Oggi, per la banca centrale europea (BCE) il signoraggio è “il reddito ottenuto dalle banche centrali nazionali nell'esercizio delle funzioni di politica monetaria del SEBC” (art, 32 dello Statuto). Tale descrizione è in realtà fuorviante in quanto ne sposta i termini concettuali, lasciando intendere che si tratterebbe del ricavo di un servizio. Mentre così non è. Non c'è nessun servizio, ma al contrario un potere usurpato.
Nel linguaggio comune si definisce signoraggio la differenza tra il valore facciale del mezzo monetario ed il costo per produrlo.
Questa differenza diventa un profitto se chi “batte moneta” è un privato.
Non lo è se a ciò provvede lo Stato. Un tempo, la quantità massima delle banconote che potevano essere messe in circolazione era limitata al valore della riserva aurea posseduta. Sui biglietti era scritto: ”pagabile a vista al portatore”, con ciò intendendosi che questi poteva chiederne il controvalore in oro alla autorità che aveva stampato la cartamoneta.
Questa limitazione alla stampa dei biglietti venne però superata già ai tempi della prima guerra mondiale.
Con il passaggio dalle monete di metallo pregiato alla moneta cartacea, si rese molto più agevole creare valore monetario, e ciò scatenò appetiti sfrenati.
I banchieri fecero a gara per ottenere il privilegio di battere moneta. E, come sappiamo, l'ottennero in gran numero. A metà dell'800, in Italia, emetteva banconote anche una associazione massonica; il “Comitato dell'Amor fraterno”, con sede a Torino,
In pratica, il signoraggio si traduce semplicemente nella potestà di battere moneta.
Si tratta di una attribuzione connaturata al potere statale, cioè alla sovranità (attribzione propria della collettività) e risponde all'interesse essenziale di questa di disporre di uno strumento di pagamento, che consenta il funzionamento degli scambi. Garantito nella funzione e nel valore.
E' bene avere chiaro che un pezzo di carta stampato assume la valenza di mezzo di pagamento, cioè di danaro, in base al consenso, alla accettazione della comunità. Questa accettazione da parte dei cittadini costituisce una convenzione, in base alla quale a quel pezzo di carta è assegnato il valore su di esso indicato.
Si pensi al caso dell'operaio che, in cambio del suo lavoro (bene reale), riceve cartamoneta (bene convenzionale). Sotto certi aspetti, l'insieme delle banconote di un Paese potrebbe dirsi l'espressione monetaria del valore dei beni che vi si trovano.
In queste condizioni, il “trasferimento” della potestà di battere moneta ad un ente privato, (fenomeno del tutto ignoto all'esperienza vissuta dalla società umana nel corso della sua storia), assume contorni del tutto sconcertanti.
E' inevitabile chiedersi perchè le istituzioni nazionali, il cui compito primario (e dovere specifico) è la tutela degli interessi della popolazione, abbiano potuto compiere un atto che va direttamente contro questi interessi.
Questa incredibile deformazione venne realizzata in primis nel 1694 quando venne creata la Banca d'Inghilterra: la prima banca centrale al mondo.
Ne stigmatizza esemplarmente la costituzione il filosofo Carl Marx (Capitale, Roma, 1974 pag. 817: “la banca d'Inghilterra venne autorizzata dal Parlamento a battere moneta...con questa moneta la banca faceva prestiti allo Stato e pagava per suo conto gli interessi del debito pubblico. Non bastava però che la banca desse con una mano per aver in restituzione di più con l'altra ma, proprio mentre riceveva, rimaneva creditrice perpetua della nazione fino all'ultimo centesimo che aveva dato. In Inghilterra, proprio mentre si smetteva di bruciare le streghe, si cominciò ad impiccare i falsari. Gli scritti dell'epoca, ad esempio di Bollingbroke mostrano che effetto facesse sui contemporanei l'improvviso emergere di questa genia di bancocrati...”
La creazione in quello che, all'epoca, era il centro economico-finanziario più importante del pianeta, di una realtà nuova, gli strumenti finanziari, che consentivano potenzialità di grandi e facili guadagni speculativi senza la fatica del lavoro, generò una nuova schiatta di parassiti, intenti ad arricchirsi con il denaro altrui.
Banchieri, finanzieri, rentiers, mediatori, operatori di borsa, si moltiplicarono e ritennero subito opportuno e conveniente organizzarsi in camarille, più o meno segrete per mantenere riservati i loro trucchi agli occhi dei gabbati, evitando così situazioni conflittuali e istituzionalizzando legami che garantissero la monoliticità della combriccola.
