Cosa resta di Schengen dopo che 50mila persone hanno varcato la frontiera in 24 ore

Cosa resta di Schengen dopo che 50mila persone hanno varcato la frontiera in 24 ore

Punto in diritto del collasso della frontiera d'Europa

1. Il prima Per capire cosa è successo il 30 luglio 2026 bisogna tornare indietro di un mese esatto. Al 29 giugno, quando il Tribunal Supremo spagnolo — Sezione Quinta della Sala de lo Contencioso-Administrativo, magistrato ponente Fernando Román — deposita la sentenza n. 814/2026. Il caso è quello di un algerino intercettato in mare il 14 novembre 2024 mentre nuotava verso Ceuta con altre due persone, immediatamente riconsegnato alle autorità marocchine senza procedimento amministrativo. La Abogacía del Estado aveva impugnato l'annullamento di quel respingimento disposto dal Tribunal Superior de Justicia de Andalucía. E perso. La questione tecnica, in apparenza, è minima: la locuzione «elementos de contención fronterizos» contenuta nella Disposición Adicional Décima della Ley de Extranjería designa soltanto ostacoli fisici — vallas, muri, barriere — o include anche il tratto di mare che separa le due coste? Il Supremo risponde che il mare non è un elemento di contenimento, perché non svolge «una funzione materiale di contención». Separa, ma non impedisce. La conseguenza è immediata e drastica: i migranti intercettati a nuoto non possono più essere respinti sommariamente. Devono essere instradati verso il procedimento ordinario di devolución, con audizione, assistenza legale, valutazione delle vulnerabilità. La sentenza — tecnicamente ineccepibile, lo si è scritto e lo si ripete — viene diffusa nelle settimane successive sui canali social marocchini. L'effetto chiamata è documentato: nei dieci giorni che precedono il 30 luglio, gli ingressi via mare a Ceuta si moltiplicano. Circa duemila persone in una settimana e mezza. Quattro corpi recuperati. La Guardia Civil è sotto pressione, ma la situazione — dicono da Madrid — è «sotto controllo». Non lo era. 

2. Il giorno La mattina del 30 luglio, tra le sei e le otto, una massa di persone che le stime ufficiose collocano tra le quaranta e le cinquantamila unità si riversa sulla frontiera di Ceuta. Non è un picco migratorio: è un assalto simultaneo e coordinato che si sviluppa su tre assi — il valico del Tarajal, il periplo a nuoto dell'espigón frontaliero, il varco diretto verso le spiagge del litorale — e che travolge i dispositivi della Guardia Civil nel giro di minuti. I video, trasmessi in tempo reale, mostrano scene che in Europa non si vedevano dalla Seconda guerra mondiale: una folla sterminata che avanza, forze dell'ordine in ritirata, la recinzione superata in decine di punti contemporaneamente. I centri di accoglienza collassano. Il CETI — concepito per ottocento posti — ne accoglie in poche ore oltre quattromila. I minori — se ne conteranno circa settemila, in larghissima parte non accompagnati, tra i tredici e i diciassette anni — dormono nei parchi, sui marciapiedi, sotto i portici. Almeno sessantasette corpi vengono recuperati dalle acque del Mediterraneo. Il presidente della città autonoma, Juan Jesús Vivas, chiede formalmente — e con il sostegno di tutte le forze politiche locali, dalla destra di Vox alla sinistra di Ceuta Ya!, passando per PP e PSOE — la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale, la chiusura della frontiera, l'intervento dell'esercito. Il governo Sánchez risponde a metà: l'esercito sì — Tercio «Duque de Alba» della Legión e Regimiento de Caballería «Montesa» n. 3 vengono mobilitati in supporto alla polizia — ma lo stato di emergenza no. La motivazione è giuridicamente lineare: l'art. 116 della Costituzione spagnola e la Ley Orgánica 4/1981 non contemplano le crisi migratorie tra i presupposti degli stati di allarme, eccezione o assedio. Ma è una linearità che sa di formalismo: l'art. 5, par. 3, del Codice frontiere Schengen riformato nel 2024 — Regolamento (UE) 2024/1717 — riconosce che un attraversamento di massa con uso della forza costituisce una minaccia qualificata alla sicurezza e all'ordine pubblico. E la Ley de Seguridad Nacional del 2015, all'art. 23, prevede la dichiarazione di «situación de interés para la Seguridad Nacional» proprio per crisi che esigono un coordinamento rinforzato. Il governo avrebbe potuto attivarla. Non l'ha fatto. Nel pomeriggio, il primo miracolo spagnolo: il Marocco riapre la frontiera dal proprio lato. O meglio: la riapre quel tanto che basta perché decine di migliaia di persone — giovani marocchini che, a quanto risulta, non avevano alcuna intenzione di restare in Spagna, ma solo di «provarci», di «vedere che effetto fa», di «esserci» — tornino indietro spontaneamente. In quarantotto ore, oltre quarantottomila persone rientrano in Marocco. Restano a Ceuta circa duemila adulti e — come detto — settemila minori. 

