Avv. Cristina Matricardi |

Cassazione: colf 'a nero' fotografa la casa del datore per provare il rapporto di lavoro? Rischia una condanna penale

La Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione (Sent. 36068/2007) ha stabilito che la colf che presta la sua attività lavorativa senza un regolare contratto, non può provare l'esistenza del rapporto di lavoro fotografando la casa del datore di lavoro e ciò in quanto violerebbe la sua privacy.
In particolare, gli Ermellini, pronunciandosi su un ricorso presentato da una signora che lavorava "a nero", hanno precisato che chi agisce per il riconoscimento del rapporto di lavoro fornendo la prova (di tale rapporto) mediante l'esibizione di fotografie della casa dei padroni, rischia una condanna penale (prevista e punita dall'art. 615 c.p.) per abusiva captazione delle immagini.
Con questa decisione la Corte ha respinto il ricorso di una "colf" che aveva intentato una causa nei confronti dei propri datori di lavoro per il riconoscimento del rapporto di lavoro.

Altre informazioni su questa Sentenza

Per la Suprema Corte, che ha respinto il ricorso della colf, "la precostituzione, mediante mezzi illeciti, di una prova non decisiva da utilizzare nella causa di lavoro, non integra la scriminante di cui all'articolo 51 c.p., potendo il diritto di difesa essere esplicato più efficacemente con altri mezzi legittimi".
La Corte ha respinto il ricorso e, quanto alla richiesta di ottenere almeno le attenuanti, ha evidenziato che, "la Corte territoriale non aveva l'obbligo di motivare circa la mancata concessione della circostanza attenuante per motivi di particolare valore morale e sociale, essendo tale circostanza palesemente insussistente, per non essere stata la condotta dell'imputata ispirata a finalità avvertite dalla prevalente coscienza collettiva come altamente nobili e di spiccata elevatezza".


Condividi su:
Twitter
Facebook
Linkedin

Articoli correlati

In evidenza oggi