La massoneria, con i suoi riti e la sua segretezza, costituì il loro ideale momento di aggregazione. Il sovrano inglese ne fu subito il capo e risultò pertanto più agevole compiere il “sacrilegio” di trasferire ad un loro ente privato il potere di battere moneta.
Partecipando al progetto per un evidente interesse personale, il re operò non più come gestore degli interessi della collettività, ma come semplice privato, tradendo la fiducia dei suoi sudditi.
Il lieto sovrano aveva fatto l'ovvia scoperta che stampare moneta per conto proprio e della combriccola era molto più redditizio che farlo per conto della nazione.
La brillante trovata si diffuse subito tra le famiglie regnanti e la privatizzazione monetaria si diffuse immediatamente anche in diversi altri Stati, senza troppi scrupoli per l'interesse pubblico così calpestato.
Nel corso dell'ultima guerra i Savoia, vedendo profilarsi la sconfitta, pur violando rigide norme, esportarono grossi capitali proprio in Inghilterra, dai loro confratelli. Confortarono in tal modo l'economia del nemico. Tale da loro stessi indicato ai soldati italiani mandati però a combattere senza scarpe e con armi della prima guerra mondiale.
Perchè abbiamo parlato in modo specifico della potestà di battere moneta come di una attribuzione della sovranità della quale è illegittima la privatizzazione? (G. ACCAME, La destra sociale, Roma, 1996).
Occorre ribadire che battere moneta è attribuzione connaturata alla sovranità pubblica (che, come sappiamo, appartiene al popolo). E' assiomatico che la sovranità, proprio perchè tale, non è cedibile (e tanto meno, poi, come nel caso, con una legge ordinaria...).
Inoltre, è ovvio che non rientra assiomaticamente fra i poteri dei delegati dal popolo, disporre della sovranità del mandante.
La cessione dunque del signoraggio ad un ente privato costituisce un grossolano abuso di potere che determina la catastrofica conseguenza del servaggio dei cittadini.
Sul piano concreto, ricordiamo che questo trasferimento comporta innanzitutto per i cittadini stessi un gigantesco onere, che si traduce in un pesantissimo prelievo di risorse dalle loro tasche (risorse che, abbiamo detto, a loro appartengono dal momento che, accettando la cartamoneta, le hanno attribuito il valore suo proprio.
Inoltre, come abbiamo già posto in rilievo, la concessione ad un privato della potestà monetaria, comporta affidargli un potere pubblico enorme: ovvero la conduzione e direzione della economia del Paese interessato. Sarebbe come se una famiglia affidasse ad un terzo il suo patrimonio perchè decida come impiegarlo e utilizzarlo.
Purtuttavia a questo palesemente illecito passo si è arrivati anche in Italia con il R.D. n. 812 del 1926. Legittimo chiedersi chi all'epoca abbia incassato il danaro di Giuda. Risposta peraltro agevole.
Con la privatizzazione della sovranità monetaria, l'ente che stampa le banconote, ovvero la c.d. banca centrale, non opera come semplice tipografia al servizio dei cittadini bensì come titolare e proprietario della cartamoneta stampata (il cui quantitativo addirittura essa stessa decide e determina).
Con la creazione di questo particolare ente, lo Stato si è di fatto autopunito perchè, quando ha bisogno di soldi, deve chiederli alla banca e questa, se vuole, glieli presta e, trattandosi di un bene di sua proprietà, gli chiede come contropartita un interesse.
La collettività nazionale viene in pratica tradita. Lo Stato, non solo deve restituire il capitale ricevuto, ma deve anche pagare i relativi interessi. Al tasso deciso dalla stessa banca centrale (cioè dal creditore!) (per approfondimenti, v.: TARQUINI, La moneta e l'usura. La Costituzione tradita, Napoli, 2001).
Naturalmente, qui parliamo di Stato, ma chi è materialmente debitore è il popolo italiano che, allo scopo, è gravato da pesanti imposte.
Nel Medioevo, il signorotto imponeva l'obolo ai sudditi per fare qualche guerra o gratificarsi con qualche palazzotto. Se non bastava l'obolo, stipulava idonei prestiti bancari, che poi venivano pagati dai sudditi. Questa usuale prassi ha acceso le brame dei banchieri stessi che hanno ideato il loro audace colpo di mano. Poichè i prestiti di guerra erano sempre consistenti e lucrosi era evidente che lo sarebbero stati assai di più se i prestiti da occasionali fossero diventati istituzionali. Soprattutto passando dalle monete di metallo pregiato alla cartamoneta.