3. Il fronte diplomatico La notte tra il 30 e il 31 luglio cambia tutto. Perché non è più — soltanto — una crisi migratoria. È una crisi europea. L'Italia, venerdì 31 luglio in serata, notifica formalmente al Parlamento europeo, al Consiglio, alla Commissione e agli altri Stati membri la sospensione del Trattato di Schengen con la Spagna per un mese. La base giuridica è l'art. 25-bis del Regolamento (UE) 2016/399: minaccia imprevedibile per l'ordine pubblico o la sicurezza interna che esige un'azione immediata. La premier Meloni: «Pronti a sospendere Schengen, dobbiamo tutelare la sicurezza nazionale». Il ministro Tajani: «Una scelta necessaria, prevista dai trattati, resa oggi ineludibile». Sul piano formale, la decisione è inattaccabile: la notifica è stata fatta, i presupposti enunciati, la durata circoscritta. Sul piano sostanziale, presenta un paradosso che chiunque mastichi un minimo di diritto dell'Unione coglie al volo: Ceuta e Melilla non fanno parte dello spazio Schengen per quanto riguarda la libera circolazione delle persone. I viaggiatori che da Ceuta si dirigono verso la Spagna continentale sono sottoposti a controlli di polizia. Lo ha ricordato — con malcelata irritazione — il ministro degli Esteri José Manuel Albares: «Nessun migrante irregolare ha lasciato Ceuta verso la Spagna peninsulare». Se la minaccia di movimenti secondari verso l'Italia è inesistente, la sospensione di Schengen rischia di configurarsi — a voler essere brutali — come una mossa politica che utilizza uno strumento giuridico per un fine che lo strumento stesso, per come è congegnato, non può raggiungere. O meglio: per un fine che non c'è. Contemporaneamente, la Danimarca si affianca all'Italia. La premier Mette Frederiksen promuove una lettera — indirizzata ad Antonio Costa, Ursula von der Leyen e Micheál Martin — che chiede la convocazione urgente dei ministri dell'Interno dell'Unione e invita a «esaminare tutte le opzioni dopo il massiccio arrivo di migranti a Ceuta, compresa l'esclusione della Spagna dal trattato di Schengen». Ventidue Paesi membri la firmano. Tra questi: Finlandia, Austria, Svezia, Paesi Bassi, Repubblica Ceca, Polonia. Due assenze pesano: la Francia, il cui ministro dell'Interno Laurent Nuñez ha dichiarato che la sospensione di Schengen per la Spagna «non è assolutamente sul tavolo» — pur avendo rafforzato i controlli al confine franco-spagnolo — e la Spagna stessa, che non poteva firmare un testo che di fatto la accusa di non aver presidiato adeguatamente una frontiera che è, ricordiamolo, frontiera esterna dell'Unione. L'ipotesi Frederiksen di esclusione della Spagna da Schengen merita un cenno a parte. È giuridicamente inconsistente: i Trattati non prevedono alcun meccanismo di espulsione unilaterale o consensuale di uno Stato membro dallo spazio di libera circolazione. Ma il fatto stesso che un capo di governo europeo l'abbia evocata — e che ventuno suoi colleghi non l'abbiano censurata — è il sintomo di una frattura che va ben oltre la crisi contingente. 

4. La notte La replica di Sánchez arriva nella tarda serata di venerdì 31 luglio. Il tono è inusitatamente duro. In una lettera inviata ai vertici dell'Unione, il premier spagnolo definisce la reazione di alcuni Stati membri «egoista, polarizzante e illegale». E aggiunge — in un passaggio che resterà — che «la solidarietà e l'empatia sono opzionali; il rispetto dei trattati europei e dei dati, no». Poi pubblica su X i numeri di Frontex: ingressi irregolari in Europa tra il 2021 e il 2026. Attraverso l'Italia: 478.600. Attraverso i Balcani occidentali: 340.600. Attraverso la Grecia: 259.800. Attraverso la Spagna: 234.760. Il sottotesto — neppure troppo cifrato — è che chi per anni ha beneficiato della solidarietà altrui dovrebbe pensarci due volte prima di impartire lezioni. Sul piano operativo, Sánchez annuncia l'installazione di una barriera fisica in mare — una linea di boe — nei pressi dell'espigón frontaliero del Tarajal. L'obiettivo dichiarato è integrare quel presupposto degli «elementi di contenimento» la cui assenza era stata censurata dalla sentenza del Tribunal Supremo, così da ripristinare la legalità del rechazo en frontera anche in àmbito marittimo. È un escamotage normativo elegante, nella sua semplicità: se il giudice dice che il mare non è un muro, si mette un muro in mare. E il giorno dopo si ricomincia a respingere. La riunione dei ministri dell'Interno viene fissata per martedì 4 agosto. 

