Lo Stato di diritto in Italia e lo specchio di Bruxelles
Avv. Roberto Cataldi |

Lo Stato di diritto in Italia e lo specchio di Bruxelles

I contrappesi della democrazia non si abbattono più per decreto: si lasciano spegnere

Ogni anno, a metà luglio, l'Europa ci porge uno specchio.

Si chiama Rapporto sullo Stato di diritto. La Commissione europea passa in rassegna i ventisette Stati membri, e quattro Paesi candidati, per misurare la salute di ciò che rende una democrazia qualcosa di più di un rito elettorale: l'indipendenza dei giudici, la libertà dell'informazione, gli anticorpi contro la corruzione, l'equilibrio tra i poteri.

Il capitolo dedicato all'Italia, ventotto pagine pubblicate venerdì 17 luglio, non è una bocciatura. Non è nemmeno una promozione. È una diagnosi. E le diagnosi, a differenza delle polemiche, non si archiviano con un comunicato stampa.

Partiamo dalle luci, perché ci sono e sarebbe disonesto negarle. Bruxelles riconosce i progressi nella digitalizzazione della giustizia, la riduzione costante dell'arretrato, il reclutamento di magistrati e personale per colmare organici scoperti da anni. Risultati concreti, figli anche degli impegni assunti con il PNRR.

Poi lo specchio mostra il resto.

Mostra processi che restano tra i più lunghi dell'Unione, nonostante i miglioramenti. Mostra una riforma della diffamazione ferma in Parlamento (“nessun progresso”, scrive testualmente la Commissione), mentre i giornalisti italiani subiscono minacce, intimidazioni, aggressioni, fino a un attentato dinamitardo contro un cronista del servizio pubblico. Mostra una RAI per la quale Bruxelles esprime preoccupazioni sul funzionamento indipendente e sulla sostenibilità finanziaria, con lo stallo sulla nomina del presidente, letto come il sintomo di regole incapaci di proteggere l'azienda dalle influenze indebite.

E mostra, soprattutto, l'elenco delle cose mai fatte.

La legge sui conflitti di interesse: ferma, dopo decenni di annunci. La disciplina del lobbying: approvata alla Camera, in attesa al Senato, e comunque priva di quella “impronta legislativa” che renderebbe tracciabile chi influenza le norme. Il registro elettronico unico sui finanziamenti a partiti e campagne elettorali: mai istituito, con i progetti di legge, annota il rapporto, non ancora nemmeno discussi. L'Autorità nazionale indipendente per i diritti umani, che le Nazioni Unite raccomandano dagli anni Novanta: l'Italia continua a non averla.

C'è un filo che lega questi rilievi, e vale la pena chiamarlo per nome. Ogni voce dell'elenco riguarda un contrappeso: qualcosa, o qualcuno, che controlla il potere, lo limita, lo rende trasparente. La stampa che indaga senza temere querele. Il servizio pubblico che non appartiene a chi governa. Il registro che dice chi finanzia chi. L'autorità che vigila sui diritti. Il giudice che non deve piacere a nessuno.

Ed è qui che il rapporto dice qualcosa di più profondo di ogni singola raccomandazione. In Italia i contrappesi non vengono quasi mai aboliti apertamente. Vengono lasciati spegnere. Una riforma che non avanza. Una nomina che non arriva. Un registro che non nasce. Un'autorità che resta sulla carta. Nessuno strappo clamoroso, nessun titolo in prima pagina: solo la lenta erosione dell'inerzia.

La manutenzione mancata è una forma di demolizione. Solo più silenziosa.

Il rapporto registra anche i segnali più recenti. Le nuove norme sulla sicurezza hanno ampliato i poteri di polizia e introdotto nuovi reati, con effetti sullo spazio civico che hanno spinto l'osservatorio internazionale CIVICUS a declassare l'Italia da Paese “ristretto” a Paese “ostacolato”. Prosegue, come annota Bruxelles, il ricorso intensivo ai decreti legge e ai voti di fiducia. Un metodo che riduce il Parlamento a organo di ratifica. E la Commissione segnala con preoccupazione le critiche pubbliche di esponenti politici contro la magistratura, ricordando, quasi di sfuggita, che a marzo gli elettori hanno respinto con il referendum la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere. Ed è bene ricordarlo: il problema di quell'impianto non era tanto la separazione in sé, quanto il meccanismo di controllo sulla magistratura che vi si accompagnava.

Quando è stato chiesto ai cittadini, i cittadini hanno scelto l'equilibrio.

C'è però una novità che distingue questo settimo rapporto dai precedenti, e chi governa farebbe bene a non sottovalutarla. Il legame tra fondi europei e Stato di diritto esiste già, ma ora la Commissione propone di andare oltre: nel prossimo bilancio pluriennale, i nuovi piani nazionali di partenariato dovranno farsi carico delle criticità individuate proprio da questo rapporto. Se la proposta supererà il negoziato tra i governi, le raccomandazioni smetteranno di essere semplice moral suasion e diventeranno, in modo sistematico, una condizione di accesso alle risorse europee.

Ignorare lo specchio ha già un prezzo. E domani potrebbe averlo ancora più alto: non lo pagherebbe chi governa, lo pagheremmo tutti.

Il tempismo, poi, sa essere crudele. Il giorno prima che Bruxelles pubblicasse il rapporto, la Camera approvava la nuova legge elettorale: premio di maggioranza alla coalizione che superi il 42 per cento dei consensi, liste bloccate, nessuna preferenza. Saranno ancora le segreterie di partito, non gli elettori, a decidere chi siede in Parlamento. Il testo ora arriva al Senato.

Ognuno giudicherà il merito. Ma la sequenza resta, ed è difficile non vederla: mentre l'Europa ci chiedeva di rafforzare i contrappesi, il Parlamento restringeva il perimetro della scelta democratica.

Noi continuiamo a pensare che lo stato di diritto non sia un vincolo esterno, un compito imposto da Bruxelles a uno Stato riluttante. È l'infrastruttura invisibile che protegge tutti: chi governa oggi e chi governerà domani, chi scrive sui giornali e chi li legge, chi vince le elezioni e chi le perde. Come gli argini di un fiume: nessuno li nota, finché non arriva la piena.

Lo specchio è lì, appeso alla parete. La domanda è un'altra: per quanto tempo possiamo permetterci di non guardarci dentro, prima di non riconoscerci più?

Avv. Roberto Cataldi, componente della Commissione Affari Costituzionali del Senato



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