Premesse della paternità
La paternità, in passato e anche dopo la riforma del diritto di famiglia del 1975, era intesa soprattutto come sfera giuridica nel rapporto di filiazione e principalmente per il riconoscimento di paternità. Man mano, invece, si sono andate delineando la sua multidimensionalità e la sua essenzialità nell’ambito della genitorialità, della famiglia, della comunità tutta.
Tra i tanti aspetti discussi, secondo la studiosa Ina Siviglia “[…] con l’eclissi della figura paterna viene meno la capacità del padre di dettare regole di vita e norme morali nella gradualità della crescita dei figli, come anche i diversi modi nei diversi tempi di un ingresso maturo e sereno dei giovani negli ambienti extrafamiliari come la scuola, gli amici, il tempo libero, la vita culturale, lo sport ecc. Sono compiti che vengono ignorati o mal vissuti da padri insicuri, che rendono a loro volta insicuri i figli, nei confronti dei quali a volte si reagisce con l’indifferenza o con un autoritarismo privo di fondamento e inefficace sul piano dialogico-educativo, oppure con forme di cameratismo fuori posto, anzi nocive. Si tratta di un modo facile per scaricare gli esiti della propria fragilità sulle generazioni più giovani, alle quali spesso viene ingiustamente attribuita ogni incapacità e ogni genere di insicurezza. Appare sempre più urgente un servizio di consulenza gratuito messo a disposizione dalle istituzioni per accompagnare i genitori, specialmente sulla figura del padre, perché si riapproprino del loro ruolo educativo, con canoni e principi proposti in termini appropriati al nostro tempo, con linguaggi e forme di nuova comunicazione, per aprirsi un varco anche nell’universo virtuale nel quale i nostri figli sono immersi già dalla prima infanzia. Ma in questa situazione di assenza del padre non è consigliabile alle madri di sommare i due ruoli nella loro sola persona. In altre parole, la donna non è chiamata a supplire il partner nel suo ruolo di padre. Tutt’al più alla donna deve stare a cuore che il partner riacquisti sicurezza, e assicuri in tal modo un futuro più stabile, sia nella vita coniugale, sia in relazione ai figli” (novembre 2023). La figura paterna sembra essere legata a stereotipi, per cui si è passati dal “padre padrone” al “mammo” e ora all’eclissi del padre. Il termine “eclissi” induce a riflettere sulla struttura del sistema solare con cui può essere comparata la famiglia, mentre il rapporto tra i genitori e tra genitori e figli può essere assimilato a quello tra pianeti e satelliti: ognuno ha la propria orbita, la propria atmosfera, la propria forza di gravità, risponde a delle regole (altrimenti si entra in collisione o succede altro).
Significativa la formulazione dell’art. 1 della L. 405/1975 “Istituzione dei consultori familiari” in cui si legge del servizio di “assistenza psicologica e sociale per la preparazione alla maternità ed alla paternità responsabile”, ancor più necessarie oggi. La paternità ha sempre suscitato più problemi rispetto alla maternità, per esempio in passato per il riconoscimento giuridico, oggi per il riconoscimento sociale.
Lo psicoanalista Massimo Recalcati chiarisce: “La parola che rappresenta il padre è il “no”. Il padre è il custode della legge. Il “no” rappresenta l’esistenza dell’impossibile, cioè che non tutto è possibile, che non si può fare tutto, che non tutto è dovuto. Non in maniera sadica, patibolare, ma umana e con la possibilità dell’eccezione” (nella lectio magistralis del 15 febbraio 2020 a Matera). Che sia paternità o figura paterna o ruolo paterno o codice paterno, ogni figlio e qualsiasi famiglia (con qualsiasi compagine, omogenitoriale, monogenitoriale, ricomposta…) ne hanno bisogno.
Anche nei casi di maternità surrogata o di famiglie omogenitoriali o altre configurazioni familiari, bambini e ragazzi hanno bisogno o, meglio, esigenza di “conoscere” e “credere” nella paternità (che sia divina o umana, spirituale o fisica, biologica o adottiva), hanno bisogno di credere in un’origine per affrontare e edificare la loro vita. A tale proposito è bene ricordare il diritto a conoscere le proprie origini riconosciuto ai figli adottivi (art. 28 L. 184/1983 novellata) e le teorie (o studi) della psicogenealogia, tra cui la cosiddetta “sindrome degli antenati”.
