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Pensioni: dal 2019 a 67 anni, parola di Istat

Secondo lo scenario tracciato dall'istituto nel 2050 si arriverà alla pensione a quasi 70 anni
uomo su un orologio cerca di fermare il tempo

di Gabriella Lax - Dal 2019 si andrà in pensione a 67 anni e, nel 2050, si arriverà quasi a 70. Questo lo scenario tracciato dal presidente dell'Istat, Giorgio Alleva nel corso di un'audizione alla commissione Affari costituzionali della Camera, riguardo all'esame delle proposte di legge recanti modifiche all'articolo 38 della Costituzione per assicurare l'equità nei trattamenti previdenziali e assistenziali. Il braccio di ferro dei sindacati col Governo continua per evitare l'adeguamento dei requisiti pensionistici alla speranza di vita, come stabilito dalla riforma del 2011, tuttavia, a meno di un cambiamento legislativo, i numeri sono quelli che gli statistici hanno indicato da anni. Lo scatto a 67 anni dovrebbe essere deciso con un decreto interministeriale (che coinvolgerà Lavoro, Economia) da emanarsi entro il 2017. 

Accesso al sistema pensionistico sempre più tardi

Una conferma ad una possibilità già nell'aria. «Dai 66 anni e 7 mesi in vigore per tutte le categorie di lavoratori – chiarisce Alleva - dal 2018 si passerebbe a 67 anni a partire dal 2019 quindi a 67 anni e 3 mesi dal 2021. Per i successivi aggiornamenti, a partire da quello del 2023, si prevede un incremento di due mesi ogni volta, con la conseguenza che l'età pensionabile salirebbe a 68 anni e 1 mese dal 2031, a 68 anni e 11 mesi dal 2041 e a 69 anni e 9 mesi dal 2051». Per fare un esempio, chi oggi ha 35 anni potrà andare in pensione a 70 anni, sempre che abbia un monte contributivo sufficiente, ipotesi peregrina considerando la qualità dei contratti precari all'ordine del giorno. Alleva evidenzia che i contratti atipici sono i «più diffusi tra i giovani di 15-34 anni, tra i quali circa un occupato su quattro svolge un lavoro a termine o una collaborazione».

Giovani, donne e precarietà del lavoro

La situazione peggiora se si guarda alle lavoratrici: in questo caso solo una su tre ha un contratto precario. Per Alleva «questa forma di lavoro riguarda tuttavia anche gli adulti e i soggetti con responsabilità familiari». L'occupazione atipica «al primo lavoro è diffusa anche per titoli di studio secondari superiori o universitari e cresce all'aumentare del titolo di studio, essendo pari al 21,2% per chi ha concluso la scuola dell'obbligo e al 35,4% per chi ha conseguito un titolo di studio universitario. Nel 2016 un terzo degli atipici ha tra 35 e 49 anni, con un'incidenza sul totale degli occupati dell'8,9%; tra le donne il 41,5% delle occupate con lavoro atipico è madre». Aumentano dal 1997 le cifre relative ai lavoratori precari. Soltanto nel 2016 si registra un incremento dei contratti stabili. Dunque per Alleva, «il basso tasso di occupazione dei 25-34enni (60,3% nella media del 2016) - è - una grande debolezza per il presente e il futuro di queste generazioni che rischiano di non avere una storia contributiva adeguata». Debolezza che «si rifletterà su importi pensionistici proporzionalmente più bassi rispetto a carriere lavorative regolari e lo scarso impiego di queste fasce di età indica, poi, una grave situazione di sottoutilizzo di un segmento di popolazione ad elevato impatto potenziale sullo sviluppo economico del Paese».

(06/07/2017 - Gabriella Lax) Foto: 123rf.com
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