Cos'è il revenge porn e cosa prevede il codice penale che punisce la diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti senza consenso delle persone rappresentate
donna triste che riceve molestie tramite computer

di Lucia Izzo - Il revenge porn è un fenomeno che ha assunto dimensioni a dir poco preoccupanti, con una diffusione sempre più capillare, complice una presenza costante e massiccia dei social media nella vita quotidiana. Dall'agosto 2019, in Italia, il revenge porn è punito come reato dal nuovo art. 612-ter del codice penale.

Cosa significa Revenge Porn

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La locuzione di origine anglosassone "revenge porn", o anche "revenge pornography", associa la parola "vendetta" (revenge) a quella di pornografia, lasciando subito intendere l'uso distorto che viene fatto di immagini o video privati, a sfondo sessuale, che vengono diffusi sui social network o sul web a scopi vendicativi e senza il consenso della persona ritratta.

La nozione è ormai di uso tristemente comune, complice il moltiplicarsi di episodi di "vendetta porno" ai danni di innumerevoli vittime, uomini e (prevalentemente) donne, che si sono ritrovate violate nella loro sfera intima e hanno visto la propria immagine diffondersi in maniera "virale" senza averlo mai concesso o, addirittura, dopo essere state immortalate a loro insaputa.

Revenge porn: in cosa consiste

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Il revenge porn può, dunque, essere identificato nella pubblicazione, o minaccia di pubblicazione (anche a scopo di estorsione), di fotografie o video che mostrano persone impegnate in attività sessuali o ritratte in pose sessualmente esplicite, senza che ne sia stato dato il consenso dal diretto interessato, ovvero la persona o una delle persone coinvolte.

La cronaca ha dimostrato come a perpetrare il ricatto sessuale siano soprattutto persone legate alla vittima da un rapporto sentimentale (coniugi, compagni/e, fidanzati/e), che agiscono in seguito alla fine di una relazione per "punire", umiliare o provare a controllare gli ex facendo uso delle immagini o dei video in loro possesso.

Può trattarsi, ad esempio, di selfie scattati dalla stessa vittima e inviati all'ex partner, oppure di video e fotografie scattate in intimità con l'idea che dovessero rimanere nella sfera privata oppure, addirittura, di scatti e riprese avvenuti di nascosto, senza che una delle parti ne fosse consapevole.

La condivisione di tali immagini, che può avvenire in rete, ma anche attraverso e-mail e cellulari, conduce a un risultato aberrante per le vittime: umiliazione, lesione della propria immagine e della propria dignità, condizionamenti nei rapporti sociali e nella ricerca di un impiego.

Molte vittime di revenge porn hanno riferito agli psicologi che l'impatto della diffusione su larga scala di immagini scattate privatamente può essere paragonato a quello di una vera e propria violenza sessuale.

I "ricatti sessuali" in Italia: i casi più noti

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Il fenomeno, purtroppo, ha visto una crescita esponenziale negli ultimi anni anche in Italia dove gli episodi di vendetta pornografica hanno talvolta assunto contorni drammatici, risolvendosi nella morte delle vittime, esasperate dalla situazione creatasi a seguito della diffusione dei proprio video o scatti privati.

Il caso di Tiziana Cantone

Il pensiero va subito a Tiziana Cantone, giovane donna napoletana i cui video hard avevano iniziato a circolare in rete, ma anche su Whatsapp e poi su Facebook, diffondendosi con quella incontrollabile "viralità" a cui i social ci hanno tristemente abituati. Una vicenda che, nonostante la battaglia legale intrapresa a difesa del proprio diritto all'oblio, si è conclusa con il suicidio della vittima.

Leggi Diritto all'oblio: quando la rete uccide

Il caso di Giulia Sarti

Ma Tiziana, purtroppo, non è (e non è stata) la sola vittima di questa "piaga sociale" che ha compromesso molte esistenze e costretto a estenuanti battaglie per ottenere la difesa dei propri diritti e della propria dignità.

La vicenda dell'ex presidente grillina della commissione Giustizia di Montecitorio, Giulia Sarti, le cui immagini private sono state diffuse online divenendo presto virali a causa delle incessanti condivisioni, ha assunto i contorni di un vero e proprio caso politico.

Un fenomeno che ha portato il Garante per la privacy a intervenire per richiamare "l'attenzione dei mezzi di informazione al rispetto della normativa in materia di protezione dei dati personali e del codice deontologico dei giornalisti".

