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Divagazioni elettorali

Considerazioni sul meccanismo elettorale e sul dibattito politico, in attesa delle elezioni del 4 marzo
ragazzo che deve votare dubbioso tra si e no

di Angelo Casella - Il meccanismo democratico, nella sua funzione essenziale di partecipazione popolare alla gestione della cosa pubblica, non si esaurisce dedicando quei dieci minuti – ogni cinque anni – ad una passeggiata al seggio elettorale per riempire la scheda.

Ovviamente, è sicuramente peggio non votare, non solo sotto il profilo partecipativo, ma – soprattutto – perchè ciò induce alterazioni nella espressione della volontà collettiva. Non votare, significa infatti regalare il proprio voto ad altri. In un gruppo, chi tace, fa emergere le scelte degli altri. E' una questione aritmetica. Venti elettori su cento, rappresentano il venti per cento. Ma se gli elettori totali scendono a 80, allora quei venti elettori diventano il quaranta per cento.

La scheda è certamente importante, ma occorre considerare che si tratta essenzialmente di un mandato che non consente, successivamente, né controlli, né verifiche. Il beneficiario del voto ha le mani completamente libere: può fare quello che vuole. Le promesse fatte in campagna elettorale non determinano nessun vincolo ed egli può ignorarle del tutto senza conseguenze concrete: all'elettore è consentito nominare, ma non revocare (e ciò costituisce una grave carenza).

Fare politica...

Tale situazione impone ai cittadini un compito: "fare politica" tutti i giorni, analizzando con costanza e continuità i problemi, le difficoltà, le carenze della gestione della società. Condividendo poi tutto ciò con altri e formando gruppi strutturati in grado di far sentire la propria voce. E questo ad ogni livello: dai Consigli scolastici, ai Comitati di quartiere, alle Amministrazioni comunali, Provinciali, Regionali e, infine, agli Organismi di rappresentanza nazionali.

Non si possono cacciare i parlamentari eletti, ma si può far capire loro non solo quale è la effettiva volontà della gente, ma anche che quest'ultima è fermamente decisa a farla valere.

Bisogna far crescere questo modello di partecipazione, in misura tale che la gente intervenga con continuità dovunque si prendono decisioni che hanno ricadute sulla collettività.

Occorre altresì diffondere un approccio diverso dal passato per uscire dai dogmi delle ideologie per rivolgersi ai problemi reali concreti (che, in futuro, avranno sempre maggiore rilevanza) per discuterne, analizzarne ogni aspetto e individuarne soluzioni condivise.

Oggi, i meccanismi decisionali degli organi legislativi sono fortemente deviati dall'obbiettivo del bene comune. Le scelte che vengono effettuate sono il risultato, non solo di contatti diretti degli esponenti istituzionali con personalità del mondo economico, ma anche del lavoro pressante di lobbisti che operano per specifici gruppi di interesse. E' scontato che solo consistenti aggregazioni sono in grado di sostenere gli oneri connessi. E ciò lascia la maggioranza dei cittadini nell'impossibilità di far emergere la propria voce. Esattamente il contrario di ciò che dovrebbe succedere.

Il dibattito politico presenta oggi aspetti del tutto paradossali

Se, come dovrebbe essere scontato, oggetto della discussione è il perseguimento del bene comune, ogni contrasto dovrebbe essere escluso all'origine. Tutti dovrebbero essere associati da questo unico obbiettivo condiviso.

Le contrapposizioni potrebbero eventualmente emergere sui modi per raggiungerlo.

E invece, la motivazione di tutti è assicurarsi – con ogni mezzo – il piccolo vantaggio personale degli emolumenti parlamentari.

Ciò di cui il Paese ha bisogno assume la sua propria evidenza dall'elenco dei problemi della vita di ogni giorno.

Da un lato vediamo le questioni ereditate dal passato: disoccupazione, scuola, sanità, ricerca, ambiente e dissesto idrogeologico, vincoli anomali dei trattati europei, crisi economica generale, aumento della povertà, migrazioni.

Dall'altro, in un momento storico di grandi rivoluzioni tecnologiche, l'esigenza di una attenta programmazione economica che consenta al Paese di affrontare – strutturalmente e funzionalmente – un panorama fortemente innovativo in termini anche di modalità produttive, un assetto politico regionale e locale più snello, ecc.

Su tutto ciò, manca una qualunque seria analisi: dei problemi reali non si occupa nessuno, preferendosi una contrapposizione acritica, che si traduce in una personalizzazione, che sfocia poi nell'insulto becero e di bassa lega.

Perduto lo scopo del bene comune, vi sono solo concorrenti alla poltrona, da eliminare.

L'attenzione degli elettori è dirottata su questioni marginali. Non verso obbiettivi concreti ma verso dei miraggi, dietro i quali si leggono interessi specifici.

Accuratamente accantonati coloro che di proposte concrete parlano con linguaggio razionale, obbiettivo e comprensibile: stancano gli elettori.

