Integra reato il comportamento della madre che impone alla figlia minore di età il taglio dei capelli. Secondo una recente sentenza della Corte di Cassazione, la n. 11251/2011, emessa in particolare dalla sesta sezione penale, tale comportamento integrerebbe il delitto di abuso dei mezzi correzione e di disciplina di cui all'art. 571 c.p. Dalla vicenda processuale, emerge che fu proprio la madre che, con una forbice da cucina, impose alla figlia il taglio radicale dei capelli. In seguito alla doppia condanna subita dalla donna, questa proponeva ricorso in cassazione eccependo che l'imposizione del taglio dei capelli non potesse integrare il reato contestato in quanto si era trattato di un episodio isolato privo del requisito dell'abitualità. Rigettando il ricorso della donna, la Corte ha invece condannato la madre della piccola spiegando che il comportamento assunto dalla donna, al di là del luogo di provenienza e dall'ambito culturale della genitrice, rappresenta un vero e proprio abuso dei mezzi di correzione finalizzato ad affermare la propria autorità sulla bambina.
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La Suprema Corte ha anche chiarito che "la
Direttiva, mentre non si occupa dello straniero allontanato per
ragioni di ordine pubblico o di pubblica sicurezza, persegue un
risultato di tutela del migrante 'economico' irregolare prescrivendo
il ricorso prioritario al suo rimpatrio volontario e autorizzando
misure restrittive, entro rigorosi limiti temporali e modali, solo in
caso di mancanza di sua cooperazione e di effettiva necessita' ai fini
del rimpatrio". Ai fini dell'eventuale disapplicazione della norma, la
Cassazione evidenzia la "necessita' che vengano precisati l'ambito
effettivo e l'ampiezza di tale tutela".
La Cassazione rileva ancora che se si arrivasse ad una
interpretazione del risultato voluto dalla Direttiva "nel senso che
essa intende escludere che lo straniero irregolare sia sottoposto ad
una spirale senza fine di intimazioni e restrizioni della liberta',
nella sostanza collegate solamente alla sua mancanza di cooperazione
al rimpatrio volontario, l'intervento legislativo in questione sarebbe
collidente con i principi della direttiva e, compromettendone
gravemente il risultato, non potrebbe dare causa a condanne".
La Suprema Corte avverte che, se cosi' fosse, "lo Stato avrebbe
violato l'obbligo di astenersi durante la pendenza del termine di
trasposizione dall'adottare disposizioni che seriamente compromettano
diritti la cui tutela costituisce il risultato prescrittivo della
Direttiva". La Procura della Cassazione aveva chiesto di annullare
senza rinvio la sentenza impugnata "perche' il fatto non sussiste",
sulla base del fatto che la norma incriminatrice, a suo dire, e' "in
contrasto con la Direttiva europea".