Inoltre, assieme all'iniziativa dell'Authority, sono giunte numerose e unanimi reazioni di solidarietà nei confronti della deputata da parte di personalità istituzionali ed esponenti di tutte le forze politiche presenti in Parlamento.

Come difendersi dal revenge porn

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Molti paesi, stante le dimensioni sempre più preoccupati che ha assunto il fenomeno, hanno deciso di seguire una linea dura e adottare normative ad hoc per contrastare e perseguire il revenge porn: ciò è avvenuto, ad esempio, in Germania, Israele e Regno Unito, e in trentaquattro Stati degli USA.

In Italia, fino all'agosto 2019, non esisteva alcuna legge specifica in materia e l'unica possibilità riconosciuta alle vittime era quella di fare riferimento alla normativa sui reati di diffamazione, estorsione, violazione della privacy e trattamento scorretto dei dati personali.

Ciò, tuttavia, è apparso insufficiente in relazione alla gravità e alla peculiarità del fenomeno. E con la legge Codice Rosso è stato introdotto il reato di revenge porn anche nel nostro paese, previsto e punito dall'art. 612-ter del codice penale.

I ddl contro il revenge porn

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Le vicende di cronaca hanno avuto l'effetto di animare il dibattito nelle aule parlamentari, soprattutto a seguito del caso dell'on. Sarti. Tra i vari ddl presentati, con l'obiettivo di introdurre una fattispecie di reato ad hoc, è emerso quello a firma della senatrice di M5S, Elvira Evangelista, di cui è stato relatore il senatore leghista Andrea Ostellari.

Tuttavia, già nel settembre 2016, Forza Italia aveva ritenuto necessario prendere posizione e punire il revenge porn tramite una norma ad hoc nel Codice penale destinata a perseguire la diffusione di immagini e video sessualmente espliciti.

Alla proposta erano seguiti altri due disegni di legge: uno, presentato a Montecitorio il 9 gennaio (primo firmatario Galeazzo Bignami) e l'altro presentato in Senato il 12 marzo scorso (primo firmatario Enrico Aimi). Il terzo disegno di legge proposto da Forza Italia, prima firmataria Sandra Savino, è stato presentato il 5 marzo in Senato e assegnato alla II commissione Giustizia.

In generale, i contenuti dei provvedimenti, sia quelli presentati da FI che quelli a firma pentastellata, sono apparsi tra loro assai affini e hanno registrato una larga convergenza in materia tra tutte le forze politiche, sia di maggioranza che di opposizione.

Leggi anche: I ddl contro il revenge porn

Il revenge porn diventa reato

Gli intenti sono stati tradotti effettivamente in legge con il c.d. "Codice Rosso", ovvero con le modifiche al codice penale e al codice di procedura penale volte a tutelare le vittime di violenza domestica e di genere introdotte dalla Legge n. 69/2019, in vigore da agosto 2019.

Il reato di revenge porn: art. 612-ter del codice penale

La legge ha introdotto nel codice penale, all'articolo 612-ter, una fattispecie ad hoc, volta a sanzionare il fenomeno del c.d. revenge porn. Si tratta del delitto di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso delle persone rappresentate.

La pena prevista

La nuova fattispecie di reato punisce: "chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde, senza l'espresso consenso delle persone interessate, immagini o video sessualmente espliciti, destinati a rimanere privati - con - la reclusione da 1 a 6 anni e la multa da 5.000 a 15.000 euro".

Si punta a punire anche la condotta degli eventuali "condivisori" delle immagini diffuse dall'autore del reato. La stessa pena, dunque, si applicherà anche nei confronti di chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o i video, li diffonde a sua volta al fine di recare nocumento agli interessati.

Le aggravanti

La fattispecie è aggravata se il reato di pubblicazione illecita è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, ovvero da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa. Ulteriori aggravanti sono previste anche se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici oppure se sono commessi in danno di persona in condizione di inferiorità fisica o psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza.

La procedibilità

Il reato è punibile a querela della persona offesa, che potrà essere proposta nel termine di sei mesi e rimessa solo in sede processuale. La diffusione illecita di video o immagini sessualmente esplicite aggravata in quanto commessa in danno di persona in condizione di inferiorità fisica o psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza, è invece punibile d'ufficio.
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(01/03/2020 - Lucia Izzo) Foto: 123rf.com
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