I partiti scelgono i soggetti che sanno suscitare nell'elettorato reazioni emotive con battute, aforismi, luoghi comuni, frasi ad effetto prive di contenuti. Che agilmente manovrano immagini e messaggi associati a sentimenti superficiali.

Tutto è ridotto ad una sceneggiata di illusioni, ostentazioni, apparenze.

L'elettorato viene in tal modo accecato, indotto a non pensare, e, drogato dal teatrino, possa essere manipolato e plasmato.

Pochi individui, che riescono a riescono a sfruttare i processi emozionali delle masse, riescono a sottomettere la maggioranza.

Eppure vi è il sentimento diffuso che le scelte politiche non corrispondono alla volontà della gente e non sono conformi all'interesse pubblico e che sono in gran parte elaborate per consolidare il potere e la posizione dei settori dominanti.

Questa consapevolezza diffusa fa emergere una generalizzata ostilità, irrazionale e generica, verso le istituzioni. E ciò facilita la manovra di dirottamento di tale rabbia verso bersagli inconsistenti ed apparenti.

Bisogna invece mettere sul tavolo del dibattito i veri problemi reali e pensare a misure e programmi semplici, concreti e lungimiranti in grado di migliorare le cose per tutti, correggere storture e lacune e arrestare il degrado in atto.

Bisogna scegliere attentamente delle persone in grado di attuare questi programmi ponderando accuratamente le decisioni da prendere ed il loro impatto sulla società.

Se oggi godiamo di alcuni diritti che consideriamo fondamentali e persino ovvii, come la libertà di espressione e di movimento, il voto, la garanzia di una Magistratura autonoma, la libera associazione e la realizzazione della propria attività, economica, ecc. ecc., ciò avviene perché qualcuno nel passato ha lottato per ottenerli, pagando a volte anche un prezzo pesante.

Questa preziosa eredità non deve essere né cancellata, né diluita in modo più o meno surrettizio.

Sono necessari organismi di emancipazione e militanza che si impegnino con continuità, sviluppando il contatto personale, il dialogo diretto per stimolare e diffondere, in ogni occasione, progetti, argomentazioni, e, sopratutto, informazioni serie, effettive e sicure.

3.- Abituale, carnevalesca, sceneggiata elettorale. Una sorta di gara a chi spara le promesse più improbabili ed a chi meglio stuzzica l'isteria popolare su tematiche marginali.


La personalizzazione del dibattito (se ancora si vuol usare tale termine), su persone e fatti, serve a distogliere l'attenzione della gente dalle tematiche che contano.


Nessuno si occupa dei problemi reali del Paese, tra i quali emergono – tra gli altri - disoccupazione e povertà, (che sono tra loro connessi).


In effetti, l'analisi di queste criticità è scomodo, in quanto pone in evidenza decisioni gravemente errate.


Secondo rilevazioni della Hopkins Un., nel 1970, circa il 90% del capitale internazionale veniva destinato alla produzione, al commercio e ad investimenti a lungo termine. Solo un 10% era investito in speculazioni.

Oggi questi dati sono invertiti, e ciò ha determinato – unitamente ad altri fattori – un fortissimo calo della domanda di lavoro.


E' necessario chiarire che questo diverso impiego del capitale è stato determinato e reso possibile da due fattori.


Innanzitutto, una nuova legge bancaria globale che ha concesso alla proprietà – divenuta privata – degli enti bancari, mano libera sull'utilizzo del denaro depositato. E' stato cancellato il principio stabilito in precedenza (con R.D. del 1936) per il quale l'attività bancaria “è funzione di interesse pubblico”. Ora (T.U. 1993/385), tale attività “ha carattere di impresa”. Cioè ha per scopo il profitto. Una rivoluzione copernicana, concettualmente grottesca.


Il secondo fattore è stato la completa liberalizzazione dei movimenti di capitale, che anche la Ue ha prontamente recepito.


Questa liberalizzazione ha ricadute di carattere politico molto rilevanti. Essa consente il libero esodo delle risorse monetarie da un Paese all'altro. E ciò avviene regolarmente quando un Paese entra in crisi mentre, al contrario, quello è proprio il momento in cui i capitali sono più necessari.


In Grecia, ai primi accenni di difficoltà, i capitali sono letteralmente volati via, consegnando il Paese nelle mani dei “prestiti” ricattatori della Troika, che lo hanno portato alla miseria.


Ma la questione si pone anche senza che si presentino particolari difficoltà economiche. E' sufficiente che una qualsiasi legge o provvedimento governativo, non piaccia alla cupola finanziaria globale perchè i capitali prendano il volo, mettendo il Paese in gravi difficoltà.


In pratica, i governi, accettando la libera circolazione dei capitali, si sono – una volta di più - volontariamente sottoposti al potere economico.













(21/01/2018 - Angelo Casella) Foto: 123rf.com
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