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Possesso e diritto di ritenzione

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di Gilda Summaria -
di Gilda Summaria - Il possesso (ex art. 1140 c.c.) è il potere (o “signoria”) sulla cosa (ed è la più importante delle relazioni “materiali” tra un soggetto che possiede e l'oggetto posseduto), esso si manifesta in un'attività corrispondente all'esercizio della proprietà o altro diritto reale, si definisce titolato o non titolato, a seconda dell'esistenza o meno di una giustificazione giuridica posta a sua base.

Per potersi configurare, l'istituto “de quo”, secondo la dottrina tradizionale, abbisogna di due presupposti da considerarsi essenziali: il c.d. “corpus possessionis”, ossia l'elemento materiale che si concretizza nel potere di fatto esercitato sul bene (richiedendosi, a tal fine, un comportamento positivo, oggettivamente apprezzabile da parte del possessore), ed il c.d. “animus possidendi”, ossia l'elemento psicologico che si concretizza nell'intenzione del soggetto di esercitare sul bene i poteri del proprietario o del titolare di altro diritto reale. Appare subito di notevole interesse, concentrarsi da subito, su un dato, che diverrà significativo ai fini della disciplina relativa agli effetti del possesso; l'art. 1147 c.c., dopo aver definito “possessore di buona fede” chiunque abbia il possesso della cosa, ignorando di ledere l'altrui diritto, precisa che la buona fede si presume (non abbisogna di prova) e deve esistere “ab origine”, ossia al tempo dell'acquisto, e non giova, se l'ignoranza di violare la sfera giuridica di un terzo, dipende da colpa grave del possessore.
Proseguendo oltre, dall'analisi del secondo comma dell'articolo 1140 del codice civile, emerge la distinzione rispetto all'altra situazione materiale, la detenzione: tale norma, infatti, specifica la possibilità di possedere anche in via indiretta, ossia “per mezzo di altra persona, che ha la detenzione della cosa”.
Caratteristica differenziale della detenzione rispetto al possesso è la mancanza nel titolare, dell'elemento psicologico tipico del possesso, cioè “l'animus possidendi”, in tale situazione si parla, al contrario, di “animus detinendi”.
Il detentore, non ha per nulla la volontà di esercitare poteri sulla res a nome proprio, la sua relazione con la cosa si fonda sempre sulla titolarità di un diritto personale di godimento (es.contratto di locazione) o su un'obbligazione (es.contratto di deposito); affinché la situazione detenzione possa mutarsi in situazione possesso, è necessario che muti l ”animus” e subentri la c.d. “interversio possessionis”, attraverso l'opposizione manifestata dal detentore al possessore, con cui il primo dichiara di iniziare a possedere la cosa a nome proprio con un'attività corrispondente all'esercizio della proprietà o altro diritto reale,.
Si comprende facilmente il tenore delle difficoltà probatorie circa l'accertamento in concreto dell'animus, “possidendi” piuttosto che “detinendi”, l'ordinamento ha pertanto introdotto una presunzione relativa generale di “possesso”.
Il dato si evince dal tenore dell' art. 1141 del codice civile, che attribuisce “de plano”, a chi esercita il potere di fatto sulla cosa la qualifica di “possessore”, a meno che non si provi che costui abbia iniziato ad esercitare il potere stesso sulla cosa quale mero detentore (ad es per l'esistenza di un contratto di locazione). Conseguenza importante di tale presunzione di possesso è il riconoscimento, anche al detentore, salvo che rivesta siffatta qualifica solo per ragioni di ospitalità o di servizio, della legittimazione a esercitare l'azione di reintegrazione nel possesso.
In tema di frutti prodotti dalla cosa soggetta alla signoria di fatto, L'art. 1148 c.c., si richiama alla nozione di “buona fede” delineata nei principi generali, e prevede pertanto che, mentre il possessore di mala fede è obbligato a restituire tutti i frutti fin dall'impossessamento, il possessore di buona fede, invece, a prescindere dall'origine del suo possesso, acquista la proprietà dei frutti naturali separati dalla res principale e dei frutti civili maturati fino al giorno dell'instaurazione del processo da parte del proprietario. A seguito della proposizione della domanda giudiziale, il possessore risponderà al proprietario rivendicante per i frutti percepiti e percepibili, calcolati nell' ammontare sulla base di parametri medi e normali di produzione.
Rispetto alle spese affrontate dal possessore, durante il corso del possesso, lo stesso ha diritto a vedersi riconosciuti alcuni rimborsi, per spese effettuate a vantaggio della “res possessionis”.
Le spese necessarie occorse per la produzione e il raccolto dei frutti sono sempre rimborsabili al possessore, tenuto alla restituzione degli stessi frutti.
la disciplina codicistica differenzia il rimborso dovuto al possessore per riparazioni, miglioramenti ed addizioni (cfr art. 1149 c.c.).
Circa i miglioramenti, gli stessi dovranno risultare “attuali ed effettivi” (in tal senso, Cass.16012/2002 e 12342/2002), dato che la circostanza sarà oggetto di prova e dovrà perdurare fino al momento della restituzione; solo in tal caso, al possessore spetta un'indennità, il cui importo dipenderà anche dalla sua buona o mala fede. Per quanto concerne, d'altro canto, le riparazioni, mentre quelle straordinarie danno diritto a un rimborso integrale perfino se il possessore sia di mala fede, quelle ordinarie, proprio per il fatto che si limitano a mantenere la cosa in buono stato, senza incidere sulla sua struttura, legittimati a chiedere un indennizzo, sono solo i possessori tenuti alla restituzione dei frutti, limitatamente al tempo per il quale la restituzione è dovuta, nonché, dopo la domanda giudiziale,per i soli possessori di buona fede.
Per le addizioni della cosa realizzate dal possessore le regole civilistiche si presentano abbastanza rigide: è inibito ogni tipo di rimborso per spese che possano definirsi voluttuarie ed anzi il possessore rischia addirittura la condanna alla rimozione delle stesse, qualora dovesse appurarsi che non hanno apportato un effettivo miglioramento alla res, qualora invece lo abbiano apportato, solo il possessore di buona fede avrà diritto ad una indennità, nei limiti dell'aumento di valore ( Cass.civ.sez.III n. 845//97)
Il legislatore ha introdotto una peculiare forma di tutela del possessore di buona fede, a garanzia dell'adempimento dell'obbligo di indennizzo, gravante sul proprietario vittorioso in seguito ad azione di revindica, per spese effettuate: Il “diritto di ritenzione” della res, sino alla completa restituzione di quanto avanzato a titolo di indennizzo.
Consiste indubbiamente in una forma di autotutela, in deroga al principio per cui nessuno può farsi giustizia da se, pertanto ha carattere eccezionale e praticamente si concretizza nella facoltà di trattenere presso di se un bene altrui, tratti caratteristici ed essenziali del diritto di ritenzione sono:

