Appunti su Barbero, la riforma e l'illusione del Parlamento sovrano

C'è un momento, nella vita pubblica di un Paese, in cui la precisione tecnica smette di essere una virtù e diventa un alibi. Accade quando si seziona una frase, si corregge una parola, si sistema una virgola, e intanto si perde il senso complessivo del discorso. È ciò che è avvenuto con il fact-checking che ha colpito l'intervento di Alessandro Barbero sulla riforma della giustizia.

Secondo le verifiche, Barbero avrebbe commesso alcune imprecisioni, come quella di affermare che è il Governo a scegliere i membri laici degli organi di autogoverno della magistratura, mentre formalmente li sceglie il Parlamento in seduta comune. Osservazione corretta se ci si ferma alla lettera delle norme. Ma è qui che nasce l'equivoco: confondere la forma con la sostanza, e la procedura con il potere reale.

La domanda vera insomma non è chi firma, ma chi decide.

Intanto chiariamo che la riforma non parla di maggioranza qualificata per la nomina dei membri laici. Una maggioranza qualificata, imporrebbe mediazione, dialogo tra le forze politiche. Se vengono eletti a maggioranza semplice, formalmente è il Parlamento italiano a scegliere, sostanzialmente è la maggioranza politica, che è una maggioranza relativa, espressione dell'indirizzo del Governo italiano.

Chi ha vissuto i lavori parlamentari su questa riforma lo sa bene. In Commissione Affari Costituzionali non c'è stato dialogo democratico. Il testo era stato presentato dal Ministro Nordio come inemendabile. Non una parola modificata. Non un confronto reale. Nessun emendamento dei parlamentari di maggioranza. Il Parlamento non ha scelto: ha ratificato. Non è stato neppure possibile rimediare alla mancata previsione di un ricorso per Cassazione contro le sentenze dell'Alta Corte. Il che significa che i magistrati diventeranno l'unica categoria di lavoratori a poter essere sanzionati, fino alla rimozione, senza alcuna possibilità di difendersi davanti a un giudice indipendente.

Rileggiamo allora in quest'ottica le parole di Barbero: "A me sembra che questi organismi, dove i membri magistrati sono tirati a sorte mentre il governo continua a scegliere quelli che nomina lui, saranno per forza di cose organismi dove il peso della componente politica sarà molto superiore, dove di fatto il governo potrà di nuovo, come in uno Stato autoritario, dare ordini ai magistrati e minacciarli di sanzioni"

Insomma quando si parla di sovranità del Parlamento occorre tenere conto della realtà delle cose, e da questa realtà emerge un dato psicologico prima ancora che giuridico: l'istituzione Parlamento che dovrebbe essere luogo del confronto viene vissuta come fastidio procedurale, non come spazio democratico. Il dissenso non è un valore, ma un intralcio. La mediazione non è ricchezza, ma perdita di tempo. È una mutazione silenziosa, ma profonda, del modo di intendere la democrazia.

Barbero, da storico, non stava facendo un'esegesi normativa. Stava cogliendo un movimento di fondo. Come fanno gli storici seri, guardava alla direzione, non al dettaglio. E la direzione è chiara: progressiva concentrazione del controllo sull'ordine giudiziario nell'orbita dell'esecutivo, attraverso strumenti formalmente legittimi, ma politicamente sbilanciati.

Non è una svolta autoritaria improvvisa. È qualcosa di più sottile e più pericoloso: la normalizzazione di pratiche che svuotano la democrazia del suo funzionamento reale, dove il dissenso è formalmente ammesso ma sostanzialmente inutile.

Oggi il potere non ha bisogno della forza per imporsi, perché ha imparato a rendersi invisibile.

Il paradosso è che il fact-checking, nato per difendere la verità, rischia qui di diventare uno scudo del potere. Non perché menta, ma perché trasforma la verità in una questione di virgole, mentre il senso complessivo — chi decide, chi comanda, dove si va — resta fuori dall'inquadratura. 

Dire che "non è il Governo ma il Parlamento a scegliere" è formalmente corretto, ma appartiene al mondo delle favole. 

La libertà, in democrazia, non è solo poter alzare la mano. È poter incidere. E il centralismo dell'esecutivo oggi è sotto gli occhi di tutti.

Per questo il discorso di Barbero non andava silenziato, ma discusso. Non etichettato, ma attraversato. Perché pone una domanda scomoda: quanto conta davvero oggi il Parlamento? E quanto siamo disposti ad accettare che le riforme costituzionali vengano approvate come provvedimenti qualunque, senza conflitto, senza ascolto, senza pluralismo?

"La libertà", scriveva Calamandrei, "è come l'aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare". Forse non manca ancora. Ma qualcuno, con zelo tecnico, magari comincerà a spiegare che l'aria non è perfettamente conforme agli standard.

E intanto, senza rumore, si smette a poco a poco di respirare.


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