In pratica, oggi, per il privato, il vantaggio di “battere moneta” è massimo. Equivale a quello del falsario.
Mentre peraltro quest'ultimo rischia la prigione, i banchieri centrali sono ricolmati di onori. Maurice Allais, premio Nobel per l'economia nel 1988, è al riguardo molto chiaro: “Par essence, la creation monetaire ex nihilo que pratiquent les banques est semblable, je n'hesite pas a le dire pour que les gens comprennent bien ce qui est en jeu ici, a la fabrication de monnaie par des faux monnayeurs, si justement reprimèe par la loi”.
Se l'imperatore Augusto, o chi per esso, voleva una flotta di triremi, con i metalli pregiati estratti dalle miniere dell'impero coniava i sesterzi sufficienti alla bisogna. E i cives romani potevano tranquillamente andare a godersi gli spettacoli al Colosseo senza temere rivalse fiscali.
Oggi invece, se lo Stato ha bisogno di capitali per fare un ponte, deve chiederli in prestito alla banca ed i contribuenti devono accollarsi nuove imposte per l'ammontare corrispondente.
E' stata posta in atto una sconcertante inversione dei ruoli. Lo Stato, come un qualsiasi privato deve chiedere ad un ente privato, trasformato in sovrano monetario, quella che sarebbe la “sua” cartamoneta. Anche se i due soggetti non possono essere posti sullo stesso piano. Lo Stato rappresenta la comunità nazionale, di cui gestisce la sovranità, mentre l'altro è un semplice membro di quella.
Per disporre del denaro che gli occorre per funzionare, lo Stato deve chiedere alla banca centrale (solo però entro certi limiti...), oppure deve vendere direttamente ai cittadini dei titoli di credito, i Buoni del Tesoro, con i quali si impegna a pagare un certo interesse (il cui ammontare è stabilito dai banchieri, come ai tempi delle Crociate).
La prima porzione riceve, come contropartita, della cartamoneta prodotta dalla banca centrale a costo insignificante, certo inferiore a quello che dovrebbe sostenere un vero falsario (la produzione artigianale è sempre più onerosa di quella industriale).
La seconda, invece, ha come contraccambio delle banconote che sono il frutto del lavoro dei cittadini.
Questi ultimi dovranno anche provvedere, sempre con il loro lavoro e pagando le imposte, a fornire allo Stato i mezzi monetari per restituire al sistema bancario la porzione di cartamoneta che questo ha prestato allo Stato.
Consegue comunque in entrambi i casi che le banche, emettendo moneta, acquistano a costo zero dai cittadini un valore corrispondente in beni e risorse reali, da costoro prodotti.
Il cliente che entra in una banca e chiede un mutuo, in quel momento ne diventa il finanziatore.
Le rate di rimborso del capitale, più gli interessi, saranno utilizzate dalla banca per altri lucrosi mutui, moltiplicando così il danaro praticamente senza fine.
Quando una banca consegna per un mutuo a Tizio del danaro ricevuto da altri mutuatari è come se Tizio prendesse a prestito il danaro dal suo vicino (v,: TOM SCHAUF, The american voter Vs the banking system, New York, 2002, nonché: N.COHN, The pursuit of the Millennium, Londra, 1957).
Le banconote che le banche ordinarie ricevono dalla loro longa manus banca centrale, sono occasione e fonte di altra moneta per effetto del moltiplicatore (come nell'esempio del mutuo).
Le banche ordinarie, perciò, creano nuova moneta, totalmente senza costi, doppiamente lucrando sul lavoro dei cittadini.
Nell'esempio di cui sopra, se lo Stato odierno facesse come l'imperatore Augusto, e cioè stampasse direttamente i biglietti occorrenti, il ponte verrebbe costruito senza alcun onere per i cittadini.
Inoltre, se lo Stato, come sarebbe ovvio ed anche suo naturale dovere, esercitasse la sua sovranità monetaria ed emettesse biglietti di Stato anziché chiedere in prestito le banconote alla banca centrale, non esisterebbe il debito pubblico.
Ed ai cittadini verrebbe risparmiato il conseguente pesante onere. Non solo: la imposizione fiscale potrebbe essere enormemente ridotta (se non cancellata del tutto). Le opere pubbliche potrebbero essere moltiplicate, la crescita verrebbe favorita e la disoccupazione praticamente scomparire. Inoltre, il danaro creato dallo Stato porrebbe sullo stesso piano il privato cittadino e le banche,
In dipendenza del trasferimento ai finanzieri della sovranità monetaria, oggi i cittadini, pagando le imposte, “restituiscono” alla banca centrale il mutuo che questa ha concesso allo Stato, creando valore dal nulla, come i maghi delle fiabe.