Non si devono “togliere” i papà ai bambini perché ne hanno bisogno, nel bene e nel male, e hanno innato il senso di paternità per elaborare, poi, una loro identità (si veda, tra i tanti film sul tema, “Papà per amore” o si legga il libro per l’infanzia “Bastoncino”). Se credono in Babbo Natale, figuriamoci nei loro papà!
La paternità adotta un codice differente e deve trasmettere queste differenze: anche così si esprime l’autorità (dal latino “auctor”, “colui che fa progredire”) paterna di cui si ha necessità e la cui mancanza ha portato allo smarrimento e all’esautorazione generale odierna. Il pedagogista Cesare Scurati, nel suo elenco dei diritti dell’infanzia, annoverava “il diritto all’autorità” dopo il “diritto alle radici” e altri (in “Fra presente e futuro. Analisi e riflessioni di pedagogia”, 2001). La paternità è coronamento, completamento, consolidamento della maternità. Come si ricava dal film “post-apocalittico” “The Road” (2009): “Un padre e il suo bambino camminano su strade sconnesse, piovose e deserte, morsi dal freddo, dalla fame e dalla paura. Spingono un carrello del supermercato con viveri e indumenti essenziali, verso un’introvabile costa del Sud, dove sperano di sopravvivere ai prossimi gelidi inverni. La notte è «più buia del buio e un giorno più grigio di quello passato». Gli alberi cadono, gli uccelli hanno disimparato a volare. La mamma non c’è. Lei, bellissima, sensuale, affettuosa, talentuosa anche nella musica, era troppo sensibile al dolore e non riuscì a reggere quello spettacolo di rovine” (dalla recensione del bioeticista Paolo Marino Cattorini, primavera 2021).
Efficaci le parole della scrittrice Melania Gaia Mazzucco: “[…] è stato il peggior padre che si possa immaginare. Mi ha ostacolato, intralciato, ha tentato di assassinare le mie passioni e i miei sogni […]. Eppure gli devo tutto ciò che sono, e se potessi dare la vita per la sua non esiterei un istante” (dal romanzo “L’architettrice”, 2019). Il legame non è un vincolo, è qualcosa che si sente anche se non si vede e che non si deve affinché lo si veda: così la paternità, un legame molto particolare. Paternità: entrare in rapporto, stabilire un contatto con un proprio codice di comunicazione con i figli, ancor di più se si tratta di figlie. Uno degli esempi più belli di paternità nei confronti di una figlia è stato quello di Teone di Alessandria (IV sec. d. C.), filosofo e matematico greco, che tenne come allieva e, poi, come collaboratrice sua figlia Ipazia (presumibilmente rimasta senza madre).
La difficoltà del ri-conoscimento del padre è ben descritta dallo scrittore Paolo Di Paolo: “[…] un uomo che sta per diventare padre non lo riconosci da niente: nessuno gli cede il posto, nessuno gli fa largo, nessuno suppone di doverlo proteggere o compatire, […] non è così per le donne, perché, poi, da qualche parte – visibili, stupefatte, e sole, in quella devastante metamorfosi – ci sono le madri” (nel romanzo “Lontano dagli occhi”, 2019). Paternità non è solo riconoscere il figlio ma essere conosciuto e riconosciuto come padre e diventare papà. Perché ogni parola ha la sua essenza: genitori, genitore, padre, papà. Occorre riflettere sulla differenza tra paternità, figura paterna, padre e papà (o babbo), anche per il bene dei figli.
Nel gennaio 2023 è stato avviato per la promozione della paternità (ma anche con altri obiettivi, in primis la prevenzione della violenza di genere) il progetto europeo 4E-PARENT (in Italia è organizzato dall’ISS, Istituto Superiore della Sanità), sulla scia di un precedente progetto. Le quattro “E” riepilogano i presupposti del progetto: Early, per la partecipazione da subito, Equal a indicare un approccio paritario ed equo, Engaged che richiama la partecipazione attiva e Empathetic per la valenza empatica, accudente e responsiva. Le quattro “E” dovrebbero caratterizzare la genitorialità, indipendentemente dal progetto europeo, quell’accudimento già attribuito ad entrambi i genitori nell’art. 7 par. 1 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia. Il pari (che non significa uguale) accudimento che è già gestito nel mondo animale, come i casi più noti dell’ippocampo e del pinguino. La genitorialità, in particolare la paternità, richiede pazienza, prudenza, partecipazione e innanzitutto presenza; per cui le quattro “E” del progetto europeo, in italiano, potrebbero diventare quattro e più “P” per orientare la paternità e la genitorialità in generale.
