Due scene, nella stessa settimana.
La prima. Un corridoio di scuola media a Trescore Balneario. Un tredicenne con pantaloni mimetici, una maglietta con la scritta "vendetta", un coltello e uno smartphone al collo per la diretta su Telegram. Accoltella la professoressa di francese.
La seconda. Un'aula di commissione al Senato. Si discute il decreto sicurezza. Trentatré articoli. Nuovi reati, pene più severe, sanzioni ai genitori. Poco o niente per la prevenzione. Poco o niente per combattere la povertà educativa.
Le due scene si parlano. E ciò che dicono è devastante.
Il ministro dell'Istruzione, informato dell'accoltellamento, non ha chiesto dove fossero i servizi di neuropsichiatria infantile, gli assistenti sociali, la rete che avrebbe dovuto intercettare quel ragazzo. Ha chiesto l'approvazione rapida delle norme repressive del decreto. Dimenticando che quel decreto era già in vigore da un mese. E che non aveva impedito nulla.
Non ci si chiede come intervenire prima. Ci si chiede come punire dopo.
Ecco la logica che governa la sicurezza in Italia: lo Stato si ritira, il disagio esplode, la risposta è il codice penale. Mai la prevenzione. Mai la cura.
La domanda che dovremmo porci prima di tutte le altre: dove eravamo noi mentre quel ragazzo diventava quello che è diventato?
Il decreto sicurezza in esame al Senato è forse il documento più sincero prodotto da questo governo. Non perché dica la verità, ma perché rivela una scelta di campo: di fronte a un problema sociale complesso, lo Stato rinuncia a capire per poter risolvere. Preferisce limitarsi a punire.
E così siamo al terzo decreto d'urgenza in materia di sicurezza in meno di tre anni. Il primo, nel 2023. Poi il decreto Caivano, sempre nel 2023. Ora questo. Mai un disegno di legge organico. Mai un confronto parlamentare serio, che avrebbe consentito di agire su più fronti, a partire dalla prevenzione.
Si preferisce aggiungere repressione alla repressione senza verificare se la prima abbia funzionato. Si legifera al buio e nella fretta con la conseguenza di produrre provvedimenti incompleti e pieni di errori che persino il Servizio Studi del Senato e il Comitato per la Legislazione hanno dovuto evidenziare.
Il problema non sono solo gli errori tecnici e le lacune. Il sistema sanzionatorio del nostro ordinamento ha un suo equilibrio interno, costruito in decenni di elaborazione giuridica e giurisprudenziale: le pene sono graduate in funzione della gravità dei fatti. Quando si inaspriscono le sanzioni per alcuni reati senza toccare gli altri, quell'equilibrio si spezza. Reati oggettivamente più gravi finiscono per essere puniti meno di reati meno gravi. La proporzionalità non è un vezzo accademico ma un principio fondamentale nel nostro ordinamento. E questo principio rischia di saltare mettendo in crisi la coerenza dell'intero sistema.
È il risultato di quello che potremmo chiamare un panpenalismo di maniera: la tendenza a rispondere a ogni allarme sociale con un nuovo reato o un inasprimento di pena, non perché serva, ma perché comunica. Il fatto di cronaca detta l'agenda, il decreto insegue la narrazione mediatica, il codice penale si gonfia di fattispecie scritte per i titoli dei giornali più che per le aule dei tribunali.
Ma il diritto penale non è uno strumento di comunicazione politica. O meglio: quando lo diventa, smette di funzionare come diritto.
E mentre si moltiplicano i reati sulla carta, nella realtà si moltiplicano le emergenze che nessun decreto affronta.
La neuropsichiatria infantile è un'emergenza nazionale silenziosa, le carceri scoppiano al 139% di sovraffollamento, ma il decreto risponde creando nuovi reati, non nuovi servizi. Punisce i genitori con sanzioni i cui proventi non vanno ai servizi sociali ma al Ministero dell'Interno, a finanziare la macchina sanzionatoria che li ha prodotti. L'Italia spende per punire ciò che non ha voluto prevenire. Scarica tutto nel terminale della filiera, il carcere, senza investire né lì, né nel suo inizio, la scuola.
La vera insicurezza nasce dove lo Stato si ritira. Nelle periferie senza servizi. Nelle scuole senza risorse. Nei corridoi di una scuola media dove un ragazzo arriva con un coltello perché nessuno, in tredici anni, lo ha visto.
Quarant'anni di avvocatura mi hanno insegnato una cosa: il diritto penale arriva sempre troppo tardi. La vera domanda non è mai come punire, ma come evitare che si arrivi a dover punire. Questo decreto non se la pone nemmeno, quella domanda.
A Trescore Balneario, quel ragazzo ha scritto su Telegram prima di impugnare il coltello: "Ho deciso che la soluzione perfetta è prendere in mano la situazione." Ha scelto la violenza. Ma prima della sua scelta, c'è stata la nostra: la scelta di non esserci.
Avv. Roberto Cataldi