La Costituzione Usa cita espressamente la sovranità monetaria e la riserva formalmente al Congresso.
Ma è una dichiarazione del tutto vuota. In aperta violazione di questa attribuzione, infatti, nel 1913 venne creata una banca centrale sul modello inglese e si aprì l'era della Federal Reserve Bank, dell'IRS (la tassa sul reddito) e del TUS (il tasso ufficiale di sconto) con il quale i banchieri stabiliscono quanto costerà ai cittadini il danaro che hanno creato a costo zero.
Negli Usa è stato calcolato (da Bob Dole, membro del Congresso) che circa il 50% del prelievo fiscale è destinato alle banche in contropartita della cartamoneta data in prestito allo Stato.
Pertanto, se si eliminasse questo compenso monetario improprio, il cittadino potrebbe disporre dello stesso reddito lavorando la metà (ovvero tante mogli non sarebbero costrette a lavorare).
Abramo Lincoln, come già prima di lui Andrew Jackson, utilizzando il potere attribuitogli dalla Costituzione, stampò oltre 400 milioni di dollari di Stato, per finanziare la guerra civile in corso, senza imporre debito né interessi a carico dei cittadini.
Sganciandosi dal letale legame con i finanzieri, anche J.F. Kennedy stampò dollari di Stato per rilanciare l'economia. Purtroppo scomparve prematuramente. E non mancano voci che ne addebitano l'assassinio (al pari di quello di Lincoln) alla cricca dei banchieri.
Con la cessione illegittima della sovranità monetaria si è creata una situazione analoga a quella del ladro che ruba un'auto, la vende per 1000 dollari e poi presta questi soldi allo stesso proprietario, dietro interesse.
Il cittadino che chiede un mutuo ad una banca per comprare una casa, ottiene un bene (il danaro) che alla banca non è costato nulla, ma che costringerà lui e la sua famiglia a lavorare una vita per restituirlo.
Ogni biglietto stampato dalla banca centrale significa un debito di eguale importo a carico della collettività.
Ma è necessaria qualche puntualizzazione onde aver ben chiara la situazione reale.
Il vero destinatario del privilegio di “battere moneta” non è la banca centrale cui viene attribuito, bensì il sistema bancario-finanziario nel suo complesso che, dietro il paravento della banca centrale, è messo in grado di gestire e lucrare la ricchezza del Paese, mediante i pezzi di carta che questa stampa a costo quasi zero.
Non a caso un certo Amschel Rothshild, noto finanziere (e cofondatore della famigerata setta degli “illuminati”), già nel 1773 affermava disinvoltamente: “mi si consenta di emettere e controllare la moneta di una nazione e non mi preoccuperò affatto di chi emana le leggi”. Chi ha in mano l'economia di un Paese ne detiene il potere dominante.
Anche lo scopo della autonomia concessa alla banca centrale (e principale pilastro della sovranità monetaria attribuitale) è quello di assicurare indipendenza (ed ampia discrezionalità) a tutto il sistema bancario.
Se non ci fosse la banca centrale a “dirigere” (in realtà accade il contrario) l'insieme delle banche, queste dovrebbero dipendere dallo Stato e dalle sue direttive. E l'arbitrio totale di cui dispongono (soprattutto nella manovra e nella concessione del credito, per non parlare del collocamento dei titoli azionari) scomparirebbe del tutto. Questo è il punto focale.
Gli spropositati guadagni, diretti ed indiretti, e le speculazioni colossali, spesso illecite (come da ultimo il caso Lodi/Antonveneta ha ampiamente dimostrato) che il sistema realizza con il danaro della collettività di cui liberamente dispone, sarebbero cancellati se il danaro fosse stampato dallo Stato.
Oggi, in soprappiù, il sistema bancario - finanziario gode di una deregolamentazione sorprendente.
La così detta “legge bancaria”, le leggi sulla finanza e quelle sulle assicurazioni sono nulla più che una sorta di codice di comportamento del tutto autoreferenziale, ed elaborato dagli stessi destinatari delle norme, che non provvede a tutelare in alcun modo il cittadino.
I danni per la collettività sono enormi. Gli scandali Sindona, Ambrosiano, Ferruzzi, Enron, Cirio, World Com, Morgan Chase, Merril Linch, Credit Suisse. First Boston, Citigroup, Goldman Sachs, Parmalat, Lodi-Antonveneta, per limitarci ai casi più recenti e più noti, ne sono la conseguenza. Di chi sono, se non dei risparmiatori le centinaia di miliardi scomparsi in queste occasioni?
