Autonomia differenziata: sarà il codice postale a decidere cure e soccorsi?
Avv. Roberto Cataldi |

Autonomia differenziata: sarà il codice postale a decidere cure e soccorsi?

La Repubblica una e indivisibile alla prova: con l'autonomia di quattro Regioni, cure e soccorsi rischiano di dipendere da dove vivi.

C'è una frase, nella nostra Costituzione, che abbiamo sempre dato per scontata: la Repubblica è una e indivisibile. Non è una formula per addetti ai lavori. È una promessa. La promessa che i diritti fondamentali valgano allo stesso modo lungo tutta la penisola, quale che sia il luogo in cui siamo venuti al mondo.

Oggi quella promessa è messa alla prova.

In queste settimane il Parlamento esamina le preintese con cui quattro Regioni del Nord, Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto, chiedono di gestire per proprio conto un gruppo di materie: la protezione civile, le professioni, la previdenza complementare e integrativa, la tutela della salute-coordinamento della finanza pubblica. Ce le presentano come un adempimento tecnico. Non lo sono. Sono una scelta politica che riguarda la vita di ciascuno di noi, e che merita di essere raccontata con parole semplici.

Cominciamo da ciò che ci sta più a cuore, la salute.

Ammalarsi al Sud e curarsi al Nord è già la storia di centinaia di migliaia di famiglie. Ogni anno si contano quasi settecentomila ricoveri fuori regione, e in gran parte il viaggio segue la stessa rotta, dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord. 

C’è già una ferita. Le preintese rischiano di allargarla. Perché consentirebbero alle Regioni più ricche di assumere più personale, di offrire ai propri medici condizioni migliori. Gli esperti lo chiamano «effetto calamita»: le Regioni più forti attraggono i professionisti, e i reparti del Sud si svuotano. Ma ogni camice che parte è un reparto che si svuota in Calabria, in Molise, nelle aree interne delle Marche. La salute non può dipendere dal codice di avviamento postale. L'articolo 32 della Costituzione non conosce confini regionali.

Lo stesso vale per i soccorsi.

La protezione civile italiana è già oggi un sistema a più mani: i sindaci, le Regioni, lo Stato, i volontari. Ma nelle grandi emergenze ciò che fa la differenza è la regia unitaria che tiene insieme tutte queste mani. Chi vive nell'Italia delle faglie sismiche e dei fiumi che esondano lo sa bene: quando la terra trema o l'acqua sale, non conta il colore della Regione. Nel 2016, quando il terremoto ha piegato il Centro Italia, abbiamo visto arrivare le colonne dei soccorsi da ogni angolo del Paese, dal Friuli alla Sicilia: forze locali e regionali, coordinate dentro un unico sistema nazionale. È quel coordinamento che salva le vite. Perché un'emergenza non si ferma al cartello di confine, e una calamità non consulta le carte amministrative. Frammentare quel coordinamento in tante velocità diverse non avvicina la protezione civile ai cittadini: la indebolisce, proprio nell'epoca in cui il cambiamento climatico moltiplica gli eventi estremi. È la differenza tra un soccorso che arriva in tempo e uno che tarda.

C'è poi una domanda che quasi nessuno pone, e che invece è decisiva. Perché proprio queste quattro Regioni chiedono esattamente le stesse cose?

Sono territori profondamente diversi, per popolazione, economia, geografia. Eppure hanno depositato richieste quasi identiche, negli stessi ambiti, con testi sovrapponibili. Ci assicurano che è il frutto di una rigorosa analisi dei bisogni. Ma quale analisi produce sempre lo stesso risultato, qualunque territorio esamini? La verità è che non c'è una necessità dimostrata dei territori. C'è la scelta di dare di più a chi ha già di più.

