Avv. Roberto Cataldi |

Cassazione: parolacce in ufficio? Non sono reato. E qualche volta sono costruttive

Emerge da una sentenza del Palazzaccio (la n. 17672/2010)
Più di una volta la corte di Cassazione è intervenuta per capire se determinate espressioni potessero considerarsi offensive oppure no. Questa volta la Cassazione è tornata sull'argomento ed ha analizzato la valenza offensiva di alcuni insulti in relazione al contresto in cui sono stati pronunciati. In certi casi, secondo la Corte, parolacce e volgarità possono diventare persino costruttive e le si può quindi pronunciare senza commettere reato. E' quallo che accade ad esempio quando gli insulti avvengono all'interno di un ufficio. Secondo la Cassazione a prescindere dalla "rozzezza" e "ineleganza" con cui ci si puo' rivolgere ad un collega o a un superiore, ci sono situazioni in cui la volgarità può diventare un modo per "sollecitare" il dibattito sul lavoro. Anzi, in certi casi l'insulto può essere persino diretto volutamente a migliorare l' organizzazione dell'azienda. Da quanto emerge da una sentenza del palazzaccio (la n.17672/2010) d'ora in avanti un capo troppo burocrate potrebbe sentirsi dare del "pazzo" o dello "scemo" senza che per questo si debba sentire offeso. Anche a livello trasversale ci si potrà concedere l'insulto: ad un acritico e che accetta ordini passivamente dalla dirigenza si potrebbe dare dello "yesman" o "per dirla in termini piu' volgari", scrive la Corte del 'leccac..'. La vicenda era nata all'interno di uno studio legale quando durante una discussione un collaboratore dello studio stanco di come veniva portato avanti il lavoro si era sfogato con due colleghe ed aveva detto "basta, ho deciso, io con l'avvocato ci parlo, ci discuto non sono come la collega che dice sempre 'si' avvocato...certo avvocato...Il capo e' un 'pazzo', vuole restare circondato da 'leccac.' bene ci resti pure...". Allo sfogo seguiva anche il mimo dello yesman e il caso finiva nelle aule del Tribunale. Non tanto per i colleghi che comunque avevano deeciso di lasciar perdere ma per il titolare dello studio che ha voluto denunciare il collaboratore. Nel dicembre del 2008 la Corte d'Appello accertava la prescrizione del reato ma condannava il collaboratore a risarcire il capo. Il caso finiva poi in Cassazione dove la Corte ribaltando il verdetto assolveva il giovane avvocato "perche' il fatto non costituisce reato" dando a quegli insulti una valenza "costruttiva".

Altre informazioni su questa sentenza

La Corte analizza in dettaglio lo stato delle cose: "l'avvocato [...] da tempo discuteva con il capo la organizzazione dello studio contestando in particolare, spesso con frasi assai vivaci, la organizzazione di tipo troppo burocratico dello studio professionale". E poi quei colleghi, definiti 'leccac.' da Nicola (loro non hanno denunciato). In effetti, registra la Cassazione carte alla mano, erano "sempre proni a qualsivoglia direttiva del capo dello studio, mentre lui ci parlava e ci discuteva e non diceva subito si' alle sue direttive". Sfruttando il caso sollevato dal giovane e ribelle avvocato la Cassazione trae una morale: "colui il quale non accetta le critiche, anche le piu' severe, dei suoi collaboratori e si circonda di persone che, per quieto vivere, non contestano alcuna decisione, avra' scarsi strumenti per dotarsi di una efficiente organizzazione". Invece, scrivono i supremi giudici nell'assolvere gli insulti del protagonista del caso, "la critica e la discussione approfondita consentirebbero di affrontare e risolvere meglio i vari problemi che si pongono nella conduzione di una azienda, di piccole o grandi dimensioni che essa sia". Si potra' "piu' o meno condividere l'assunto - concede la Cassazione - ma non vi e' dubbio che questo sia il significato dell'aspra critica" rivolta da Nicola al capo. Le espressioni incriminate, rilevano gli 'ermellini', sono di sicuro "ineleganti e riassumono in modo rozzo il pensiero di chi le pronuncia, ma di sicuro non hanno valenza diffamatoria, essendo entrate nel linguaggio parlato di uso comune come i termini 'scemo' e 'cretino'". In sintesi: "quando tali termini vangano usati nelle discussioni, spesso accese, che si svolgono tra colleghi in ambito lavorativo e/o sindacale aventi ad oggetto temi concernenti la organizzazione del lavoro e/o l'adozione di particolari iniziative che possano aumentare la produttivita' dell'ufficio e rendere piu' agevole e meno burocratizzata l'attivita' degli addetti, finiscono con l'avere un significato rafforzativo del concetto espresso ed evocativo delle gravi conseguenze che si potrebbero verificare in caso di non accettazione delle critiche e dei consigli". Ecco che un insulto come 'pazzo' "ha finito per perdere la sua valenza offensiva per divenire espressione, sintetica ed efficace, rappresentativa di una conduzione scorretta dell'ufficio, che non potra' che portare alla rovina dello stesso". In chiusura, la Cassazione non puo' che richiamare i dipendenti alla civilta' chiarendo che "e' certamente disdicevole e poco corretto che in una discussione di lavoro si usino termini irritanti e poco rispettosi" ma e' da escludere "la valenza diffamatoria delle espressioni usate tenuto conto delle modalita' con cui essa e' stata pronunciata e delle finalita' propostesi da [...] di manifestare in modo chiaro e polemico il proprio dissenso rispetto a scelte organizzative dello studio professionale del quale faceva parte".


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