Mentre la maternità si palesa con segni evidenti già nel corpo, la paternità è una potenzialità per cui il padre, più della madre, deve imparare a palesare, a manifestare, ad esercitare la sua genitorialità. Per tale ragione, in talune situazioni i padri sono più “accondiscendenti” nei confronti dei figli perché provano difficoltà simili a quelle dei figli nel loro percorso di maturazione. Un padre è capace di dare o togliere tanto: quanto dipende da lui, nel bene e nel male. Quanti grandi uomini sono diventati tali anche per reazione al padre o per azione del padre, dal poeta Giacomo Leopardi, contrastato dal padre, allo schermidore Paolo Pizzo, allenato dal padre. Non si impedisca ai padri di esercitare la paternità e i padri non siano impediti nell’esercitare la loro personale paternità. “Madre” e “padre”: lo stesso amore che “arde” con manifestazioni diverse.
Papà separati, disoccupati, allontanati, inadeguati, rifiutati, bistrattati... talvolta è proprio nell’assenza e nelle mancanze che si coglie il vero (o autentico) senso della paternità.
“Il nostro mondo ha bisogno di riscoprire la paternità: il prendersi cura dei figli senza trattenerli per sé, ma educandoli all’autonomia, perché possano spiccare il volo con gratitudine” (cit.). La paternità non è (solo) geneticità ma generatività, che occorre ogni giorno nell’aridità circostante.
Uno degli elementi più “plastici” della paternità: braccia che, in silenzio o invisibilmente, avvolgono e sostengono nel bisogno e nel sogno (braccia che evocano il rito del “tollere infantem”, presso l’antica Roma, quando il pater familias prendeva da terra il neonato come riconoscimento ufficiale dello stesso). Come il muratore, uno dei lavori più rappresentativi della paternità: mettere su la vita del figlio che, poi, se la gestisce autonomamente.
Promesse della paternità
Le relazioni familiari sono sempre state problematiche e fragili, laceranti e lacerate. Fra i vari studi, è quanto emerge dall’analisi del gesuita Gianfranco Catenazzo sulla figura biblica di Abramo: le sue tensioni e difficoltà con il padre Terach, la moglie Sara, il nipote Lot, la richiesta del sacrificio del figlio Isacco. Il suo essere “padre della fede” significa innanzitutto avere fiducia, ciò che caratterizza la paternità e ciò di cui hanno bisogno i figli, le nuove generazioni.
“Il “Rapporto SOSEF – State of Southern European Fathers”, “Padri dei Paesi dell’Europa meridionale: Spagna, Portogallo e Italia” [presentato il 18 giugno 2025] evidenzia la lentezza dell’Italia nel sostenere una paternità coinvolta e corresponsabile. Emerge anche che la stragrande maggioranza dei padri riconosce i benefici di una presenza accudente fin dai primi mille giorni: per sé, per i figli, per le partner. In gioco non c’è solo l’equilibrio familiare, ma la salute sociale di tutto il Paese. Numerosi studi dimostrano che la presenza di padri coinvolti riduce comportamenti violenti negli adolescenti, favorisce la prevenzione della violenza domestica, promuove una cultura della cura condivisa. Ma senza politiche adeguate, senza un sostegno concreto da parte dei servizi educativi e sanitari, questo cambiamento resta incompiuto. Serve una trasformazione sistemica. Serve una riforma del lavoro, della narrazione pubblica sulla genitorialità, e la creazione di reti di padri, di gruppi di pari, di comunità in grado di sostenere questa nuova paternità. Perché, come ricorda il rapporto, la politica e la cultura contano. E oggi più che mai, sono chiamate a fare la loro parte” (cit.). La sana paternità rende più sana la famiglia e la crescita dei figli. Si dia impulso e spazio alla paternità.
Massimo Recalcati ha denunciato un fenomeno diffuso oggi, la “pulsione senza legge”, in altre parole oggi si tende a fare ogni cosa, ogni scelta solo in nome dell’amore non sottoposto ad alcuna legge ma solo alla pulsione del cuore. E così si avversa ogni autorità e ogni limite. Da qui l’evaporazione della figura del padre, il cambiamento dei rapporti di coppia, la trasformazione delle famiglie, la criticità generalizzata dell’educazione (nel libro “A pugni chiusi. Psicoanalisi del mondo contemporaneo”, 2023). Urgono, invece, una presa di coscienza che l’amore ha anche una componente razionale e una ri-assunzione di responsabilità da parte degli adulti.
