In tema di malattie professionali, il termine di prescrizione non inizia automaticamente con la diagnosi, ma dal momento in cui il lavoratore o i suoi eredi comprendono in modo ragionevole che la malattia è collegata all'attività lavorativa. Questo principio è stato ribadito dalla Corte di Cassazione con l'ordinanza n. 14269/2026.
Il caso
La vicenda riguarda gli eredi di un bracciante agricolo, deceduto nel 2011 per un tumore polmonare. La famiglia aveva citato in giudizio un'azienda agricola, sostenendo che il lavoratore fosse stato esposto per anni a sostanze nocive durante il periodo di impiego (2000-2010), chiedendo il risarcimento dei danni.
Le decisioni dei giudici di merito
Tribunale e Corte d'Appello di Roma avevano respinto la richiesta, ritenendo il diritto ormai prescritto. Secondo la loro interpretazione, il termine decennale era iniziato con la diagnosi del 2009, mentre la prima richiesta formale era stata presentata solo nel 2020, quindi troppo tardi.
La posizione della Cassazione
La Suprema Corte ha però ribaltato questa lettura: la prescrizione non decorre dalla sola scoperta della malattia, ma dal momento in cui emerge la consapevolezza del collegamento tra patologia e lavoro.
Nel caso concreto, gli eredi hanno sostenuto di aver compreso il possibile legame solo nel 2022, dopo il riconoscimento dell'INAIL che aveva accertato la natura professionale della malattia e concesso la rendita ai superstiti. Prima di allora, la famiglia attribuiva il tumore ad altre cause, come il fumo.
Conclusione
La Cassazione ha ritenuto necessario un nuovo esame della vicenda, affermando che i giudici di merito non hanno verificato correttamente quando sia sorta la reale consapevolezza del nesso causale tra lavoro e malattia. Il caso torna quindi alla Corte d'Appello per un nuovo giudizio.








