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Pensioni a rischio: i soldi statali non bastano a sanare il buco dell'Inps

L'allarme della Corte dei Conti sull'analisi delle risorse dell'istituto di previdenza
tre anziani su tre pile di soldi

di Marina Crisafi - È di pochi giorni fa l'allarme lanciato sulle pensioni di reversibilità, per via della previsione nel ddl povertà del Governo della rimodulazione del beneficio sulla base dell'indicatore Isee (leggi:"Addio alla pensione di reversibilità: il governo fa cassa sulle vedove").

Ma quello che si profila per il futuro potrebbe essere un rischio ben peggiore, stando allo scenario poco confortante che la Corte dei Conti ha delineato analizzando i bilanci 2013 e 2014 dell'Inps. 

L'allarme lanciato dai giudici contabili ha evidenziato come per il biennio in parola, le risorse pubbliche non sono bastate a riequilibrare i conti dell'istituto di previdenza.

Nonostante i trasferimenti dello Stato abbiano raggiunto, infatti, "99.069 milioni nel 2013 e i 98.440 nel 2014", il consuntivo dei giudici contabili ha presentato comunque valori negativi pari a "12.846 milioni nel 2013" e a "12.485 milioni nel 2014". Nel biennio, infatti, pur crescendo le entrate contributive (da 210 miliardi del 2013 a 211,4 nel 2014), la spesa per le prestazioni è risultata "superiore al gettito" derivante dai contributi dei lavoratori (pari a circa 303,4 miliardi nel 2013 e nel 2014). 

E la situazione non sembra destinata a migliorare.

Il buco infatti, come riportato anche da Italiaoggi e dal Giornale, potrebbe allargarsi, pagando lo scotto degli sgravi contributivi triennali previsti per le assunzioni a tempo indeterminato (sia nel 2015 che negli anni a venire, per effetto del Jobs Act e della legge di stabilità).

Se da queste manovre, infatti, non deriverà un "effettivo incremento occupazionale" (prevalendo magari le mere trasformazioni dei contratti già esistenti), serviranno ulteriori "trasferimenti dal settore pubblico la cui provvista ricadrebbe sulla fiscalità generale".

Senza contare che la scadenza delle agevolazioni (a fine 2017) potrebbe anche comportare un incremento dei licenziamenti con conseguente maggiore spesa per erogare le prestazioni di sostegno al reddito.

In buona sostanza, tutto ciò significa che se già oggi l'istituto non riesce a sopperire al disavanzo strutturale grazie ai (pur ingenti) trasferimenti statali, nel prossimo futuro, per poter garantire le prestazioni previdenziali, o si dovranno aumentare tali trasferimenti (con conseguente aumento della pressione fiscale) o si dovrà agire con tagli alle prestazioni stesse.

In entrambi casi, il rischio ricadrebbe sulle tasche dei cittadini. 

(27/02/2016 - Marina Crisafi)

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