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La truffa storica dei Trattati europei

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di Angelo Casella
1.- All'epoca, era ripetuto dai governanti come un mantra: “dobbiamo entrare in Europa!”, quasi che ci attendessero in quel posto, le mitiche “magnifiche sorti e progressive”.

Ma, mistificatorio era sia il vocabolo “entrare” (suggerisce sempre una negatività il fatto di restare fuori….), sia quello “Europa”, che non era un luogo ideale dove “entrare”, ma un deplorevole vincolo cui sottoporre i popoli europei.

In effetti, si è trattato di pura propaganda, perché poi, in concreto, a nessun cittadino è stato chiesto se in “Europa” voleva entrare o meno. Quei quattro gatti al governo hanno fatto tutto da soli, senza consultare nessuno.

La firma del Trattato europeo, da nessuno richiesta nè autorizzata, è stata preceduta, accompagnata e sostenuta da una grandiosa enfatizzazione (diretta a isolare ed emarginare preventivamente chi sollevava perplessità), mirata sui principi di fratellanza, pace e condivisione.

Principi e valori sempre particolarmente attraenti per dei popoli che hanno condiviso secoli di storia e profonde radici culturali ma che, grazie alla follia dei governi, si sono trovati sempre coinvolti in feroci e spietate guerre reciproche.

Ma alle elevate parole, non sono corrisposti i fatti. E come in passato quei leaders hanno costretto i popoli europei a scannarsi spensieratamente, ora li hanno ingabbiati in un sistema le cui vere finalità sono agli antipodi degli ideali strombazzati.

L'unione non riguarda i popoli, ma le normative per imprigionare le popolazioni in un ghetto di disposizioni a favore del potere economico-finanziario.

La costruzione europea assume così tutti i caratteri di una gigantesca mistificazione: un gioioso quadretto, dietro il quale è operata una colossale “restaurazione conservatrice” (così, Bourdieu).

Ed infatti, ciò che, con l'”Europa” è stato in realtà realizzato, è una progressiva distruzione delle protezioni sociali – duramente conquistate dai popoli europei negli ultimi due secoli – ed una sistematica demolizione delle strutture democratiche.

Il perno su cui si basa il TCE (v. artt. 2 e 3), è l'instaurazione di “un elevato grado di competitività”, nella “osservanza del principio di una economia di mercato aperta, nella quale la concorrenza è libera“.

E non si tratta di enunciazioni astratte: se ne pretende l'applicazione concreta immediata anche in aree estremamente delicate: (art. 49) “le restrizioni alla libera fornitura dei servizi è vietata“.

Ciò significa imporre la concorrenza, ovviamente previa privatizzazione, dei servizi pubblici essenziali (salute, cultura, istruzione, trasporti, distribuzione dell'acqua, dell'elettricità, della posta, ecc.). Servizi pubblici che sono invece da considerarefondamentali in ogni collettività, sia per assicurare a tutti condizioni basiche di eguaglianza, sia perchè ne costituiscono il tessuto connettivo.

Costituisce poi il TCE un fattore di unione dei popoli europei?

Al contrario, il Trattato ha scatenato l'emersione di egoismi particolari, di intendimenti di sopraffazione, evidenziatisi sopratutto nella recente vicenda degli “aiuti” per il debito pubblico di alcuni Stati.

In Grecia e Spagna, ora, parlare bene della Germania o della Finlandia può creare addirittura problemi di lesioni personali.

L'Unione, basata sul commercio e sull'economia liberale e finanziaria, anziché sulla società, l'ambiente e la politica, ha creato un nido di serpenti nel quale i più deboli, anche a livello di Stati, inesorabilmente soccombono.

Si rilevano anche delle enormi carenze a livello dei principi democratici, che si traducono in assenza di trasparenza e di controllo delle istituzioni.

Innanzitutto, il gravissimo ed inaccettabile abbandono del principio di base della sovranità popolare.

L'Unione è il frutto dell'iniziativa di un gruppo di politicanti, al soldo dei centri di potere economico-finanziario. Hanno dato vita a istituzioni che sfuggono completamente al controllo popolare ed alla sanzione del voto.

Il Parlamento europeo – il solo organo eletto dai popoli – non ha poteri autonomi in quanto l'iniziativa delle leggi spetta alla Commissione. Può esercitare un ridicolo controllo sulla Commissione solo per quanto attiene alla conformità delle sue iniziative ai Trattati. Ma assolutamente non sul merito delle sue scelte politiche.

Ed alla Commissione, che si è rivelata essere lo strumento del mondo degli affari, pur totalmente svincolata dal mandato popolare dispone, come ora accennato, dell'iniziativa legislativa, e ciò le conferisce una posizione cardine nel funzionamento delle istituzioni.

Nel loro insieme, le istituzioni europee hanno assunto una posizionesovraordinata rispetto agli Stati.

Un esempio su tutti: in base all'art 133 del Trattato tutte le decisioni attinenti le materie direttamente o indirettamente rientranti nella competenza del WTO – ed è un'area vastissima – debbono essere prese a maggioranza anziché, come si dovrebbe, all'unanimità (se si volesse mantenere una sovranità agli Stati). Ne consegue che, in queste materie, è impossibile tener conto degli interessi nazionali, che vengono subordinati ad ipotetiche esigenze “europee”.

E così, la Commissione (non il Parlamento…) ebbe ad autorizzare la multinazionale farmaceutica statunitense Novartis (partecipe di quelBig Pharma noto per ributtanti esperimenti su poveracci in Africa per violazioni di diritti umani fondamentali) a commercializzare in Europa del mais geneticamente modificato, nonostante l'opposizione di diversi Stati membri.

