di Roberto Cataldi - Proviamo a spostare la domanda. Non se la caccia sia giusta o sbagliata, non se piaccia o crei indignazione. La domanda vera è un'altra: di chi è il bosco?
Dietro il disegno di legge 1552, ormai vicino all'approvazione del Senato, non c'è soltanto il destino di alcune specie. C'è un conflitto di diritti, e una domanda di metodo: che cosa fa una democrazia quando la scienza, l'Europa e la sua stessa Costituzione le dicono di no?
Quella che si sta per approvare non è una legge sulla caccia. È una legge sui diritti, e sul modo in cui si scrivono le leggi.
Cominciamo dai diritti di chi non ha mai imbracciato un fucile: chi cammina nei sentieri, porta i figli per i boschi, corre, pedala, va in montagna. La natura non è il recinto di una categoria: è uno spazio di tutti. Eppure il testo lo restringe: amplia luoghi e periodi in cui si spara, e toglie spazio e tempo a chi quei boschi vuole viverli in sicurezza.
Ogni stagione venatoria lascia morti e feriti alle sue spalle, e non sempre chi cade ha un fucile in mano. E il punto è proprio questo: l'attività venatoria confligge con le altre forme d'uso dei beni comuni.
Ma i diritti che cedono non finiscono qui. Per imporre la pretesa di una minoranza, questa legge piega tre regole che proteggono tutti.
La prima è la scienza. Il testo declassa il parere dell'ISPRA da vincolante a meramente consultivo, affiancandolo a quello del Comitato tecnico faunistico-venatorio, in cui siedono anche le rappresentanze venatorie.
Non è un dettaglio procedurale: è il punto in cui la conoscenza viene degradata a parere, e il parere a fastidio. Diverse società scientifiche hanno scritto alle più alte cariche dello Stato per denunciare le criticità del provvedimento. Si allarga il prelievo, in più luoghi e più a lungo, proprio mentre la biodiversità arretra. E quando una legge ha bisogno di zittire la scienza per reggersi, sta ammettendo di non avere argomenti.
La seconda è l'Europa. La Commissione ha segnalato gravi criticità del provvedimento con rischio di una procedura d'infrazione e costi che pagheremo tutti.
Quando il ministro Lollobrigida liquida i rilievi di Bruxelles come «la lettera di un burocrate», dice una cosa precisa sulla sua scala di valori. Si invoca la sovranità, e si scopre che è soltanto la libertà di ignorare il diritto che ci siamo dati.
La terza, la più alta, è la Costituzione. Dal 2022 l'articolo 9 pone tra i principi fondamentali la tutela dell'ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche per le future generazioni. È più o meno la nostra stessa domanda tradotta in termini di diritto: di chi è il bosco?
La Costituzione risponde che è di tutti, anche di chi verrà dopo di noi. Questa legge risponde che è di chi spara. Il rovesciamento è perfino lessicale: si antepone la gestione alla tutela, e si evoca la tradizione per giustificare ciò che da sola non giustifica.
Ma la tradizione, da sola, non assolve nulla. Era la tradizione che prevedeva di accecare gli uccelli da richiamo, perché il loro canto attirasse altri uccelli davanti ai fucili. Quella pratica l'abbiamo giustamente vietata. Ma ora i richiami vivi, che vengono da quella stessa tradizione, in questo testo vengono nuovamente assecondati.
La maggioranza resta sicura delle proprie scelte e non teme il giudice delle leggi. Lo teme chi conosce le leggi.
E allora: tutto questo, per chi? I cacciatori sono una minoranza ristretta del Paese. Per loro, organizzati e rumorosi, il Parlamento è pronto a spendere parecchio. La gerarchia si legge in controluce: prima i voti, poi la scienza, poi il diritto, poi la sicurezza di tutti, infine la fauna.
Contro questo testo non si è schierata una parte sola: la comunità scientifica e le associazioni, il Club Alpino Italiano, Bruxelles, e perfino la Santa Sede con il suo richiamo al dovere di rispetto e di tutela del creato. A sollevare dubbi è stata anche una voce liberale e non sospettabile come quella del Foglio. È il fronte di chiunque pensi che una legge debba avere una ragione, non solo un tornaconto.
Resta dunque la domanda che conta, e che ci riguarda tutti prima ancora della fauna. Se accettiamo che il diritto di sparare di pochi valga più della sicurezza di molti, della scienza, dell'Europa e della Costituzione, allora torniamo al punto di partenza. Di chi è il bosco? E soprattutto il diritto quanto vale? Sembra che, alla fine, anche questo stia iniziando a valere solo “fino a un certo punto”.
Avv. Roberto Cataldi - membro in carica della Commissione Affari Costituzionali al Senato
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