Legge elettorale. Personale, eguale, libero e segreto: che cosa resta del nostro voto
Avv. Roberto Cataldi |

Legge elettorale. Personale, eguale, libero e segreto: che cosa resta del nostro voto

Quattro aggettivi, nell'articolo 48 della Costituzione, custodiscono il diritto dei cittadini. La nuova legge elettorale li mette alla prova uno per uno.

La democrazia, prima di essere un sistema, è un gesto: una persona sola, in una cabina, con una matita in mano. Chi scrive conosce quel gesto da entrambi i lati, da una vita come elettore, da due legislature come parlamentare. E sa bene quale obiezione lo aspetta: facile parlare di voto da un seggio di Palazzo Madama, dove le liste bloccate convengono prima di tutto a chi è già dentro.

È vero. Ma un mandato è a tempo, la cittadinanza no. Prima di questo banco c'era soltanto quella matita, e a quella matita, finiti i mandati, si torna come tutti. È da lì che questa legge va letta: dalla cabina, l'unico luogo della Repubblica dove siamo davvero tutti uguali.

E da lì bastano quattro aggettivi. Stanno nel secondo comma dell'articolo 48 della Costituzione e racchiudono in una riga il diritto che ci fa cittadini e non spettatori: "Il voto è personale ed eguale, libero e segreto". Teneteli a mente mentre leggete la legge elettorale approvata dalla Camera e ora all'esame del Senato. Poi contate quanti ne restano in piedi.

La chiamano Stabilicum, un nome nato quasi per scherzo nei corridoi del palazzo, che però dichiara con onestà il programma: prima di tutto, la stabilità. L'impianto si racconta in poche righe. Spariscono i collegi uninominali e si torna a un proporzionale, corretto da un premio di maggioranza alla lista o coalizione che raggiunga il 42 per cento dei voti validi e risulti prima in entrambe le Camere, fino a un tetto di 220 deputati e 113 senatori. Tradotto: con il 42 per cento dei consensi si può controllare il 55 per cento dei seggi. Niente ballottaggio: se nessuno tocca la soglia, o se i due rami del Parlamento danno esiti diversi, si applica il proporzionale puro. E le liste (per il momento) sono bloccate ovunque: nessuna preferenza, in nessun collegio, per nessun elettore.

Partiamo dalle luci, perché ci sono e sarebbe disonesto negarle. Il problema che la legge dichiara di voler risolvere esiste: una storia repubblicana di governi brevi, maggioranze fragili, coalizioni costruite in Parlamento dopo il voto e disfatte lontano dagli elettori.

Il legislatore, questa volta, ha preso in considerazione la giurisprudenza: la soglia del 42 è scritta per stare sopra quel 40 che la Corte costituzionale, con la sentenza 35 del 2017, giudicò "non manifestamente irragionevole", e il ballottaggio bocciato allora qui non compare.

C'è poi il voto ai fuorisede, una conquista attesa da anni, da riconoscere a prescindere da tutto il resto.

Ma si può sacrificare la rappresentanza nel nome della stabilità? Torniamo ai quattro aggettivi. E cominciamo a contare.

Personale. Un voto è personale quando dietro il segno sulla scheda c'è una persona che sceglie e una persona scelta. Qui la seconda metà sparisce. Tutti gli eletti sul territorio nazionale entreranno in Parlamento nell'ordine deciso dalle segreterie di partito; perfino i seggi del premio arriveranno confezionati, listini circoscrizionali con i nomi già in fila, stampati sulla scheda come si stampa un risultato.

L'ultima preferenza alle elezioni politiche risale alla primavera del 1992: chi oggi ha meno di cinquant'anni non ha mai scritto un nome su quella scheda. Questa legge trasforma l'eccezione in regola. I nomi, certo, si potranno leggere. Ma conoscere non è scegliere.

Eguale. Il premio non crea nuovi seggi: li sposta. I 70 della Camera e i 35 del Senato escono dalla quota proporzionale di tutti gli altri, e il voto che era eguale nell'urna diventa diseguale nel risultato, perché il consenso di alcuni pesa il 42 e vale il 55. E il conto peggiora se si guarda all'affluenza: con quella delle ultime politiche, il 42 per cento dei votanti equivale a poco più di un quarto degli aventi diritto. Un quarto del Paese, il 55 per cento dei seggi. 

Non tutti i voti valgono meno: alcuni non valgono niente. Restano le soglie di oggi, il 3 per cento per le liste e il 10 per le coalizioni, ma una norma nuova, battezzata anti frammentazione, salva dentro ogni coalizione una sola lista rimasta sotto il 3: i voti di tutte le altre non entrano più nemmeno nel calcolo della coalizione. Non eleggono nessuno e non contano per nessuno. Svaniscono. E così anche la coalizione vincente potrebbe perdere i voti presi nelle urne e diventare perdente.

E c'è di più. Il premio, una volta assegnato, non si restituisce: la coalizione che lo incassa può dividersi il giorno dopo le elezioni, ciascuno portando con sé i propri eletti, e i seggi aggiuntivi restano dove sono. Una maggioranza fabbricata per durare che non ha nemmeno l'obbligo di esistere.