Autorità non è autoritarismo, regola non è rigidità, rispetto non è riverenza. Sono quei dettagli terminologici e comportamentali che fanno la differenza nel rapporto genitori-figli, come in ogni rapporto interpersonale, soprattutto se fondamentale.
Anche la psicologa Antonella Roppo afferma: “Si è passati da un estremo all’altro. Trascorsa l’epoca del padre siamo passati all’epoca del figlio, caratterizzata da un eccesso di cura, di ansia, di preoccupazione rispetto al benessere e, fondamentalmente, da una rinuncia da parte dei genitori al loro ruolo educativo, in particolare quello paterno. I bambini spesso danno comandi agli adulti, chiamati in causa in decisioni che non dovrebbero spettare loro (“Dove hai voglia di andare questo weekend?”; “Quale nome vuoi dare al tuo fratellino?”; “Preferisci mangiare davanti alla TV?”). Si cerca anche, con mille spiegazioni, di motivare le regole e i no, convinti che sia possibile far capire a un bambino di 5 anni, con razionalità, perché non può vedere soddisfatti subito i propri desideri”. I figli vanno rispettati e non posti su un piedistallo o sotto una campana di vetro, con loro bisogna avere un rapporto asimmetrico senza confusione di ruoli tra genitori e figli, altrimenti li si manda in confusione e li si può indurre a non riconoscere nessuna alterità. Come si legge nella lettera c dell’art. 29 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia occorre “inculcare al fanciullo il rispetto dei genitori, della sua identità, della sua lingua e dei suoi valori culturali”.
Le psicologhe Gabriella Gandino e Ilaria Vanni sottolineano: “Tanto meno ci si occupa della perdita perinatale, tanto più i suoi effetti sono profondi e si estendono fino a coinvolgere chiunque ne venga a contatto, innescando potenzialmente una spirale di disagio e sofferenza. Come un sasso gettato sulla superficie quieta di uno stagno, a partire dal ventre materno, gli effetti della perdita perinatale si allargano a formare cerchi concentrici, coinvolgendo la madre, il padre, la coppia genitoriale, la famiglia estesa e gli operatori della cura”. I futuri genitori dovrebbero essere consapevoli dell’eventualità della perdita perinatale e delle conseguenze non solo sulla madre ma su ogni membro della famiglia e anche dei futuri nonni. Si deve essere cauti, perciò, quando si annuncia l’arrivo di un fratellino o sorellina ai figli già esistenti per le conseguenze sia di eventi fasti sia nefasti. Gli esperti di psicologia perinatale invitano a non trascurare gli effetti della perdita perinatale sul padre che è di per sé la figura più “trascurata” durante la gravidanza e il puerperio. L’art. 24 lettera f della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia prevede: “[…] sviluppare la medicina preventiva, l’educazione dei genitori e l’informazione ed i servizi in materia di pianificazione familiare”.
“Madri”, “padri”, “ladri”: quello che possono diventare i genitori che non esercitano una sana genitorialità. In alcune famiglie ci sono la pornograficazione (mettersi in posa continuamente per foto, pubblicazione di ogni momento di vita familiare), forme di amore incestuoso (da non confondere con l’incesto) e altre dinamiche non sane, come più volte “denunciato” dallo psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini.
A proposito di madri e padri, lo psicologo e psicoterapeuta Fulvio Scaparro scrive: “L’alleanza genitoriale. Un buon mediatore conosce l’importanza dei paradossi, perché nel momento in cui incontra padri e madri in guerra tra loro, contro ogni evidenza li immagina, al termine della mediazione, non più nemici ma alleati nel comune impegno genitoriale che durerà una vita intera. Separati insieme: un bell’ossimoro, un bel paradosso, difficile da realizzare, ma qualche volta ci siamo riusciti”. Alleanza genitoriale è quell’equilibrio tra i genitori che occorre in ogni momento e non solo in caso di separazione/divorzio: non è omologazione né sovrapposizione di ruoli né maternalizzazione ma collaborazione (nel senso letterale della parola) mettendo a disposizione e a frutto le proprie differenze.
