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Ddl Calderoli sull'apologia di sharia? Rileggiamo Predrag Matvejevic, l'uomo del ponte tra i popoli

La seconda puntata di Frammenti è dedicata al ponte di Mostar, l'incontro tra Oriente e Occidente
islam tramonto
di Paolo M. Storani - Dedico questa seconda puntata della nuova rubrica Frammenti al Ponte di Mostar, rimasto in piedi sino al 9 novembre 1993, quando fu bombardato.
In quella città oggi appartenente alla Bosnia Erzegovina nacque uno degli scrittori che prediligo.
Sono tornati anche nell'UE i muri e le barriere, gli eserciti mobilitati alle frontiere e il filo spinato.
Il vecchio ponte ottomano, Stari Most, non univa solo due sponde di Mostar, ma era il legame ideale tra Oriente e Occidente.
I ponti rappresentano la volontà di unire, rappacificare e collegare ogni cosa affinché non ci siano avversioni, né separazioni.
Purtroppo neppure un mese fa se n'è andato Predrag Matvejevic, tra i massimi scrittori jugoslavi. Sì, perché Predrag, un'esistenza passata tra asilo ed esilio, si è sentito jugoslavo sino all'ultimo dei suoi giorni, trascorsi in una clinica di Zagabria ove è deceduto il 2 febbraio 2017.
Una vita intensa che lo vide innamorato delle varie culture, che, prima dell'atroce e fratricida guerra iniziata con le proclamazioni di indipendenza di Slovenia e Croazia nel 1991, riuscivano a convivere nella stessa confederazione titina.
Poi, la dissoluzione, la disgregazione.
"La tragedia che ci è capitata - ricorda Matvejevic in Confini e frontiere (prezioso scrigno pubblicato con l'editore Asterios di Trieste nel settembre 2008) - è cominciata in verità prima che ci rendessimo conto di che si trattava".
Il mare, i fiumi, l'acqua: ho sempre bisogno, fisico e morale, della vicinanza di questi grembi della nostra civiltà e della nostra storia.
In una città per me nuova la prima cosa che cerco è l'acqua.
Breviario Mediterraneo è l'opera che lo consacrò definitivamente: la prefazione è di Claudio Magris, magistrale autore triestino e potamologo di Danubio. Editore è Garzanti. La prima edizione compare a Zagabria nel giugno del 1987; è dell'aprile 1991 in italiano la prima delle ventitré edizioni straniere.
Leggevo ieri, 4 marzo 2017, scorrendo le colonne di questa Rivista telematica che il Sen. Roberto Calderoli, non pago di altre, analoghe iniziative, ha ora sfornato un inquietante disegno di legge sulla complessa "questione islamica".
Mi auguro che un siffatto accumulo di disposizioni, in parte inutili e in parte paradossali, non veda mai la luce dell'approvazione in Parlamento. Che si tratti di pura sloganistica da spendere in chiave elettorale appare evidente da un passo addirittura disciplinante una sedicente apologia di sharia.
Una sorta di prevaricazione tra diritti, in cui alla fine quello nazionale prevale mettendo al bando, senza rispettarlo, il diritto islamico.
Ma, poi, come la mettiamo con Anders Breivik, terrorista norvegese giudicato sano di mente, che al momento in cui massacrava decine di giovani vittime casuali (77 in totale) si riteneva un emissario del Dio dei Cristiani che si opponeva al dilagante islamismo?
La notizia del DDL Calderoli mi ha interessato perché abbina in endiadi due concetti, l'apologia e la sharia, che ben difficilmente potrebbero entrare in un Codice Penale di un paese civile, a tacer del principio della tassatività e della coerenza di sistema.
In sostanza, la tecnica di redazione della fattispecie è talmente approssimativa, rozza e grossolana che si enuclea soltanto il risultato vietato, senza descrivere quale sarebbe la condotta punibile.
Infatti, se l'apologia è l'esaltazione o la difesa pubblica di un'azione riconosciuta reato dalla legge, va compiuta una pur sintetica riflessione sul concetto di sharia.
Essa stessa incarna una legge seppur di promanazione religiosa, "la via da seguire".
Vi sono Paesi ove la sharia viene applicata, oltre che alle questioni di diritto privato, alla regolamentazione delle procedure penali.
Difatti, sharia è un vocabolo arabo che equivale a "legge".
Dal punto di vista della law in action è scienza giurisprudenziale. 
Già l'esaltazione di una legge è un concetto poco tassativo e coerente.
Quelle norme si rivelerebbero anche marchingegni del tutto inefficienti nella prevenzione e nella sanzione penale.
Mi limito a ricordare al Vice Presidente del Senato che il principio di tassatività è uno dei corollari del principio di legalità
Inoltre, se intendiamo varare in Italia quel pacchetto di norme in nome della "tolleranza religiosa", allora rischiamo il paradosso dell'Agenzia Reuter e di Le Monde che il 13 settembre 1973 titolarono: "le forze armate e i carabineros sono uniti nella missione storica di lottare per la libertà".
Quale sarebbe stato il concetto di libertà applicato in Cile dalla Junta Pinochet lo avremmo appreso in un secondo momento.
Termino con alcune frasi di Matvejevic, che era facile incontrare per le vie della cosmopolita Trieste e che coniò con felice intuizione il neologismo democratura, metà democrazia e metà dittatura.
"È una sciagura quando un'idea nazionale diventa l'ideologia nazionalista; quando una fede ignora la fede altrui". 
"Faccio fatica a discutere con i nazionalisti da qualunque parte provengano".
"Si può essere anche laici e credenti".
Che la terra ti sia lieve, Predrag, in lingua serba e croata "preziosissimo", figlio di un cristiano ortodosso russo di Odessa e di una cattolica bosniaca, croato, erzegovese, voce della Mitteleuropa.

(05/03/2017 - Law In Action - di P. Storani)
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