Annullando una potestà propria della collettività e addirittura cedendola a speculatori privati, notoriamente pericolosi per quest'ultima (ricordiamo il monito di Jefferson sui pericoli di una finanza non controllata…) le istituzioni hanno tradito e continuano a tradire il mandato loro conferito dai cittadini di tutelare e proteggere gli interessi della collettività che rappresentano.
Si può senz'altro ritenere che non possa configurarsi fattispecie che meglio si attagli all'ipotesi dei reati di abuso di potere e di alto tradimento commessi dagli esponenti istituzionali.
La vicenda è di una gravità sconcertante e può protrarsi oggi soltanto grazie alla complicità dei media ed alla totale inconsapevolezza della collettività, ignara dei meccanismi monetari, sempre attentamente coperti da rigoroso riserbo.
Come diceva Henry Ford “è un bene che il popolo non comprenda il funzionamento del nostro sistema bancario e monetario perchè, se accadesse, scoppierebbe una rivoluzione prima di domani mattina”.
Ancor più deciso l'anonimo banchiere citato da Tom Schauf per il quale “se gli americani scoprissero la verità su questi segreti, impiccherebbero i banchieri per quello che hanno fatto”.
In questo contesto piuttosto kafkiano, con le istituzioni che tradiscono i loro cittadini, affiorano anche aspetti tragicomici.
La bassa manovalanza monetaria, impegnativa, costosa e non redditizia, è lasciata allo Stato.
A questo ultimo è infatti assegnato il compitino di coniare le monete divisionarie (in Italia, prima dell'euro, lo Stato stampava anche i biglietti da 500 e 1000 lire).
Ecco dunque ricomparire la sovranità monetaria dello Stato dall'ingresso di servizio poiché si tratta di una frazione minima della complessiva circolazione monetaria (non più del 5%, ammonisce e statuisce la BCE) e del tutto onerosa.
Il costo del conio di una moneta varia da 10 a 35 centesimi, mentre quello della stampa di una banconota è di circa 3 centesimi. Il conio di una monetina di una lira ne costava 50.
Lo Stato può dunque acquistare direttamente beni e servizi nella minima percentuale concessa (!) dalla banca centrale. Una sorta di mancia o lo scarico di un compito fastidioso e non redditizio?
Incidentalmente, è bene ribadire che non stiamo parlando soltanto di chi abbia il potere di battere moneta e di come esso appartenga connaturalmente allo Stato.
Qui facciamo riferimento alla funzione fondamentale propria dello Stato di gestire la collettività.
Ora, la cosiddetta “leva monetaria” (cioè la gestione della moneta) costituisce, l'abbiamo già detto e lo ripetiamo, lo strumento più importante per porre in atto una politica economica. Una attività dalla quale dipende lo sviluppo della nazione ed il benessere dei cittadini.
Questa semplice ed ovvia considerazione fornisce la dimensione del problema di cui si tratta.
Naturalmente, non sono mancati degli assai stentati sforzi per cercare di giustificare teoreticamente il disdicevolissimo trasferimento della sovranità monetaria ai privati banchieri. Si è detto che lo Stato (cioè il governo) se disponesse della sovranità monetaria potrebbe abusarne per scopi elettorali.
Ma tale argomentazione è insussistente.
Innanzitutto, gli esponenti delle istituzioni hanno una responsabilità politica verso gli elettori e le loro decisioni costituiscono il metro in base al quale i cittadini li giudicheranno.
Ed è opportuno sottolineare che questa responsabilità manca del tutto invece per i responsabili dei ben più gravi soprusi che giornalmente costoro commettono, ingannando e mistificando, scatenando guerre, assassinando liberi cittadini con l'etichetta di “terroristi”, violando i diritti umani, ecc.
Comunque, non vi è infine dubbio che, per un governo, è sicuramente meglio il condizionamento di finalità elettorali che non quello degli interessi degli speculatori privati.
Nel quadro di una urgente e radicale riforma del sistema, i cittadini dovranno dettare ai candidati da eleggere un programma politico che preveda in primo luogo l'abolizione della concessione a privati della sovranità monetaria e la cancellazione della banca centrale così come ora delineata.
Momento basilare per rifondare la società su basi democratiche e moralmente accettabili. Il potere acquisito dalla finanza nell'ambito dello Stato è la causa prima della corruzione del tessuto sociale.