5. I minori C'è un dato che più di ogni altro rende la posizione spagnola meritevole — al di là delle strumentalizzazioni politiche — di una considerazione genuina. Dei circa cinquantamila ingressi del 30 luglio, almeno settemila riguardano minori non accompagnati. Adolescenti marocchini tra i tredici e i diciassette anni, partiti senza avvisare le famiglie, spesso attirati — i servizi sociali ceutí lo confermano — da video TikTok e Instagram in cui coetanei già arrivati in Spagna mostravano campi di calcio, centri commerciali, vite da influencer. Giuridicamente, la loro condizione è incomparabile a quella degli adulti. La Ley Orgánica 1/1996 de Protección Jurídica del Menor — in conformità con la Convenzione di New York del 1989 e con l'art. 24 della Carta dei diritti fondamentali dell'UE — impone la presa in carico immediata da parte dei servizi di protezione, che ne assumono la tutela. Non possono essere respinti. Non possono — salvo ipotesi eccezionalissime e previa valutazione individuale del loro interés superior — essere rimpatriati. E anche quando il rimpatrio è possibile, la Spagna deve trovare un accordo caso per caso con il Marocco, il quale — va detto — non ha alcun interesse a riaccogliere settemila ragazzi che ha appena visto andarsene. La capacità di accoglienza dei centri per minori di Ceuta — già saturi prima del 30 luglio — è stata polverizzata. Nei giorni successivi all'assalto, centinaia di minori hanno dormito all'aperto. Le immagini hanno fatto il giro del mondo, e hanno reso politicamente impraticabile — per Sánchez — qualsiasi discorso che non mettesse al centro la dimensione umanitaria della crisi. La Spagna, in buona sostanza, si trova a dover gestire da sola l'assistenza, la tutela e l'eventuale integrazione di una popolazione minorile che eccede — da sola — l'intera capacità ricettiva del sistema di protezione dell'infanzia di una città di ottantacinquemila abitanti. È un onere che nessuno Stato membro potrebbe affrontare senza un sostegno europeo massiccio. Ed è questo, probabilmente, il punto più amaro per Madrid: i ventidue che oggi le chiedono conto della tenuta della frontiera non hanno speso una parola — non una — sull'unica vera emergenza che quella frontiera ha generato. 

6. Lo Stretto: cosa può ancora accadere Fin qui la cronaca. Ma un giurista non può limitarsi a registrare i fatti: deve anticipare le conseguenze. E le conseguenze della crisi di Ceuta si giocano su tre tavoli distinti: lo Stretto di Gibilterra, il tavolo diplomatico ispano-marocchino, e il Consiglio UE del 4 agosto. Sullo Stretto, la tensione è palpabile. La decisione spagnola di installare barriere fisiche in mare — per quanto giuridicamente legittima, anzi, imposta dalla stessa sentenza del Supremo per ripristinare il rechazo — rischia di spostare la pressione migratoria verso altri punti della costa andalusa, o peggio, verso le enclave minori (Peñón de Vélez, Peñón de Alhucemas, islas Chafarinas) il cui regime giuridico è ancora più fragile di quello di Ceuta. E se la barriera di boe dovesse rivelarsi insufficiente — come è probabile, trattandosi di un espediente pensato più per il Tribunale che per il mare — il governo spagnolo si troverebbe nella paradossale situazione di aver speso capitale politico per una soluzione che non risolve il problema. Sul tavolo diplomatico ispano-marocchino, la partita è ancora più delicata. Ufficialmente, il Marocco «sta cooperando in maniera leale e permanente con la Spagna». Ufficiosamente — fonti dei sindacati di polizia SUP e Jupol — le autorità marocchine «non stanno facendo assolutamente nulla». La verità, come spesso accade, sta probabilmente nel mezzo: il Marocco ha lasciato che la pressione si sfogasse su Ceuta per ricordare a Madrid — e all'Europa — che la stabilità della frontiera ha un prezzo, e che quel prezzo va pagato. Nel 2021, il prezzo fu la svolta spagnola sul Sahara Occidentale. Quale sarà il prezzo del 2026? E soprattutto: per quanto tempo ancora l'Unione europea potrà permettersi di delegare a un'intesa bilaterale — opaca, reversibile, soggetta ai capricci della realpolitik maghrebina — il controllo di un tratto della propria frontiera esterna? La risposta arriverà — o dovrebbe arrivare — dal Consiglio del 4 agosto. Ma le premesse non sono incoraggianti. 

