Associazione dei matrimonialisti italiani: è boom di turismo divorzile
Luisa Foti |

Associazione dei matrimonialisti italiani: è boom di turismo divorzile

Volano all'estero le coppie che vogliono divorziare. Dopo il boom del turismo procreativo e sessuale, ora va di moda, il “turismo divorzile”. Secondo quanto rende noto l'associazione avvocati matrimonialisti italiani, sarebbero circa ottomila le coppie che negli ultimi cinque anni hanno deciso di andare all'estero per divorziare, per evitare i lunghi tempi processuali del nostro paese. L'Associazione descrive infatti una situazione assai difficile ai danni delle coppie che decidono di separarsi: “bisogna attendere almeno quattro anni se si procede consensualmente nelle due procedure di separazione e divorzio e anche fino a tredici anni se la separazione e il divorzio hanno seguito un iter giudiziario”, fa sapere l'associazione dei matrimonialisti. "L'alternativa al nostro pachidermico iter processuale – continua a far sapere l'associazione attraverso le parole del suo Presidente, Gian Ettore Gassani - è rivolgersi alle giurisdizioni straniere: quella ecclesiastica per la dichiarazione di nullità del matrimonio o quelle della maggior parte degli Stati membri dell'Europa per il divorzio lampo”. “Soltanto in Italia, Polonia, Malta e Irlanda del Nord esiste ancora la fase della separazione – ha aggiunto Gassani - Le insopportabili attese dei nostri compatrioti per ottenere lo stato libero in Italia stanno alimentando l'escamotage di chiedere giustizia in Francia, Inghilterra, Spagna, Romania ecc. e ottenere un divorzio immediato (in media circa 6 mesi) e con spese legali ridotte all'osso”.

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"La scorciatoia per porre fine ad un matrimonio sbagliato - spiega Gassani - e' data dal regolamento numero 44 del 2001 del Consiglio Europeo che disciplina il diritto commerciale ma anche quello privato europeo: esso lascia dedurre la possibilita' di pronunciare una sentenza di divorzio da parte di un qualunque Tribunale dell'Ue a patto che i coniugi siano stabilmente residenti in quel Paese (la prassi richiede almeno da 6 mesi ma non c'e' una norma transitoria che lo specifichi in modo piu' chiaro). L'iter e' questo: si prende in affitto un appartamento all'estero, ci si fa intestare il contratto di affitto incluse le bollette e infine si chiede la residenza. Sei mesi dopo si fa istanza di divorzio al Tribunale straniero prescelto e in pochi mesi si torna in Italia con una copia conforme della sentenza di divorzio che l'ufficiale di stato civile italiano dovra' semplicemente trascrivere. Tali documenti debbono essere solo apostillati, cioe' tradotti in italiano con dichiarazione dell'interprete sulla fedelta' del testo all'originale". "Questi divorzi - spiega - non entrano nel calderone del censimento Istat, la cui scheda dev'essere compilata soltanto presso i Tribunali italiani all'interno dei quali si celebrano le separazioni e i divorzi". I matrimonialisti calcolano, secondo stime di settore che, negli ultimi 5 anni almeno 8 mila coppie italiane abbiano divorziato all'estero. "E' assolutamente evidente - commenta Gassani - che molti di questi divorzi italiani in terra straniera spesso siano frutto di vere e proprie frodi processuali atteso che non sempre i certificati di residenza rispondono a verita'". "Al di la' di tali considerazioni - sostiene ancora gassani - emerge il dato incontrovertibile che il nostro diritto di famiglia, ancorato a vecchi schemi e caratterizzato da lungaggini burocratiche insopportabili non e' piu' tollerato dagli italiani. Fin quando il legislatore e la giustizia italiana non saranno in grado di accelerare i tempi dei divorzi - afferma - dobbiamo mettere assolutamente in preventivo nei prossimi anni un vero e proprio esodo di massa di coppie che sceglieranno i Paesi con noi confinanti per mettere la parola fine al loro matrimonio". "Senza dubbio quest'ultimo fenomeno conclude Gassani - rappresenta uno schiaffo ad un Paese come il nostro da sempre invidiato dal punto di vista giuridico, ma da sempre condannato dalla Corte Europea per l'insopportabile attesa che i cittadini italiani devono subire prima di ottenere una sentenza''.


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