Una piazza si sgombera, un futuro no
Avv. Roberto Cataldi |

Una piazza si sgombera, un futuro no

I ragazzi in piazza contro il caro vita e una risposta penale senza risposta sociale

Nella notte tra il 18 e il 19 ottobre, davanti alla questura di Milano, molti genitori aspettavano notizie dei figli fermati durante gli scontri. Figli di quindici, sedici anni.

Partiamo da lì, e da ciò che non si discute. Chi devasta una vetrina, chi saccheggia un negozio, chi colpisce un agente commette un reato e deve risponderne. Senza "ma". Nessuna rabbia giustifica la violenza, nessuna causa rende innocente una sassaiola.

Detto questo, dobbiamo avere il coraggio di guardare il resto. Perché il resto riguarda migliaia di ragazzi che una vetrina non l'hanno mai toccata.

Da due settimane, ogni sabato, riempiono le piazze italiane. Non hanno un leader, non hanno una sede, non hanno una tessera. Si danno appuntamento sui social e scrivono di essere giovani che hanno deciso di "smettere di aspettare". Aspettare cosa? Un affitto che uno stipendio d'ingresso possa pagare. Una bolletta che non faccia paura. Un pieno di carburante che non costi mezza giornata di lavoro. Un futuro che non sia soltanto un'ipoteca firmata da altri.

Sabato 24 ottobre le persone identificate sono state quasi cinquemila, quelle fermate 371, e 110 di loro erano minorenni. A Milano, la settimana prima, i minori arrestati erano stati trentacinque. Non è un bollettino di ordine pubblico. È il ritratto di una generazione.

E la risposta qual è stata? Un nuovo decreto sicurezza, l'ennesimo, in vigore dal 23 ottobre. Nuovi reati e pene più severe, fino a dodici anni di carcere per chi organizza gruppi violenti attraverso chat e social. Minorenni trattenuti in questura fino a dodici ore, anche fuori dai cortei. Multe ai genitori. E soprattutto una regola nuova: dai quattordici anni la capacità di intendere e di volere, che finora il giudice doveva accertare caso per caso, d'ora in poi si presume.

Si può discutere ogni singola norma, e ci sarà modo di farlo quando il Parlamento sarà chiamato a convertire il decreto. Ma il punto è un altro. Abbiamo dato una risposta penale senza dare una risposta sociale. Alla violenza si risponde con il codice, ed è giusto. Alla domanda che quei ragazzi portano in piazza, invece, nessuno ha ancora risposto. Una piazza si può sgomberare. Un futuro no.

Agli avvocati che leggono non serve ricordare cosa dice l'articolo 13 della Costituzione: la libertà personale è inviolabile, e può essere limitata solo con atto motivato dell'autorità giudiziaria, salvo casi eccezionali di necessità e urgenza indicati tassativamente dalla legge. Tassativamente. Una parola che i Costituenti non hanno scelto per caso. Trattenere in questura chi non ha ancora commesso nulla, sulla base di un giudizio di pericolosità, magari un sedicenne in mezzo alla folla del sabato sera, mette alla prova quella parola come poche altre norme degli ultimi anni.

E c'è un'altra parola che il decreto mette in discussione: persona. Il processo minorile è nato per guardare il ragazzo prima del reato, per capire chi è prima di decidere cosa merita. Presumere che un quattordicenne sia capace di intendere e di volere, salvo prova contraria, significa spostare lo sguardo dalla persona al fatto.

Poi ci sono i fatti. Dopo gli scontri di Milano una rete di associazioni ha raccolto segnalazioni di ragazzi, molti minorenni, tenuti per ore in questura senza che i genitori ne fossero informati. Genitori come quelli che, quella notte, aspettavano davanti alla questura. Andranno verificate una per una, ma se fossero vere il problema non sarebbe più l'ordine pubblico. Sarebbe lo Stato di diritto.

A chi avvocato non è, invece, vorrei dire una cosa più semplice. Un ragazzo di sedici anni che oggi finisce in questura può trovarsi domani con un processo, una condanna, un'etichetta che gli resterà addosso per anni. Lo ha scritto qualcuno in una delle loro chat, con parole che nessun giurista saprebbe migliorare: chiedono un futuro e se lo rovinano con la fedina penale sporca a diciotto anni. Se alla piazza rispondiamo solo con il codice, trasformiamo la rabbia di un pomeriggio nel destino di una vita.

La Costituzione, del resto, non ha soltanto l'articolo 13. Ha l'articolo 3, che chiede alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano la libertà e l'eguaglianza dei cittadini. Ha l'articolo 31, che impegna la Repubblica a proteggere la gioventù, cioè proprio quei ragazzi. Ha l'articolo 36, che garantisce a chi lavora una retribuzione sufficiente a un'esistenza libera e dignitosa. Sono norme anche queste. Per i nuovi reati, la straordinaria necessità e urgenza si è trovata in pochi giorni. Per queste, nessuno l'ha mai cercata.

Nel loro manifesto c'è una frase che dovrebbe toglierci il sonno: "Non ci rappresenta nessuno". Non un partito, non un sindacato, non un'istituzione. La si può liquidare come ingenuità giovanile. Oppure chiederci tutti, a cominciare da chi, come me, siede in Parlamento, e da chi amministra, quando e perché abbiamo smesso di essere credibili ai loro occhi.

Una generazione che non crede più nella politica non smette di fare politica. La fa in piazza. Senza mediazioni, senza regole, a volte senza freni.

Possiamo moltiplicare i reati e le aggravanti. Possiamo riempire le strade di agenti e le aule di processi. Possiamo sgomberare ogni piazza, un sabato dopo l'altro. Ma quando l'ultimo corteo sarà finito, gli affitti saranno ancora lì, le bollette pure, e gli stipendi d'ingresso non saranno cresciuti di un euro.

Quanti altri sabati dovranno passare prima che qualcuno, oltre alla questura, decida di ascoltarli?

Avv. Roberto Cataldi. Membro della Commissione Affari Costituzionali del Senato


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