E qui il discorso incontra il diritto. La Corte costituzionale, con la sentenza numero 192 del 2024, aveva tracciato paletti precisi: si possono trasferire singole e specifiche funzioni, non intere materie in blocco, e ogni trasferimento va motivato, uno per uno, territorio per territorio. Quattro fotocopie non sono una motivazione. Sono l'esatto contrario di ciò che la Corte ha chiesto.

C'è di più, e riguarda un principio che il legislatore stesso ha riconosciuto. Prima le garanzie per tutti, poi l'autonomia per alcuni. Prima si stabiliscono i livelli essenziali delle prestazioni, la soglia di diritti che deve valere ovunque, e solo dopo si concede la gestione differenziata. Il Governo risponde che queste quattro materie, per come sono classificate, i livelli essenziali non li toccano. Ma la Corte ha detto un'altra cosa: non conta l'etichetta della materia, conta la sostanza della funzione. Se una funzione incide sui diritti delle persone, il suo livello essenziale, e il suo costo, vanno fissati prima di trasferirla. E dentro queste intese, di funzioni che toccano i diritti, ce ne sono molte. Il rischio è che la classificazione diventi una scorciatoia per aggirare le garanzie: come consegnare le chiavi di casa prima ancora di aver deciso dove passano i muri.

Lo si vede bene con la previdenza complementare, che sembra la più tecnica delle quattro materie. Molti pensano che sia un fatto privato, che riguardi solo chi versa nel proprio fondo pensione. Non è così. Quando un lavoratore versa in un fondo, quelle somme, entro i limiti fissati dalla legge, vengono sottratte al reddito su cui si calcolano le imposte: lo Stato, oggi, rinuncia a incassare la sua parte. È, di fatto, un sostegno pubblico, pagato dalla fiscalità di tutti. Anche da chi un fondo pensione non se lo potrà mai permettere. Ed è proprio perché la sostengono tutti gli italiani, che non può diventare un affare da spartire Regione per Regione.

Rimane una ferita meno visibile, ma non meno profonda: quella che riguarda il ruolo del Parlamento. In commissione si sono svolte le audizioni ma al Parlamento non è consentito correggere le preintese, eliminare una funzione o modificare una clausola. Possiamo soltanto approvare risoluzioni, indicando al Governo la direzione da seguire.

Anche la minoranza presenterà la propria, mettendo nero su bianco le criticità e le condizioni che ritiene indispensabili. Ma saranno i numeri della maggioranza a determinare l’atto approvato dall’Aula. E neppure quella risoluzione modificherà direttamente i testi: il Governo dovrà tenerne conto, ma potrà scegliere diversamente, purché ne spieghi le ragioni.

È un singolare paradosso istituzionale: mentre si prepara a ridisegnare, Regione per Regione, una parte rilevante dell’architettura dello Stato, il Parlamento può indicare la rotta, ma non tiene ancora in mano la penna con cui viene tracciata.

E non illudiamoci che tutto finisca qui. Queste quattro materie sono soltanto l'inizio: è già prevista la possibilità di estendere lo stesso meccanismo a scuola, trasporti, energia…. È il primo mattone che si toglie dal muro, mentre la perequazione, il meccanismo che secondo la Costituzione dovrebbe riequilibrare i territori con meno risorse, e che la stessa Corte ha definito improcrastinabile, resta in gran parte inattuata. Per le aree interne, la montagna, il Mezzogiorno, ancora una volta, soltanto promesse.

Non è in discussione l'autonomia in sé. Le Regioni virtuose possono e devono avere spazi di responsabilità. In discussione è questa autonomia, costruita su scorciatoie, su richieste fotocopia, su diritti che cambiano con la residenza.

La Repubblica una e indivisibile non è un ricordo del passato. È il patto che tiene insieme un bambino nato a Milano e un bambino nato ad Ascoli Piceno, e dice loro che avranno lo stesso valore e gli stessi diritti, qualunque cosa sia scritta sulla loro carta d'identità.

Avv. Roberto Cataldi - Membro in carica della Commissione Affari Costituzionali al Senato



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