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Garante Privacy: sono 80 le app che spiano gli smartphone

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L'allarme sollevato dal Garante privacy riguarda una serie di applicazioni in circolazione che tracciano le abitudini degli utenti
occhio che spia su tablet intercettato

di Gabriella Lax - Sono ottanta le app che spiano gli smartphone. L'allarme è stato sollevato dal Garante Privacy e riguarda una serie di applicazioni in circolazione che tracciano le abitudini degli utenti.

  • 1. App spia: i dati del Garante Privacy
  • 2. Non solo i colossi del web
  • 3. Come difendersi?
  • App spia: i dati del Garante Privacy

    Sono questi i dati di cui racconta in una intervista a "La Repubblica", Antonello Soro, Garante alla privacy dal 2012. Ottanta app spia per ogni utente del mondo. Una cifra incredibile che chiarisce il senso di come quello della privacy sia (nonostante la recentissima normativa europea, l'ultima nell'ordine) un concetto difficile da concretizzare e da far conciliare con la tecnologia.

    Non solo i colossi del web

    Di solito si pensa che le violazioni della privacy vengano perpetrate dai giganti del web. Convinzione errata se si valuta che «aziende piccole e medie che raccolgono e vendono informazioni di ogni tipo su di noi. Fino ad arrivare a grandi banche dati dedicate a questo scopo delle quali la maggior parte delle persone non sospetta nemmeno l'esistenza». E l'esempio del Garante cade sulla Cina. «E purtroppo oggi non c'è nulla che impedisca ad una società di Pechino di raccogliere dati in Europa. Dovremmo avere uno scudo digitale, perché non abbiamo tutele né difese».

    Come difendersi?

    Che armi hanno le persone comuni per difendere la loro privacy allora?

    Per il Garante «Capire cosa c'è in gioco, sapere che involontariamente coinvolgono anche i loro conoscenti. Si accetta di essere geolocalizzati con leggerezza o di accedere ad un servizio usando le credenziali di Facebook regalando così, attraverso i social, tutto quel che riguarda noi e la nostra rete di amicizie. Le condizioni dei contratti vengono stabilite unilateralmente dalle aziende con il risultato che gli utenti sono ad un tempo vittime e complici».

    Un'educazione che dovrebbe cominciare molto presto: «La cultura digitale andrebbe insegnata dalla prima media e non parlo di come funziona uno smartphone, ma dei sistemi sociali, politici ed economici che sono alle spalle» ha concluso Soro.

(29/12/2019 - Gabriella Lax) Foto: 123rf.com
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