Processo civile: il tempo è la parte più forte del giudizio
Avv. Roberto Cataldi |

Processo civile: il tempo è la parte più forte del giudizio

I tempi della giustizia civile scendono più nelle statistiche che nelle aule

A fine luglio è arrivata negli uffici giudiziari italiani una lettera del Ministro della Giustizia. Obiettivi PNRR raggiunti, tempi del contenzioso civile ridotti di oltre il cinquanta per cento, traguardo europeo superato con dieci punti di margine.

Quella lettera, però, l’hanno letta anche avvocati che quella mattina stessa rinviavano un'udienza al 2028, e l’hanno letta cittadini che aspettano una sentenza dal 2021. Non è ipocrisia di nessuno. È la distanza tra un indicatore statistico e un'esistenza.

Guardiamo allora i numeri da vicino e facciamo attenzione a cosa entra nel calcolo. Perché nel calcolo, appunto, si sta parlando dei procedimenti definiti: tutti, indistintamente. Ci sono anche le sentenze, certo, ma insieme alle sentenze ci sono le conciliazioni, le cancellazioni dal ruolo, le estinzioni, le rinunce. Insomma si contano le uscite, non le decisioni.

Una causa che si chiude perché una parte non può permettersi di attendere i tempi della giustizia e alla fine si è arresa vale, nella statistica, esattamente quanto una causa definita da un giudice che ha detto quale delle parti avesse ragione.

In questo modo ogni resa migliora il dato, ma noi tutti sappiamo benissimo quanto tempo c'è da aspettare se si vuole davvero una sentenza.

Che poi ci siano dei miglioramenti complessivi sulle definizioni (non delle sentenze) nessuno lo nega. Ma non è questa l’aspettativa degli avvocati e dei loro clienti. Inoltre il miglioramento si concentra nei gradi superiori. Nel luogo dove il cittadino incontra davvero la giustizia, il tempo non si è quasi mosso, ed è esattamente ciò che vede ogni avvocato quando apre l'agenda per segnare la data della prossima udienza.

Quanto al traguardo di quest'anno, basato sui criteri che abbiamo visto, molto arriva dalla Corte di Cassazione, che ha "definito" oltre ventimila ricorsi nel solo primo semestre 2026. Ma definito come? Con sentenza? Con decreto di estinzione? Improcedibilità?

Sembra che molto sia dovuto al lavoro della sezione tributaria sull'arretrato e al filtro preliminare dei ricorsi inammissibili o manifestamente infondati affidato all'ufficio per il processo. 

Ma resta il punto: un ricorso dichiarato inammissibile abbassa il disposition time tanto quanto una sentenza che rende invece giustizia. Il sistema ha imparato a definire. Non sempre a decidere nel merito.

E qui comincia la domanda che nessun indicatore pone. Un processo lungo è lento per tutti allo stesso modo?

No. E ogni avvocato civilista lo sa, perché la domanda arriva sempre alla fine del primo colloquio, quando il cliente ha finito di raccontare i fatti e ha capito di avere ragione. Quanto ci vorrà? La risposta onesta non ha nulla a che vedere con il merito: in molti casi dipende da quanto la parte può permettersi di aspettare

Chi ha liquidità attende la sentenza. Chi non ne ha accetta la transazione. Il danneggiato che deve ricostruire un'attività, pagare un mutuo, mantenere una famiglia, firma per la metà di quanto gli spetta, e lo firma sapendo di avere ragione.

Non è una sconfitta processuale, è una resa economica. Molti colleghi sono abituati da anni ad assistere a questa scena, dal lato di chi la subisce e dal lato di chi la osserva senza poterla impedire.

Il tempo, nel processo civile, non è un disservizio neutro. È una leva negoziale, e si trasferisce automaticamente nelle mani della parte più solida. Chi deve pagare guadagna dalla lentezza, chi deve incassare la subisce. Un ordinamento che lascia durare le cause non è semplicemente inefficiente: sta redistribuendo potere contrattuale, sempre nella stessa direzione. E lo fa in silenzio, senza che nessuna norma lo dichiari. L'articolo 24 della Costituzione garantisce a tutti il diritto di agire in giudizio. Nessuno lo nega, formalmente. Ma un diritto che si può esercitare solo se si possono aspettare da tre a cinque anni per una sentenza di primo grado non è un diritto uguale per tutti: è un diritto proporzionato al conto corrente.

Ma lo Stato che cosa ha fatto, davanti a tutto questo? Non ha scelto di risolvere, ha scelto la legge Pinto. Un Paese che ha messo a bilancio il costo della propria lentezza e lo ha trasformato in una voce di spesa ordinaria. 

Il progetto "PintoPaga" ha impresso un'accelerazione reale ma resta il rovescio, che ai lettori di questa rivista non sfuggirà: per accedere a quel pagamento occorre caricare sulla piattaforma SIAMM le istanze relative ai decreti depositati fino al 31 dicembre 2022 e non ancora liquidati, entro il 30 ottobre 2026, a pena di decadenza dal credito. 

Chi ha atteso anni un indennizzo per il ritardo dello Stato perde tutto se non rispetta un termine dello Stato. Il ritardatario perdonato impone la perentorietà a chi ha subito il ritardo.

Il paradosso ha una radice costituzionale precisa. L'articolo 111 stabilisce che la legge assicura la ragionevole durata del processo. Non dice che la durata irragionevole vada indennizzata: dice che va assicurata quella ragionevole. Abbiamo costruito un sistema che rispetta la Costituzione risarcendo la violazione della Costituzione. È l'unica garanzia del giusto processo la cui inosservanza viene monetizzata invece che impedita.

Allora la domanda diventa un'altra. Che cosa si può fare, concretamente, oltre a celebrare percentuali?

Qualcosa di molto meno spettacolare di una grande riforma, e per questo più praticabile. Si potrebbe semplificare davvero il processo, si può rendere la mediazione conveniente davvero. Ma soprattutto il tempo, nel processo, non si guadagna senza affrontare il presupposto che nessun indicatore risolve: quanti sono i giudici che devono reggere quel carico, e come vengono formati. Un piano pluriennale di reclutamento per raggiungere la media europea non produce comunicati stampa. Produce sentenze.

Il dimezzamento annunciato è un risultato. Ma la giustizia non si misura in punti percentuali di disposition time. Si misura in quante persone hanno potuto permettersi di aspettare.

Avv. Roberto Cataldi, componente della Commissione Affari Costituzionali del Senato
 



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