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Lettera aperta al ministro della giustizia

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Assume sempre maggiore rilievo, nel nostro Paese, il problema della reale separazione dei poteri istituzionali, enunciata nella Costituzione, ma assai negletta nella pratica
Scrivania con penna, libri e orologio

Illustre Ministro,

Come Le è noto, la nostra Carta costituzionale venne strutturata sulla base di una rigorosa separazione fra i tre poteri nei quali la dottrina tradizionalmente ritenne necessario scindere la potestà dello Stato democratico: Parlamento, Esecutivo, Magistratura.

Tale separazione rimane peraltro solo di facciata se, come sovente accade, tali poteri non godono di una effettiva indipendenza reciproca.

Ed in effetti, dal 1948 ad oggi, tutti indistintamente i governi e parlamenti che si sono succeduti alla guida del nostro Paese, hanno cercato in ogni modo di assoggettare la Magistratura, limitandone e comprimendone l'indipendenza al fine, soprattutto, di consentire alla classe politica (ed ai relativi sodali) di impunemente aggirare (o, più spesso, di violare apertamente) le regole. Particolarmente quelle attinenti la corruzione, la malversazione, l'abuso di potere, la sottrazione di fondi pubblici, ed il peculato in generale.

Una lunga serie di leggi e regolamenti è stata così predisposta per sempre maggiormente ridimensionare e ridurre - in modo diretto come indiretto - l'indipendenza del Magistrato, sola ed unica garanzia della sua imparzialità, in modo da poterne condizionare l'attività.

Indipendenza significa proprio non dover subire condizionamenti, in particolare per quanto attiene alla sede di lavoro, alla progressione in carriera, alle funzioni, agli scatti di stipendio, a vincoli gerarchici. Ed è per l'appunto in queste aree che è stata invece realizzata una fitta rete di vincoli.

E' molto significativo che, proprio quello che - sotto tale aspetto - costituiva un Magistrato perfetto, il Pretore, sia stato vergognosamente cancellato, con la completa convergenza di tutte le forze politiche del tempo. Garantito da inamovibilità, da scatti automatici di stipendio e di carriera, non era in alcun modo condizionabile e dava perciò troppo fastidio: era in grado di fare il proprio dovere senza guardare in faccia a nessuno. Per evitare critiche, in luogo di abolire le sue prerogative di autonomia, si è pensato di architettare una abborracciata "riforma", con la quale si è introdotta la tecnicamente infelicissima (e debole) figura del Giudice di Pace.

Doveroso rammentare, incidentalmente, l'assoluta centralità della funzione giudiziaria nel quadro dei poteri dello Stato, al quale fornisce una essenziale garanzia di legittimità. Nessuno Stato può dirsi "di Diritto" se non dispone di una Magistratura veramente indipendente. In questa epoca, nella quale assistiamo, in tutto il pianeta, ad episodi di inquietante commistione tra istituzioni e criminalità, è sempre più urgente assicurare al Paese una Magistratura di altissimo livello, che ne tuteli la civiltà. Si pensi che, nel solo Messico, si sono contati, negli ultimi dieci anni, 250 mila ammazzati (20 mila bambini) in dipendenza di un contesto criminale con complici certi nelle istituzioni.

E' quindi estremamente grave che, infrangendo apertamente i principi ispiratori della Costituzione, sia stata violata l'autonomia della Magistratura infarcendone l'organo di autogoverno, il CSM, con membri di nomina politica i quali, grazie ad un regolamento interno ad hoc, possono addirittura esercitare un'influenza determinante in ogni sua decisione.

La situazione così creata è grottesca ed inammissibile: l'autogoverno è diventato eterogoverno. Una realtà esterna alla Magistratura, perciò formata da elementi potenzialmente oggetto di indagini da parte di questa, è in grado di impartirle disposizioni, modulandone l'attività a proprio piacimento, determinando le procedure operative, le nomine e le carriere dei Magistrati.

E lo stravolgimento è ancora più grave e profondo di quanto possa apparire.

Quando la Costituzione ha stabilito che i tre poteri dello Stato dovessero essere autonomi l'uno dall'altro, intendeva lapalissianamente escludere qualunque forma di subordinazione tra di essi. Non è necessario ricorrere al vocabolario per intendere che "separazione dei poteri" significa escludere che uno di essi possa interferire nella attività degli altri.

In base alla Costituzione, quindi, se la Magistratura e l'Esecutivo non possono dire al Parlamento come e di che cosa debbano occuparsi, parimenti quest'ultimo non è in alcun modo legittimato a interloquire su struttura e funzionamento della Magistratura.

In altri termini: il Parlamento non può emettere leggi che riguardino attività, funzionamento e organizzazione della Magistratura. Ciò che è avvenuto è totalmente al di fuori della legalità costituzionale.

A fugare ogni eventuale residua incertezza sulla autonomia istituzionale della Magistratura, si leggano i verbali della Costituente dove, con forza, si statuisce che "il mandante della Magistratura è il popolo sovrano" (nel cui nome, non a caso, vengono emesse le sentenze), e che si intendeva fermamente stabilire che nessuna altra istituzione fosse ad essa sovraordinata.

Necessario, dunque, ed improrogabile, cancellare l'indecente alterazione attuata nella composizione e struttura del CSM, restituendo alla Magistratura la piena dignità istituzionale del suo ruolo.

Contestualmente indispensabile poi rivedere tutte le norme emesse per regolare l'attività del Magistrato, le procedure disciplinari, la sua carriera, la sede di lavoro, le funzioni, il ruolo e la retribuzione e tutto ciò che, direttamente o indirettamente, possa influire sulla sua autonomia decisionale. Una revisione generale, dunque, che non può trascurare l'abolizione di qualunque vincolo gerarchico, soprattutto negli Uffici delle Procure, togliendo al Procuratore Capo la anomala facoltà di avocare a sé le pratiche "delicate" e di decidere l'assegnazione delle indagini ai singoli componenti l'Ufficio.

Auspicabile, infine, la reintroduzione del Pretore, un deciso ampliamento degli organici (anche di supporto), ed una riforma del processo penale "accusatorio", mutuato dal mondo anglosassone che, oltre ad allungare i processi, favorisce coloro (ed in primis la criminalità organizzata), che possono influire sui testimoni i quali, chiamati a validare le loro dichiarazioni in udienza, sovente ritrattano.

Le auguro buon lavoro.

Angelo Casella





(11/12/2018 - Angelo Casella)
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