7. Il 4 agosto e oltre: spiragli o nuova politica migratoria? La riunione dei ministri dell'Interno di martedì prossimo sarà — con ogni probabilità — una delle più tese nella storia recente dell'Unione. E gli scenari possibili sono tre. Il primo — il più probabile, perché è quello che la Commissione, per istinto di sopravvivenza, favorirà — è il compromesso al ribasso: i ministri prenderanno atto del ripristino del controllo della frontiera da parte spagnola, ribadiranno la necessità di una «solidarietà europea», prometteranno più Frontex e più risorse, e la sospensione italiana di Schengen resterà in vigore per il mese previsto — più come trofeo politico da spendere in patria che come misura operativa — per poi decadere senza strepiti. Il secondo scenario — più conflittuale — è che il fronte dei ventidue, guidato da Italia e Danimarca, chieda formalmente alla Commissione di attivare la procedura dell'art. 29 del Regolamento 2016/399: carenze gravi e persistenti nel controllo della frontiera esterna che mettono a rischio il funzionamento globale dello spazio Schengen. Sarebbe un passo senza precedenti, e comporterebbe la raccomandazione del Consiglio a uno o più Stati membri — inclusa, potenzialmente, la stessa Spagna — di ripristinare i controlli alle frontiere interne per un periodo fino a sei mesi, rinnovabili. La Spagna si troverebbe a dover controllare le proprie frontiere con la Francia e con il Portogallo — una prospettiva che Madrid considera inaccettabile. Il terzo scenario — il più razionale ma il meno probabile, perché richiederebbe una lucidità strategica che l'Unione, sul tema migratorio, non ha mai mostrato — è che la crisi di Ceuta inneschi finalmente una riforma strutturale. Non del Patto europeo sulla migrazione e l'asilo — che pure è in fase di attuazione e che, per inciso, non prevede nulla di specifico per le enclave — ma del regime speciale di Ceuta e Melilla. Le opzioni, nella loro essenzialità, restano quelle già indicate in altra sede: piena integrazione nello spazio Schengen con rafforzamento dei dispositivi di controllo; mantenimento del regime speciale con meccanismi di risposta rapida alle crisi; ridefinizione dello status delle due città autonome attraverso modifica dei Trattati. Nessuna di queste opzioni è politicamente indolore. Ma la lezione del 30 luglio 2026 è che il regime attuale — un patchwork di norme speciali, deroghe e accordi bilaterali la cui tenuta dipende dalla buona volontà di uno Stato terzo — non è più sostenibile. 

8. Cosa resta di Schengen La domanda che dà il titolo a questo articolo non è retorica. Schengen non è mai stato soltanto un accordo sulla libera circolazione: è stato — per quasi quarant'anni — il simbolo più tangibile dell'integrazione europea, la prova che gli Stati membri potevano fidarsi l'uno dell'altro, che la sovranità condivisa non era un ossimoro. Ogni volta che uno Stato membro ripristina i controlli alle frontiere interne — e negli ultimi anni è successo spesso, dall'Austria alla Danimarca, dalla Germania alla Svezia, dalla Francia all'Italia — quel patto di fiducia si incrina. Quando il ripristino avviene sulla base di una minaccia che — come nel caso italiano — è, allo stato, puramente ipotetica, il patto si incrina due volte: perché si usa uno strumento di extrema ratio per scopi che con l'extrema ratio hanno poco a che fare. La crisi di Ceuta ha messo a nudo tre verità scomode. La prima: l'Unione non ha una politica migratoria comune, ha ventisette politiche migratorie che occasionalmente si coordinano. La seconda: la frontiera meridionale dell'Europa è presidiata da un'intesa bilaterale tra Madrid e Rabat che può essere rimessa in discussione in qualsiasi momento, e l'Unione non ha strumenti per sostituirla con un presidio proprio. La terza: quando una città di ottantacinquemila abitanti deve assorbire in poche ore un numero di ingressi pari alla metà della propria popolazione — e farsi carico, da sola, di settemila minori — l'art. 80 TFUE, che sancisce il principio di solidarietà ed equa ripartizione della responsabilità, si rivela per quello che è: una dichiarazione d'intenti senza meccanismi attuativi all'altezza delle emergenze reali. Il 4 agosto, i ministri dell'Interno avranno davanti una scelta. Possono limitarsi a prendere atto dell'accaduto, scambiarsi rassicurazioni di maniera, e rinviare tutto a data da destinarsi. Oppure possono iniziare — con umiltà e con realismo — a costruire quella politica migratoria comune che l'Europa aspetta dal 1999, quando il Consiglio di Tampere la mise nero su bianco e poi, nei ventisette anni successivi, fece di tutto per non realizzarla. La prima opzione è la più probabile. La seconda è l'unica che possa impedire che il prossimo 30 luglio — dovunque e comunque si verifichi — trovi l'Europa impreparata come questa volta.

Avv. Erik Stefano Carlo Bodda Foro di Torino – già Abogado del Ilustre Colegio de Madrid



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