La stessa Commissione ha competenza esclusiva (!!!), in luogo e vece degli Stati membri, a negoziare qualsiasi accordo commerciale a nome dell'Europa tutta.

E ciò al di fuori di qualunque vincolo o limitazione che possa essere rappresentato da questi ultimi.

Ed i Parlamenti nazionali non hanno la possibilità di opporsi o di rifiutare l'applicazione sul loro territorio delle normative così concordate.

Naturalmente, tutto ciò presupporrebbe la risoluzione di fondamentali quesiti di diritto internazionale, costituzionale e dei Trattati.

Però il problema è – ovviamente – tranquillamente ignorato.

2.- Ma, in concreto, come funzionano e con quali direttive, le istituzioni europee?

Sono classificati, ufficialmente, come ONG (!!!) dei gruppi di pressione (o lobbies se si preferisce), che operano a fianco, anzi piuttosto ad integrazione funzionale (come vedremo) delle istituzioni dell'”Europa”, con le quali mantengono costanti contatti, stretti e privilegiati.

E' il caso di chiarire che la qualificazione come ONG, consente di colorare questi organismi e le loro pretese, come “istanze della società civile“. In perfetta linea con l'impronta mistificatoria che permea tutto il sistema “Europa”.

Questi gruppi sono espressione delle maggiori imprese europee e statunitensi, delle quali rappresentano le più sfacciate pretese.

Uno dei più importanti, che oggi troviamo costantemente nei meccanismi funzionali della Commissione europea, è l' ERT (European Round Table).

Con i suoi elaborati, ha gettato le basi del famigerato Trattato di Maastricht, ha fatto introdurre, nel '93, l'oscena legislazione sulla flessibilità del “mercato del lavoro”, ha proposto lo smantellamento dell'istruzione pubblica, per sostituirlo gradualmente con un sistema privato esclusivo che garantisca un luogo di eccellenza e di primato delle competenze sul sapere (da riservare a determinate classi sociali), ha “suggerito” la riforma delle pensioni (che il mandatario Monti ha provveduto subito a imporre agli italiani).

Questa ONG, di elevato interesse sociale (…), è stata associata ufficialmente al Gruppo Consultivo sulla Competitività, istituito dagli organi europei nel 1995 con la funzione di redigere le scalette di lavoro dei Summit europei. I contenuti di questi piani di lavoro sono, direi ovviamente date le provenienze, selvaggiamente neoliberali (estensione massima della deregolamentazione, riforma restrittiva delle leggi sociali, liberalizzazioni, abolizione delle pensioni, della sanità pubblica, dello sciopero, ecc.).

Un altro eminente gruppetto di sovversivi è l'UNICE (Union of Industrials and Employers Confederation of Europe). A questo pensatoio si deve, tra l'altro, il progetto delle norme europeee che hanno stabilito la competenza esclusiva della Commissione nelle negoziazioni commerciali internazionali.

Ma il nostro pur incompleto elenco non può trascurare l'ESF (European Service Forum), i cui rappresentanti erano presenti nella delegazione ufficiale dell'Unione europea al Summit mondiale di Seattle.

Questa rimarchevole brigata raggruppa cinquanta multinazionali,molte delle quali non sono europee (IBM, Microsoft, ecc.).

Le pretese dell'ESF (deregolamentazioni, privatizzazioni, restrizioni nel diritto del lavoro, limitazioni al potere legislativo e regolamentare degli Stati, controlli approfonditi sulla effettiva esecuzione degli Stati delle direttive per la privatizzazione dei servizi, ecc.), risultano essere state trasferite, tali e quali, nelle decisioni della Commissione.

Pur nei limiti della presente nota, non possiamo trascurare il TABD (Trans Atlantic Business Dialogue) che raggruppa i managers dellecentocinquanta maggiori aziende americane ed europee.

Non deve sorprendere, incidentalmente, questa continua presenza della imprenditorialità d'oltreoceano. In effetti (anche dietro pressione dello stesso TABD), nel 1998, in occasione di un vertice USA-UE, venne votata una “Declaration Commune sur le Partenariat Economique Transatlantique” (PET).

Si è trattato di un progetto per la creazione di una vasta zona di libero scambio tra Unione europea e Stati Uniti che, in concreto, significa sottoporre le economie dei Paesi europei alla cultura economico-sociale del sistema americano, (cioè delle imprese americane).

Una specie di mercato comune, dunque, USA-UE, sopratutto nel campo dei servizi, che – nel progetto – debbono tutti essere posti in condizioni di competizione commerciale, sottraendoli alla competenza degli Stati.

Il TABD, comunque, ha ottenuto che la Commissione europeacontrolli con sistematica regolarità la messa in opera delle “raccomandazioni” da essa formulate dietro i suoi suggerimenti (e che, secondo lo stesso Osservatorio delle imprese europee, sono state finora attuate per l'80%).

Il Comissario europeo Pascal Lamy, già nel 2000 assicurava il TABD: “Noi faremo il nostro lavoro sulla base delle vostre raccomandazioni“, Cioè sulla base del favore agli interessi privati.

Tutta questa felice congrega impegnata nel più spregiudicato tutorato dei propri interessi, non è soggetta ad alcun controllo o limitazione (ma neppure della più elementare informazione) da parte dei popoli europei, i quali si trovano servito un piattino di pesantissimi vincoli e privazioni di diritti fondamentali, senza neppure sapere chi ringraziare.

Addirittura, lo stesso Parlamento europeo, ridotto ad una accolita di burattini, non dispone neppure dei documenti relativi alle materie sulle quali è chiamato a decidere.

Da parte sua, la Commissione trasferisce direttamente in provvedimenti normativi i “suggerimenti” presentati dai sopra citati gruppi di pressione.

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(24/08/2014 - Angelo Casella)
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