Avv. Roberto Cataldi |

Pensioni: una proposta bi-partisan per incentivare allungamento età lavorativa

E' stato presentato in Senato un disegno di legge che propone di incentivare l'allungamento dell'età lavorativa. La proposta è bi-partisan e mira ad aumentare il tasso di occupazione nella fascia di età compresa tra i 60 e i 75 anni attraverso la riduzione di oneri contributivi a carico del datore di lavoro e l'offerta al lavoratore della possibilita' di avere un vantaggio economico maggiore rispetto a quello che avrebbe andando in pensione subito. In un'intervista a Labitalia il senatore Ichino spiega che questo "E' un modo per innescare un gioco a somma positiva un gioco in cui tutti hanno dei vantaggi, se decidono di beneficiarne: i lavoratori perche' guadagnano di piu' continuando a lavorare che andando subito in pensione, le aziende perche' hanno uno sconto sul costo del lavoro e la collettivita' perche' l'erario ha un debito pensionistico un po' piu' basso da ripianare'. La proposta di legge interessa circa 7 milioni di persone di età compresa tra i 65 e i 75 anni, anche se non appare del tutto chiaro come si possano creare maggiori vantaggi economici effettivi per tutti (rispetto al sistema pensionistico attuale) se l'obiettivo è quello di ridurre la spesa pubblica. In ogni caso è previsto un periodo sperimentale della durata di tre anni. Il problema della necessità di aumentare l'età del pensionamento appare legato all'aumento della speranza di vita, all'invecchiamento della popolazione e al calo demografico. Nella sua intervista Ichino spiega che 'Il contributo del 60enne o del 65enne al ciclo produttivo e' un contributo sovente molto diverso da quello che puo' dare un giovane, perche' e' un contributo fatto di esperienza, di memoria storica dell'azienda, di equilibrio, di capacita' di far fronte agli imprevisti. Spesso, privandosi dell'apporto del sessantenne, l'azienda perde qualcosa che il giovane non puo' dare. Bisogna promuovere una cultura del lavoro nuova: l'azienda deve imparare a essere piu' flessibile in relazione alle esigenze del lavoratore anziano, accettando, ad esempio, la riduzione dell'orario, in funzione di una transizione graduale al pensionamento pieno'. Si tratterebbe in sostanza di un cambiamento culturale: 'Dobbiamo entrare nell'ordine di idee di cambiare la nostra cultura - continua Ichino - e considerare che piu' a lungo si puo' lavorare, meglio e' per tutti' e 'la prosecuzione del rapporto di lavoro puo' anche essere una prosecuzione a tempo parziale, perche' il tempo pieno e' solo una delle tante forme possibili di organizzazione del lavoro'.

Altre informazioni su questa proposta di legge

Oggi, in Italia, nel settore privato non c'e' l'obbligo di ritirarsi dal lavoro all'eta' in cui si matura la pensione di vecchiaia. ''Se le parti concordano - spiega il Prof. Ichino - il rapporto puo' proseguire. Si sa, pero', che per un verso la persona anziana, passati i 60 o i 65 anni, comincia ad avere una produttivita' leggermente inferiore oppure ad avere un costo superiore, a parita' di lavoro, rispetto al giovane, perche' gli scatti di anzianita' portano a retribuzioni piu' elevate. Quindi, c'e' una prassi aziendale molto diffusa e radicata che consiste nel procedere automaticamente al licenziamento del lavoratore che ha raggiunto l'eta' per il pensionamento di vecchiaia (perche' la legge attuale lo consente)''. Il disegno di legge spiega il Professore mira a ridurre il costo del lavoro abbattendo al 33%, cioe' a un terzo il costo contributivo. "il lavoratore, che ha gia' raggiunto l'eta' per la pensione, ha meno bisogno di una contribuzione previdenziale forte e, quindi, ridurre il contributo non gli portera' un danno pensionistico rilevante, mentre la riduzione contributiva costituisce un forte incentivo per l'azienda in quanto riduce il costo del lavoro. Per l'altro verso, il disegno di legge introduce una piccola protezione, un piccolo disincentivo al licenziamento: una penalizzazione poco piu' che simbolica per l'impresa che licenzia''. ''Si tratta - spiega Ichino - di una protezione di entita' molto ridotta: un quarto di mensilita' per ogni anno di anzianita' di servizio, con un massimo di due mensilita'. Questo significa che tutti i lavoratori che hanno piu' di 8 anni di anzianita' di servizio hanno una protezione costituita da un'indennita' di licenziamento costituita da due mensilita' dell'ultima retribuzione [...] Questa piccola indennita' di risoluzione di rapporto serve per lanciare un messaggio alle aziende, invitarle a riflettere un momento prima di attivare il vecchio riflesso condizionato. [...] Per un verso, infatti licenziando hanno questo costo, per altro verso, se non licenziano hanno uno sconto contributivo: c'e' dunque un doppio vantaggio nel non licenziare, ma non c'e' un divieto, un atto autoritativo. Questo significa che laddove l'azienda proprio non ha bisogno del lavoratore non sara' tenuta a mantenerlo in servizio, ma dove invece l'azienda ha una situazione in cui licenziare o proseguire il rapporto e' tutto sommato indifferente, le si da' la spinta per mantenere il o la dipendente al lavoro''. Naturalmente ''deve essere il lavoratore a chiedere di rimanere in servizio [...] Se il lavoratore non vuole nessuno lo obbliga''. La nuova normativa se approvata avrebbe comunque carattere sperimentale della durata di tre anni ''Non bisogna essere 'talebani': bisogna sperimentare la misura che si e' studiata a tavolino, per vedere -spiega Ichino- se funziona come e' previsto che funzioni''. E' previsto, infatti, nel disegno di legge che il ministro riferisca al Parlamento una volta all'anno, entro il 31 marzo, per ciascun anno di applicazione della misura. ''Si vedono gli effetti della norma -dice ancora Ichino- e si decide se stabilizzarla, oppure invece correggerla, oppure ancora cambiare decisamente strada. In queste cose bisogna essere pragmatici. Se l'esperimento funziona si generalizza la misura sperimentata, se non funziona si torna indietro. E' il metodo anglosassone del 'try and go', cui non siamo molto abituati''. ''C'e' una piccola percentuale di lavoratori -ricorda il professore- che gia' oggi continua a lavorare, nonostante il raggiungimento dell'eta' di pensionamento. Dobbiamo aumentare questa percentuale. Se questo disegno di legge verra' approvato, misureremo gli effetti prodotti. Se ottenessimo anche solo che il 30% di lavoratori che oggi vanno subito in pensione ritardassero di un anno o due -conclude- significherebbe un risparmio di centinaia di milioni nel nostro bilancio pensionistico''.


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