Il mare non discute: il negazionismo che non nega più
Redazione

Il mare non discute: il negazionismo che non nega più

Il negazionismo arretra. Avanza un'obiezione più elegante: il problema esiste, ma noi da soli non possiamo risolverlo

Nel luglio del 2026 la temperatura media della superficie del Mediterraneo si è attestata intorno ai 27 gradi. Sembra sia stato il luglio più caldo almeno dal 1993. Il mare in cui abbiamo imparato a nuotare da bambini, quello che ad agosto ci faceva rabbrividire al primo tuffo, oggi in molti tratti ha la temperatura di una piscina riscaldata.

Non è un’opinione. Non è un’interpretazione. È una misura.

Eppure la misura non basta. Per anni abbiamo parlato del 2050 come di una scadenza lontana, un orizzonte da consegnare ai nipoti insieme al debito pubblico. Quel 2050 ha smesso di essere lontano. La rete scientifica MedECC, che riunisce i ricercatori dei paesi rivieraschi, calcola che la temperatura media dell’aria nella regione mediterranea abbia già superato il grado e mezzo rispetto ai livelli preindustriali, e che la regione si scaldi molto più in fretta della media globale. Non stiamo aspettando il futuro: lo stiamo già misurando, mentre una parte del dibattito pubblico continua a domandarsi se il fenomeno esista.

La negazione ha cambiato pelle

Il negazionismo grossolano, quello che invocava le ere glaciali e le macchie solari, è in ritirata. Difendere quella posizione è diventato faticoso quando la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera ha toccato quest’anno le 432 parti per milione, quando i ghiacciai alpini arretrano a vista d’occhio, quando i pescatori dell’Adriatico tirano su specie che vent’anni fa non vedevano.

Ma la negazione non è scomparsa. Si è raffinata. Ha smesso di contestare i dati e ha cominciato a contestare l’utilità di agire.

Suona più o meno così: il problema è planetario, l’Italia produce meno dell’uno per cento delle emissioni globali, l’intera Unione europea circa il sei. Perché imporre sacrifici a chi pesa così poco, mentre altrove si continua a bruciare carbone? È un ragionamento che ha il tono della saggezza disincantata, del realismo di chi ha smesso di illudersi. E proprio per questo è più insidioso del vecchio negazionismo: non chiede di credere a nulla. Chiede soltanto di non fare niente.

Perché il fatalismo non regge

Va detto con onestà: l’obiezione contiene una verità. Nessun paese europeo, da solo, sposta la traiettoria del pianeta. Chi promette il contrario mente.

Ma la conclusione non discende dalla premessa. Per tre ragioni.

La prima è che il clima non è un interruttore, è una scala. Non esiste un punto oltre il quale “abbiamo perso” e tanto vale smettere. Esiste una differenza enorme, misurata in vite umane, raccolti, coste abitabili, tra fermarsi a due gradi e proseguire verso quattro. Ogni decimo di grado evitato è danno risparmiato. Il fatalismo tratta come binaria una questione che è quantitativa, e in quella confusione si nasconde tutta la sua fragilità logica.

La seconda è che i numeri raccontano l'opposto della rassegnazione. Secondo il Centro comune di ricerca della Commissione europea, l'Unione ha tagliato le proprie emissioni di oltre un terzo rispetto al 1990, il calo più consistente tra i grandi emettitori, e la stessa Commissione stima che, se gli Stati membri rispettassero i piani nazionali, arriverebbe vicino all'obiettivo del meno 55 per cento fissato dalla legge europea sul clima per il 2030. E l'ultimo rapporto dello stesso Centro, pubblicato a settembre, registra che nel 2025, per la prima volta, anche Cina e India hanno fermato la corsa delle proprie emissioni. Non è utopia militante. È il segno che la decarbonizzazione funziona dove ci sono regole chiare e investimenti, e arranca dove mancano. 

La terza è la meno discussa e la più decisiva. Chi taglia per primo non subisce solo un costo: costruisce le tecnologie, gli standard e i mercati che gli altri dovranno poi comprare. E qui il fatalismo si rovescia da solo. La Cina, primo emettitore del pianeta, è anche il primo produttore mondiale di pannelli solari e di batterie: chi ripete che “tanto la Cina inquina” sta comprando dalla Cina, e alle condizioni della Cina, la transizione che dice di non volere. La domanda vera non è se convenga muoversi. È chi venderà a chi un cambiamento che comunque avverrà.

Il conto che paghiamo già

C’è poi un punto che ci riguarda da vicino, e che il fatalismo rende invisibile. Una parte del cambiamento è ormai irreversibile sui tempi umani. Il calore accumulato negli oceani impiegherà secoli a disperdersi, il livello del mare continuerà a salire anche se azzerassimo domani le emissioni. Quello che è già cambiato non torna indietro.

Questo significa che l'adattamento non è una resa, è un dovere. Difese costiere, gestione dell'acqua, piani contro il caldo nelle città, regole nuove per costruire lungo il litorale. Chi amministra oggi un comune costiero sta decidendo, che lo sappia o no, quanto costerà il 2040 ai suoi cittadini. 

Ed è qui che la negazione presenta il conto più salato. Perché se il problema “non esiste”, non si costruiscono nemmeno le difese. Il negazionismo non costa soltanto emissioni future: costa argini non alzati, fossi non puliti, piani di emergenza non scritti. Costa oggi.

Un mare più caldo è un serbatoio di energia per i temporali d'autunno. Il 15 settembre 2022 il sistema temporalesco che devastò le valli del Misa e del Nevola si era caricato su un mare ancora caldo di fine estate. Nessuno può dire che senza il riscaldamento non sarebbe accaduto. Ma sappiamo che un mare così rende quei temporali più carichi di energia, e più violenti.

Se la negazione grossolana ci ha fatto perdere decenni, dobbiamo chiederci quanti ne possiamo ancora perdere con quella elegante, che non nega più nulla ma si limita a suggerire che non valga la pena.

Avv. Roberto Cataldi - membro della Commissione affari Costituzionali al Senato



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