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Le grondaie? Sono parti comuni dell'edificio. Lo dice la Cassazione

Lo ha stabilito la seconda sezione civile della Cassazione, con sentenza n. 27154 depositata il 22 dicembre 2014
due grandi palazzi condominiali

Le grondaie, così come i doccioni e i canali di scarico delle acque meteoriche del tetto di uno stabile condominiale, sono parti comuni dell'edificio ai sensi dell'art. 1117 c.c. e pertanto le spese necessarie per la loro riparazione, manutenzione o sostituzione vanno ripartite tra tutti i condomini.

Lo ha stabilito la seconda sezione civile della Cassazione, con sentenza n. 27154 depositata il 22 dicembre 2014, pronunciandosi sull'impugnativa da parte di alcuni condomini della delibera condominiale che aveva stabilito in ordine alla spesa per la manutenzione delle gronde, la ripartizione secondo il criterio di cui all'art. 1126 c.c., anziché in base a quello di cui all'art. 1125, 3° comma, c.c.

I giudici di merito, secondo la Cassazione, assoggettando le grondaie al regime previsto per i lastrici solari e ritenendo, quindi, che i condomini opponenti, proprietari del lastrico dell'edificio, fossero tenuti a contribuire per un terzo nella spesa della riparazione, non hanno fatto buon governo dei principi stabiliti dall'art. 1117 c.c., poichè le gronde, i doccioni e i canali di scarico “svolgendo una funzione necessaria all'uso comune (in quanto “servono all'uso e al godimento comune”), ricadono tra i beni che l'art. 1117 c.c. include tra le parti comuni dell'edificio”.

A prescindere dal fatto che la copertura del fabbricato sia costituita da tetto a falda o da lastrico solare di proprietà esclusiva, ha spiegato, infatti, la Corte, l'esistenza delle gronde “rimane indispensabile per raccogliere e smaltire le acque piovane - poiché le stesse - convogliano le acque meteoriche dalla sommità dell'edificio fino a terra o a scarichi fognari e svolgono quindi funzione che prescinde dal regime proprietario del terrazzo di copertura, salva anche la facoltà di un uso più intenso che, compatibilmente con il disposto del'art. 1102 c.c., possa farne il proprietario del terrazzo stesso per suoi usi”.

Pertanto, ha concluso la S.C. accogliendo il ricorso e cassando la sentenza della Corte d'Appello di Napoli, “la proprietà esclusiva del lastrico o terrazzo dal quale provengano le acque che si immettono nei canali non muta questo regime, giacché l'art. 1126 c.c. disciplina soltanto le riparazioni o ricostruzioni del lastrico propriamente inteso e non di altre parti dell'immobile, la cui esistenza è, per esso, indipendente da quella del lastrico, salvo che altrimenti risulti espressamente dal titolo”.

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(27/12/2014 - Marina Crisafi)
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