzione, cioè la linea difensiva decisa da chi ha esperienza e conosce il fascicolo; a valle il controllo, cioè la rilettura di chi mette la firma. Togli uno dei due e non hai delegato: hai abdicato.
Con l'intelligenza artificiale è esattamente lo stesso, con una differenza che cambia tutto. Un praticante che non trova una sentenza te lo viene a dire. Magari a malincuore, magari dopo tre giorni, ma te lo dice. La macchina no: colma il vuoto. Non conosce l'imbarazzo di ammettere di non sapere, perché non sa di non sapere. Produce un numero di sentenza plausibile, una massima verosimile, una citazione nel formato giusto. E se torni a chiederle conferma, come ha scoperto quel difensore a Firenze, te la conferma.
Questo non rende lo strumento inutilizzabile. Lo rende uno strumento che richiede più controllo, non meno. È il ribaltamento che molti non hanno ancora compiuto: si è diffusa l'idea che l'intelligenza artificiale faccia risparmiare il tempo della verifica, quando è vero l'esatto contrario. Fa risparmiare il tempo della ricerca e della scrittura. Il tempo della verifica lo aumenta.
Il posto di guida
Che fare, allora? Proporre una rinuncia oggi sarebbe sciocco, e chi lo predica sta solo rimandando il problema a quando saranno i clienti a usarla al posto nostro.
Serve piuttosto un uso consapevole, e consapevole significa una cosa sola: restare piloti. Non lasciarsi guidare. Chi conduce la causa decide la strategia, e la decide prima; la macchina esegue dentro quel perimetro; chi firma verifica tutto ciò che esce e lo arricchisce in base alla sua sensibilità.
Tradotto nella pratica quotidiana di uno studio, significa poche cose semplici.
Nessuna citazione entra in un atto senza riscontro sulla fonte ufficiale. Se la sentenza non si apre, la sentenza non si cita: è una regola binaria, perché le regole con eccezioni non reggono alla fretta delle scadenze.
La strategia non si chiede, si detta. Lo strumento riformula, sintetizza, ordina, anticipa gli argomenti avversari. Non sceglie che causa fare: quella scelta nasce dal fascicolo e dall'esperienza, che in nessun modello si trovano.
Chi firma risponde anche di ciò che non ha cercato. Vale per il collaboratore in carne e ossa e a maggior ragione per il software: "non lo sapevo" non è mai stata una difesa.
E chi lavora da solo, che è il caso più diffuso e il più esposto, non ha nessuno che rilegga. Lì l'unica difesa è procedurale: la verifica non si fa mentre si scrive, quando si vede quello che ci si aspetta di vedere. Si fa dopo, a freddo, prima del deposito.
La parte che non si delega
C'è una cosa, nel nostro mestiere, che non si insegna nei manuali e non si delega a nessuno.
Arriva in studio una persona che si sta separando. Ha ragione, e i numeri le danno ragione. Potrei costruirle la causa più aggressiva possibile e vincerla: ottenere tutto, fino all'ultima voce, fino all'ultimo euro. E consegnarle, insieme alla vittoria economica, una sconfitta umana definitiva. Perché in quello scontro si saranno bruciati i rapporti che dovranno reggere i vent'anni successivi: i figli, i compleanni, i diplomi, le telefonate necessarie tra due genitori che non si parlano più.
Sapere quando fermarsi. Capire quando una vittoria costa più di quanto renda, quando conviene rinunciare a un punto per salvare una famiglia. Questo non è diritto: è mestiere. E nasce dall'ascolto, dalla capacità di mettersi nei panni di chi ci sta davanti, di capire che cosa quella persona stia davvero chiedendo, che quasi mai coincide con quello che ha detto al primo colloquio.
Una macchina può calcolare l'esito più probabile di una causa. Non può sedersi davanti a una persona e capire che quella vittoria la distruggerebbe.
E poi c'è l'aula, dove non è in gioco la competenza ma la presenza. Il tono con cui si risponde a un'obiezione, il momento in cui conviene tacere, lo sguardo che rassicura un cliente seduto dietro di noi mentre il giudice parla. Lì nessuno è fungibile. Nessuno può essere sostituito da una macchina, e a ben vedere nemmeno da un altro avvocato: ognuno porta in udienza la propria storia, e quella storia non si trasferisce.
C'è poi un verbo che il nostro mestiere conosce bene. La macchina risponde in un solo significato della parola: produce una risposta, sempre, anche quando dovrebbe tacere. Nell'altro significato, quello che per noi conta davvero, quello della responsabilità, non risponde mai. Non risponde davanti al giudice, non risponde al cliente, non risponde al Consiglio dell'ordine. Risponde chi firma.
E allora sì, tra dieci anni serviremo ancora. Ma serviranno gli avvocati, non i compilatori di atti. Servirà chi sa leggere una norma e insieme una persona, chi conosce i codici e insieme la vita che quei codici attraversano. La macchina saprà scrivere sempre meglio: il nostro mestiere sarà capire.
Perché il diritto, prima di essere una tecnica, è una disciplina umanistica. Si fonda su una relazione, e le relazioni non si automatizzano.
E ai più giovani, che quella domanda la fanno con più paura di tutti, va detta la cosa più semplice: la parte del mestiere che nessuna macchina imparerà non ha bisogno di quarant'anni di anzianità. Ha bisogno di esserci.
Le macchine non ci sostituiranno. Ma dipende da noi: da quanto sapremo restare, oltre che tecnici competenti, persone davanti ad altre persone. Disposte a esserci. Disposte a rispondere.
Avv. Roberto Cataldi. Membro della Commissione Affari Costituzionali del Senato