Libero. Sulla scheda si farà un segno solo, ma dentro quel segno viaggeranno tre decisioni impacchettate: il partito, i candidati in blocco, il capo della coalizione, il cui nome andrà dichiarato al momento del deposito del contrassegno. Non comparirà sulla scheda, ma aleggerà su ogni cosa: ciò che il premierato prometteva per via costituzionale entra qui dalla finestra di una legge ordinaria, l'investitura di fatto del Presidente del Consiglio senza toccare l'articolo 92. Se libero è il voto che sceglie, qui si ratifica soltanto la scelta del partito. E la libertà si restringe anche prima del voto, nell'offerta: l'esenzione dalla raccolta delle firme è riservata a chi un gruppo in Parlamento lo ha già. Chi è dentro resta dentro senza fatica. Chi è fuori scala una parete.

Segreto. Qui la storia consegna un paradosso perfetto. Il segreto dell'urna nasce per proteggere chi vota dal potere: nella cabina nessuno guarda, nessuno punisce. Alla Camera, un altro segreto ha deciso il destino delle preferenze: l'emendamento che le reintroduceva è stato respinto a scrutinio segreto per un solo voto. Il governo lo sosteneva apertamente, una parte della sua stessa maggioranza lo ha affondato nel buio dell'urna, e nessuno saprà mai chi. Nessun nome, nessun volto, nessuna responsabilità. Parlamentari che nessun elettore ha scelto hanno stabilito, protetti dal segreto, che nessun elettore sceglierà i prossimi. Il segreto nato per difendere la libertà di chi vota è servito a decidere che chi vota non sceglierà.

Il conto, a questo punto, è presto fatto.

C'è però un dettaglio che a Palazzo Madama cambia la scena: il regolamento del Senato, a differenza di quello della Camera, non ammette lo scrutinio segreto su questa materia. Chi vorrà affossare di nuovo le preferenze dovrà farlo a viso aperto. Con un nome. Con un volto. Con una responsabilità.

E questa scena chi scrive non la racconta per sentito dire: le audizioni si sono concluse in pochi giorni in Commissione Affari costituzionali. I costituzionalisti auditi hanno evidenziato, uno dopo l'altro, i profili che avete appena letto, a partire da quelle liste interamente bloccate e dal premio considerato difficilmente compatibile con la Costituzione.

Il governo, intanto, potrebbe ritentare proprio qui la strada delle preferenze naufragata alla Camera, e sembra comunque avere l'obiettivo di un'approvazione rapida della legge elettorale, in tempo per votare nel 2027 con le nuove regole: le regole del gioco riscritte alla vigilia della partita, da chi ha interesse al risultato.

Del resto, la storia repubblicana delle leggi elettorali è una galleria di artifici matematici costruiti a immagine e somiglianza di chi li ha scritti. Dalla legge truffa del 1953 all'Italicum caduto in Consulta prima ancora di essere applicato, ogni volta lo stesso schema: la maggioranza di turno disegna la formula, e la formula restituisce la maggioranza. Non è un caso che queste leggi le battezziamo tutte in latino maccheronico: il latinorum, si sa, è da sempre la lingua con cui il potere parla per non farsi capire.

Altrove hanno trovato l'antidoto. In Grecia, la Costituzione stabilisce che la nuova legge elettorale non vale per le prossime elezioni, ma per quelle successive, a meno che il Parlamento non la approvi con la maggioranza dei due terzi. Puoi riscrivere le regole del gioco, ma la prima partita con quelle regole non la giocherai tu; se vuoi giocarla subito, devi convincere anche l'avversario. È il modo più semplice per togliere a chi scrive le regole la tentazione di scriverle per sé.

Su queste colonne, poche settimane fa, raccontavo lo specchio che l'Europa ci ha porto con il Rapporto sullo Stato di diritto: contrappesi che non vengono aboliti, ma lasciati spegnere. Il filo è lo stesso, perché la scelta dell'elettore è il primo dei contrappesi. Un parlamentare che deve la rielezione alla matita del proprio leader, e non a quella dei propri elettori, conserva sulla carta il libero mandato dell'articolo 67; nella sostanza, risponde a chi compila la lista. Un Parlamento interamente nominato dovrebbe poi controllare il governo di chi lo ha nominato. Con quale forza?

La stabilità è una virtù dei governi. La scelta è la virtù delle democrazie. Confonderle è l'errore da cui nascono i sistemi stabili e vuoti.

La qualità di una democrazia non si misura dalla durata dei suoi esecutivi, ma dal peso della matita nelle mani di chi vota. Il Senato ha la possibilità di non ridurre questo passaggio a una ratifica, e di restituire al voto ciò che la Camera gli ha tolto: la scelta.

Perché il giorno in cui torneremo in cabina, matita in mano, la domanda sarà una soltanto: di quei quattro aggettivi, quanti saranno ancora veri?

Avv. Roberto Cataldi - Membro in carica della Commissione Affari Costituzionali al Senato



Condividi su:
Twitter
Facebook
Linkedin

Articoli correlati

In evidenza oggi