a)l'accessorietà: non è una garanzia autonoma ed esclusiva ma al contrario è connesso sempre ad un diritto di credito da tutelare;
b)l'indivisibilità: solo il soddisfacimento integrale del credito estingue l'accessorio “diritto di ritenzione”
Presupposti indefettibili dello stesso diritto sono:
a) il possesso della res ;
b) l'esistenza del credito;
c) il collegamento tra il credito e il bene posseduto. Molteplici norme attribuiscono il diritto in esame: si pensi all'art. 1006 cod.civ. (rifiuto del proprietario di effettuare le riparazioni), all'art. 1011 cod.civ. (ritenzione per le somme anticipate), all'art. 1152 cod.civ. (Cass. Civ. Sez. II, 5024/95 ; Cass. Civ. Sez. III, 2867/83, Cass. Civ. sez. II )(ritenzione a favore del posessore di buona fede), agli artt. 2756 , 2757 , 2761 , 2794 cod.civ..
Secondo un'opinione dottrinale di recente formulazione la “ratio” dell'istituto si rinviene in un riequilibrio di posizioni giuridiche, che altrimenti risulterebbero impari. Se il possessore di buona fede, creditore di somme, fosse tenuto comunque ed in ogni caso alla restituzione del bene, senza poter eccepire alcunchè, verrebbe realizzato un ingiusto vantaggio a favore del proprietario.
Sembrerebbe un diritto di natura personale, infatti, secondo la dottrina dominante, il possessore di buona fede che ritiene non può soddisfare direttamente il suo diritto di credito, utilizzando, vendendo o sottoponendo la “res” ad azione esecutiva, può solamente trattenere il bene fino a che il proprietario non abbia effettuato in suo favore i dovuti rimborsi.
La ritenzione consiste dunque ed unicamente in una mancata restituzione.
Per una dottrina ormai risalente nel tempo, l' istituto era fondato su un principio di equità, al contrario, per l'opinione oggi assolutamente prevalente, le norme che lo prevedono hanno carattere assolutamente tassativo, non suscettibile di interpretazione analogica, per cui l'istituto, non potrebbe essere invocato ad es. dal detentore “nomine alieno” del bene, nei confronti del proprietario rivendicante (Cass. Civ. Sez. II 1223/2002; Cass. Civ. Sez. I n. 51/75). Dunque non sarebbe possibile, ad esempio, per l'autoriparatore, non restituire l'automobile il cui proprietario non abbia pagato il conto (Cass. Civ. Sez. II, 271/98 ) invocando il diritto di ritenzione.
Gilda Summaria

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(20/05/2013 - Gilda Summaria)
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