È in crescita la giurisprudenza, anche di legittimità, che valorizza la paternità (che, comunque, è un diritto del bambino e non degli adulti) e supera il cosiddetto principio della maternal preference, a cominciare dalla storica ordinanza della Cassazione civile sez. I n. 9764 dell’8 aprile 2019 che affermava la “parità” o “pari dignità” tra padre e madre e “scardinava” la figura del “genitore visitatore”. Tra i provvedimenti più recenti, rilevante l’ordinanza della Cassazione civile sez. I 17 marzo 2026 n. 6078 che ha disposto il collocamento paritario dei figli minori d’età in conformità all’art. 337 ter cod. civ. e ai principi della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, tra cui l’art. 18 par. 1 che prevede che “entrambi i genitori hanno comuni responsabilità in ordine all’allevamento ed allo sviluppo del bambino”.
Anche la seconda parte dell’art. 18 par. 1 è significativa: “Nell’assolvimento del loro compito essi [i genitori] debbono venire innanzitutto guidati dall’interesse superiore del fanciullo”. La paternità “passa” attraverso la maternità sin dal concepimento. Studi scientifici hanno verificato che l’ovulo “comunica” in qualche modo con gli spermatozoi e li seleziona. Così come questa “selezione” continua anche dopo la nascita del figlio ed è anche prevista normativamente, come nel caso dell’azione di disconoscimento della paternità da parte della madre (art. 244 cod. civ.) o dell’esclusività della decisione dell’interruzione della gravidanza (legge 194/1978), ma la figura materna non deve abusare di questa sua posizione o predisposizione a discapito della figura paterna sino a far ipotizzare e denunciare casi di sindrome da alienazione parentale (PAS), la cui scientificità è ancora discussa (si pensi altresì ai fatti di cronaca nera familiare, dai due neoanti sepolti in giardino alla tragedia di Catanzaro, casi nefasti in cui ci si interroga successivamente invano sul ruolo e sull’assenza/presenza del padre). Bisogna sì evitare la c.d. maternal preference ma non si deve neppure sostenere la paternità a tutti i costi, anche nei casi di padri violenti o con altri precedenti, programmando incontri con il figlio in “luoghi neutri” (o spazi neutri) o comunque incontri protetti pur di garantire la paternità e il principio di bigenitorialità; non si dimentichino il triste caso del bambino di 8 anni ucciso dal padre, in Italia nel 2009, durante un incontro protetto, e la sentenza emessa dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) il 10 novembre 2022 contro l’Italia, relativa a un padre violento cui erano stati consentiti per circa tre anni incontri non protetti con i due figli minori. Nell’art. 9 par. 3 della Convenzione Internazionale si legge pure di rispettare “il diritto del fanciullo separato da entrambi i genitori o da uno di essi di mantenere relazioni personali e contatti diretti con entrambi i genitori, salvo quando ciò sia contrario all’interesse superiore del fanciullo”. L’interesse superiore del fanciullo (“the best interest”) è da valutare nel concreto e dando ascolto al fanciullo nei modi appropriati (art. 12 par. 2 Convenzione). Di tutto ciò ha cercato di tener conto la Riforma Cartabia (d. lgs. 150/2022).
La formatrice Silvia Iaccarino suggerisce di cominciare e costruire l’alleanza genitoriale e il rapporto con il figlio da subito: “La voce dei genitori accompagna e culla il piccolo sin dal concepimento. I neonati arrivano al mondo con un udito finissimo, già allenato nell’utero materno. Prima di nascere, ascoltano e riconoscono le voci che li circondano: la voce della madre è un “luogo”, un suono abitato. Quella del padre è un riferimento nuovo, forte, coinvolgente. Dopo la nascita, il canto è una necessità relazionale, perché rafforza l’attaccamento, favorisce la regolazione emotiva e crea sintonizzazione profonda tra il bimbo e i genitori. Il materiale sonoro va a formare un “involucro sonoro” che accompagna la crescita del bambino nel primo anno di vita: un’eco d’amore che diventa base sicura per il mondo”. I genitori devono parlare di più con e ai bambini, sin dal concepimento, e non dare precocemente in mano device o altri congegni e recuperare addirittura le ninne nanne. Ne va della salute dei figli, in particolare quella mentale, ed è questa una responsabilità prioritaria dei genitori, come si ricava pure da varie indicazioni normative della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia.
La paternità non è e non sia una palla al piede o un palliativo per i propri irrisolti o, in tarda età, garantirsi un erede. Non è superare il test di paternità ma essere teste di paternità, è passare dalla forza di padre all’amore di papà.
Un bimbo si strofina affettuosamente al viso barbuto del papà: una bella immagine di vita come, tenera e ispida, è la paternità, la vita stessa.

